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Grande Guerra, Pillola 70: le sanguinose battaglie dolomitiche fotogallery

In un meraviglioso scenario naturale come quello dolomitico la Grande Guerra non fu così poetica come la descrissero alcuni storici inglesi: fu battaglia vera e combattuta aspramente da entrambe le parti.

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Lo scenario dolomitico è un meraviglioso spettacolo naturale: uno dei paesaggi più belli di questo pianeta. Questo non deve trarre in inganno circa la guerra che vi si combattè, che non fu, come sostenne qualche storico inglese in vena di romanticherie, una guerra poetica, ma fu guerra vera e combattuta aspramente da entrambe le parti. Certamente, la straordinaria bellezza delle Dolomiti riecheggia nei diari e nei memoriali di chi vi combattè, ma ciò nulla toglie al valore dei soldati italiani ed austroungarici che si fronteggiarono sulle crode e sui passi per quasi due anni e mezzo.

Naturalmente, la struttura stessa di questo settore di fronte non avrebbe permesso l’utilizzo di grandi masse di soldati: tuttavia, il fronte dolomitico ebbe una sua importanza nell’economia della guerra e, anzi, proprio all’inizio del conflitto, avrebbe potuto rappresentare un punto critico per le speranze italiane di sfondare il dispositivo avversario e combattere quella guerra di movimento che Cadorna auspicava.

Gli italiani, nel maggio 1915, schieravano sulle Dolomiti la 4a armata, comandata dal generale Nava, da cui dipendevano il I CdA (2a e 10a divisione) del generale Ragni ed il IX CdA (17a e 18a divisione) del generale Segato, più la 1a divisione di riserva. Gli austroungarici, invece, disponevano, per difendere l’intero settore (Rayon 5) della LVI brigata da montagna, di metà della LI brigata da montagna, di 3 battaglioni di Standschűtzen, 1 di fanteria e delle guarnigioni dei forti. Le due brigate da montagna, insieme, formarono la divisione Pustertal. Comandava il Rayon l’abile generale Goiginger.

Appare evidente come, su di un fronte che si estendeva per un centinaio di chilometri, la superiorità, almeno numerica, italiana era assoluta: giocavano a favore dei difensori la natura del terreno e l’abilità dei reparti nel muoversi in un territorio ben conosciuto e al quale erano abituati. Tuttavia, oggi, appare davvero inspiegabile l’esitazione del generale Nava nell’investire i punti chiave del fronte, che, una volta conquistati, avrebbero permesso agli italiani di sboccare nelle vallate austriache, con effetti difficilmente prevedibili per il seguito del conflitto.

Perduta l’occasione offerta dalle primissime settimane di guerra, arrivò dalla Germania il poderoso DAK, l’Alpenkorps del generale Krafft von Dellmensingen, con le sue truppe scelte da montagna e, soprattutto, la sua potente artiglieria. Proprio l’artiglieria, in realtà, rappresentò il limite operativo delle truppe italiane, all’inizio del conflitto dolomitico: mancavano medi calibri e pezzi adatti alla guerra in montagna, e questo limitò notevolmente le possibilità dei reparti.

Obiettivi immediati degli italiani erano i passi di confine, tra Fiera di Primiero e il monte Peralba: il Rolle, il Pordoi, il Falzarego, il Monte Croce Comelico, verso la val Badia e, soprattutto, la val Pusteria, da cui la Drava scende verso la pianura austriaca. Al centro del fronte, si trovava Cortina d’Ampezzo, con a sudovest e a nordest i baluardi del Col di Lana e del Monte Piana/Piano, che sarebbero divenuti celebri per le terribili battaglie combattute intorno alle loro cime (in realtà, poco più che un dosso il Col di Lana ed un aspro plateau sassoso il Piana/Piano).

Già il 27 maggio, la prima pattuglia italiana entrò a Cortina, ma questo brillante esordio non fu seguito da azioni di rilievo: occupato il capoluogo ampezzano, la guerra si spezzettò in mille rivoli, senza operazioni di autentico rilievo: nel giugno, vennero tentate numerose azioni, verso il fondamentale sbarramento di Som Pauses, le Tofane e nella zona del Palombino, occupato prima dagli austroungarici e poi dal regio esercito, ma nessuna delle molteplici operazioni (di solito effettuate da piccoli reparti) sfociò in risultati importanti.

Va segnalata certamente l’enorme attività di esplorazione e pattugliamento effettuata, all’inizio del conflitto, dal gruppo di abilissime guide tirolesi guidate da Sepp Innerkofler, di Sesto Pusteria, alpinista notissimo e valoroso combattente, che, dopo essere salito coi suoi su molte cime dolomitiche, morì, in un’azione impossibile, insensatamente ordinatagli dai suoi comandanti, il 4 luglio, sotto la cima del Paterno: lo stesso giorno, gli austroungarici occupavano stabilmente il Passo della Sentinella, proprio da Innerkofler occupato la prima volta.

Sempre a luglio, le truppe italiane cominciarono ad attaccare violentemente, ma senza risultati, il cosiddetto “Panettone”, sul Col di Lana e il Cavallino, in Comelico. Verso la metà del mese, anche sul Monte Piana iniziarono i violenti attacchi per la conquista dell’acrocoro roccioso, da cui dipendeva la possibilità di investire gli sbarramenti di Landro e Sesto, in val Pusteria. Il 20 luglio, colpito da un cecchino a Fontananegra, sulle Tofane, morì il generale Antonio Cantore: una delle icone degli alpini italiani. In realtà, probabilmente, Cantore venne ucciso perché, data la sua forte miopia, si era attardato troppo ad osservare le linee nemiche, fuori da un riparo: spesso, il mito nasce dalla banalità quotidiana.

In definitiva, la guerra andò avanti con azioni anche violente, ma quasi sempre prive di successo, in tutti i sottosettori del fronte dolomitico, Col di Lana, Monte Piana, Tofane, Val Fiscalina, Comelico eccetera, fino a novembre, quando le proibitive condizioni meteo, come in tutto il fronte e, a maggior ragione, in alta montagna, suggerirono la sospensione delle operazioni. Il DAK venne ritirato dal fronte italiano a partire dal 9 ottobre, sostituito progressivamente dal 2° Kaiserjȁger. Il 19 ottobre, gli italiani conquistarono la cengia Martini e la punta Berrino, sul Lagazuoi, oggi sede di un bellissimo museo a cielo aperto e, il 29 dello stesso mese, finalmente, l’insanguinato “Panettone” al Col di Lana.

In realtà, le azioni contro il Col di Lana e la cima Lagazuoi sarebbero continuate anche a novembre e dicembre, ma con scarse energie e con difficoltà insormontabili, tanto da poter valutare come trascurabili sul piano militare queste operazioni.

Non lo furono, naturalmente, per coloro che vi morirono inutilmente.

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