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L’ossessione nucleare di Teheran e la politica estera italiana ed europea

Giancarlo Elia Valori torna ad affrontare il tema del ruolo dell'Italia e dell'Europa in chiave mediterranea, stavolta però soffermandosi sull'Iran e l'atomica.

Giancarlo Elia Valori torna ad affrontare il tema del ruolo dell’Italia e dell’Europa in chiave mediterranea, stavolta però soffermandosi sull’Iran e l’atomica. 

Il report rilasciato il 2 Dicembre scorso dalla IAEA (International Atomic Energy Agency) sulla questione nucleare iraniana è preciso al riguardo: Teheran ha sviluppato un programma coordinato per la creazione di un’arma atomica almeno fino al termine del 2003, con alcune specifiche attività che sono continuate fino al 2009.

In termini meno generici, l’Agenzia di Vienna ha scoperto che l’Iran aveva sviluppato alcune componenti di un’arma nucleare, con i relativi test di funzionamento.

Perché solo alcune parti? L’ipotesi più razionale è che la Repubblica sciita tenga un kit per l’arma nucleare in Paesi “amici”, si pensi per esempio alle centrali atomiche programmate in Yemen e, in futuro, in Siria. Oppure altrove…

Mentre un’altra ipotesi riguarda la rete di laboratori, centri di ricerca, fabbriche che il gruppo di tecnici del P5+1 (Cina, Francia Russia, Stati Uniti, Inghilterra più Germania) non potrà mai verificare, dato il fatto che l’Accordo sancisce la totale autonomia di Teheran nel definire questo o quel sito come militare, e quindi non visitabile né da IAEA né dai tecnici del JCPOA (l’Accordo internazionale sul nucleare iraniano siglato a Vienna nel luglio 2015).

Una certa ingenuità, unita alla voglia di far presto per “vendere” l’intesa con l’Iran sul piano pubblicitario ed elettorale, ha sortito effetti contrari alla vera natura dell’accordo.

La sostanza iniziale dell’Accordo sul nucleare verteva sulla limitazione del nucleare civile e sulla assoluta negazione di una capacità atomica nucleare per Teheran. Il P5+1 va in direzione opposta: non limita il nucleare cosiddetto “civile” e lascia in predicato, senza la possibilità di verificarla, la capacità atomica militare della Repubblica sciita.

Come se le due attività fossero separabili ab ovo. Ingenuità “illuministica”, come avrebbe detto Benedetto Croce.

Questo report, peraltro, fa parte di un accordo laterale tra la IAEA e l’Iran, ma la Repubblica sciita non ha fornito alcuna nuova informazione alla domande poste dalla Agenzia di Vienna.

Una scelta razionale da parte di Teheran, che ha scoperto come l’Accordo premesse soprattutto al P5+1, per aprire i commerci con l’Iran e in un contesto di ormai aperta freddezza nei confronti di Israele da parte di gran parte dei membri del JCPOA.

Lo scenario è ormai delineato: la Repubblica sciita espanderà il suo export nella UE, e insieme agli scambi commerciali Teheran imporrà anche alcune condizioni politiche e geopolitiche, come sempre accade.

L’alternativa era quella di non accettare la “riserva militare” dell’Iran sui suoi siti nucleari e imporre un controllo a tappeto, con la copertura di una “security” ad hoc.

Ma ormai l’Occidente vuole solo perdere, in preda ad un cupio dissolvi multiculturale e pacifista che lo rende facile preda di un qualsiasi Stato deciso e sicuro di sé.

La prossima stazione della Via Crucis occidentale sarà l’iscrizione della UE e degli USA nell’elenco dell’antisemitismo militante che, peraltro, già accade, sempre più spesso. E sarà a questo punto che l’Iran a livello di propaganda di massa e di condizionamento politico delle élites occidentali, avrà davvero vinto la sua partita.

Si pensi a un Medio Oriente senza alcun “dente” strategico amico dell’Occidente; e a come il futuro geoeconomico della UE ne verrebbe stritolato, mentre la Cina realizza la sua nuova Via della Seta e la Federazione Russa gioca le sue carte in una parte del vecchio Patto di Varsavia e ad Est.

E la UE avrà poco spazio anche con gli USA, dopo che il TTI P verrà siglato e diverrà operativo. Il nuovo Trattato Transatlantico è la resa della UE alla globalizzazione secondo Washington.

Per andare più nello specifico, l’Agenzia di Vienna aveva verificato, nel 2011 – e certe cose non si dismettono come un cappello – , che:

a) fino almeno al 2009 vi erano prove di computer modelling di compressione e implosione del materiale fissile,

b) vi sono prove di esplosioni non-nucleari ma con potenziale simile a quello atomico, per sperimentare le tecnologie per l’implosione del nucleo,

c) una notevole serie di esperimenti per esplosioni ad altissimo potenziale, non nucleari ma che servono a innescare la reazione a catena del materiale fissile,

d) la costruzione di un iniziatore a neutroni, per innescare la reazione nel nucleo di uranio o polonio,

e) una serie di iniziatori e materiali per la su percompressione del nucleo di uranio che genera l’effetto-bomba.

Si tratta di almeno 12 elementi critici che l’Agenzia di Vienna ha già identificato, e che l’Iran certamente non potrà giustificare in modo accettabile, a meno di affermare che si tratta solo di esperimenti “passati”.

La questione, naturalmente, riguarda anche l’interesse iraniano per la guerra in Siria e contro il califfato di Al Baghdadi.

Attualmente Teheran opera con le forze siriane di Assad, con Hezbollah e i Pasdaran, le “Guardie della Rivoluzione”, con qualche sciita afghano, nella Offensiva da Sud denominata “Ali Allah Dadi per i Martiri di Quneitra”, che ha avuto un notevole successo iniziale ma si è poi arenata.

Ecco, è facile immaginare come le azioni di Hezbollah e dei “Guardiani della Rivoluzione” saranno correlate alla gestione della trattativa sul nucleare iraniano.

Ecco, una politica estera italiana degna di questo nome, diversamente da quanto oggi accade, potrebbe elaborare una piattaforma commerciale di apertura a Teheran in funzione dell’efficacia degli accordi JCPOA e della assoluta certezza, da verificare, dell’abbandono, da parte di Teheran, della sua ossessione nucleare.

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