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Dal medical-dramma di The Knick al surreale Fargo: ecco le cinque migliori serie tv del 2015

Gli ultimi dodici mesi delle serie tv raccontati dal nostro esperto del settore: nella top five delle più riuscite spicca Better call Saul

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Complici le festività natalizie, gli eccessi alimentari e qualche bicchiere in più, che nelle occasioni sociali rende tollerabile una certa esuberanza verbale, in più di un’occasione nei giorni scorsi mi sono trovato a pontificare a cena con amici e colleghi su qualsiasi argomento capitasse a tiro, a cominciare ovviamente dalle serie tv, che ormai da qualche anno fagocitano gran parte del mio tempo libero.

E alla fine è impossibile non fare una sorta di cernita – un po’ manichea, diciamocelo – per mettere un confine fra le serie tv che hanno rispettato le aspettative e quelle che invece proprio non ce l’hanno fatta.

La serie che secondo me si posiziona senza storia al primo posto della classifica 2015 è “Better call Saul”, un graditissimo ritorno che ha placato crisi d’astinenza dei fan di Breaking Bad, per rimanere fedeli al plot. Protagonista della serie è Saul Goodman (interpretato da un talentuosissimo Bob Odenkirk), l’avvocato azzeccagarbugli abituato a muoversi come un equilibrista fra la legalità e il sottoproletariato urbano microcriminale che a lui si rivolge.

Gli autori, Vince Gilligan e Peter Gould, si sono superati ancora una volta dipingendo con tonalità da noir anni Quaranta il passato drammatico e struggente di Saul Goodman, quando ancora era conosciuto come Jimmy McGill e si destreggiava con piccole truffe, grazie ad un eloquio messo poi faticosamente a frutto con l’avvocatura. Questa prima stagione ha regalato a noi orfani di Heisenberg squarci narrativi di autentica bellezza e dialoghi misuratissimi che si sposano a sequenze silenziose cariche di significato e si innestano sulle psicologie di personaggi periferici, solitamente esclusi dalle grandi narrazioni contemporanee. 

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Questa è la grande forza di questa serie: illuminare le vicende oscure in cui Jimmy McGill giganteggia nella quotidiana fatica di affermare se stesso, senza trasformarsi né in vittima né in carnefice altrui o rinnegare il proprio retaggio. So di spararla grossa ma non ho dubbi: la prima stagione di Better call Saul è anche superiore alla prima di Breaking Bad.

Giunta alla seconda stagione (in Italia su Sky Atlantic), “The Knick” è la serie tv rivelazione dell’anno e nella mia personalissima scala di gradimento si colloca al secondo posto perché in punta di piedi – e con grande coraggio – ha saputo confermarsi con credibilità e autorevolezza anche dopo l’esordio.

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Il medical-drama ambientato nella New York dei primi del Novecento è diretto da Steven Soderbergh, palma d’oro a Cannes per il dissacrante “Sesso, Bugie e videotape”, oltre che regista di grandi successi cinematografici come “Erin Brocovich” e “Traffic”.

Distribuito in Italia da Sky Atlantic ha il merito di offrire uno sguardo disincantato e contraddittorio sulla medicina e i suoi interpreti, tratteggiati come cinici e spietati sciamani dell’era industriale. Clive Owen interpreta, in modo ispirato, il chirurgo tossicomane John Thackery primario di una struttura ospedaliera popolata da un’umanità sublime e meschina insieme, che incarna su di sé le nascenti tensioni etiche e le già mature contraddizioni della società industrializzata e delle metropoli occidentali.

Al terzo posto un’altra sorpresa, “The Fall – Caccia al serial killer”, che a mio parere presenta il personaggio più scomodo e radicale dell’anno e per questo va assolutamente premiata.

La serie britannica, in onda in Italia dal mese di maggio su Sky Atlantic, ha in Stella Gibson la sua protagonista, interpretata in modo asciutto e glaciale da Gillian Anderson, già notissima al grande pubblico nelle vesti di Dana Scully, in “X-Files”.

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Di suo l’impianto thriller di The Fall non brilla per originalità, anche se la storia regge bene e ha il merito di farci percepire i conflitti comportamentali, sociali e religiosi del contesto in cui è rappresentata, l’Irlanda del Nord: è però la Anderson a dare volto, voce e corpo ad un modello femminile mai visto sul piccolo schermo, espressione suprema di quanto di più destabilizzante possa esistere agli occhi di un maschio occidentale (e non solo). Stella Gibson si appropria degli stessi spregiudicati atteggiamenti tipicamente maschili(sti), come il sesso mordi-e-fuggi e l’esercizio personale del potere, consapevole della sua forza e della sua capacità di seduzione. Glaciale, ma comunque non spietata, ribalta le ormai traballanti prospettive del maschio-alfa superando colleghi e superiori che invece non esitano a mostrare le loro fragilità piangendo o commuovendosi.

Certo, lasciar fuori “Fargo” dal podio è un atto contro la pubblica morale-seriale di cui tocca fare ammenda. In effetti, la serie tv che trae ispirazione dall’omonimo film, nella sua prima stagione è riuscita nell’impossibile compito di tenere fede all’atmosfera un po’ allucinata e all’universo surreale di relazioni-personaggi-ambiente creato per il grande schermo dai fratelli Cohen, pur tradendone la trama.

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Pare che, anche la seconda stagione in onda da pochi giorni su Sky Atlantic, non abbia mandato alle ortiche il patrimonio di pubblico e critiche esaltanti, nonostante la natura antologica della serie abbia imposto un drastico cambio di soggetto e personaggi.

Dulcis in fundo, al quinto posto va ricordata “Narcos”, creazione di Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro distribuita da Netflix.

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I dieci episodi della prima stagione (rinnovata anche per il 2016) descrivono l’ascesa prima sociale e poi criminale di Pablo Escobar, che negli anni Novanta divenne il più famoso narcotrafficante del pianeta imponendo al mondo il solidissimo codice morale basato sul ricatto “plata o plomo”: argento o piombo, lasciarsi comprare o farsi ammazzare. Un complesso ritratto interpretato da attori dal talento cristallino come Wagner Moura (Pablo Escobar), Pedro Pascal e Boyd Holbrook, nei panni degli agenti che cercano di far cadere il cartello di Medellin.

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