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Il “Sarto” è un sarto, d’alto livello: lo rivela studiosa detective canadese

Una studiosa canadese, Ingrid Mida, specializzata in storia dell'arte e del costume, docente alla Ryerson University di Toronto e curatrice in ambito teatrale e museale indaga sulla tela del Moroni "Il sarto" esposto in questi mesi alla Carrara e alla fine della sua indagine afferma: "il vestito del personaggio in posa sia coerente con quello di un sarto di alto livello".

La querelle interpretativa sorta all’indomani dell’ostensione in Accademia Carrara del dipinto “Il sarto” del Moroni può sembrare una disputa sul sesso degli angeli. Il quadro è, indiscutibilmente, un capolavoro e il soggetto è, con tutta evidenza, un professionista in campo tessile. Questo è ciò che conta. Sul piano filologico e storico, però, la questione dell’identità sociale del soggetto ritratto – sarto o mercante di stoffe? – ha pure un suo peso, e un suo fascino. Anche perché, nel caso del “Sarto”, stiamo parlando quasi di un’icona pop.

Una ricognizione on line su siti anglofoni dà la misura di quanto il dipinto, sotto la dicitura “Il tagliapanni” o “The Tailor” (il sarto), sia universalmente noto e apprezzato dal pubblico e dalla critica internazionale. Dai siti d’arte e cultura, ai blog di viaggiatori e cybernauti, agli e-shop di costume e di taglio e cucito.

La più affascinante lettura critica della tela è quella di Jonathan Jones, il celebre critico del The Guardian, che nel 2007 la annovera tra le opere top five della National Gallery sottolineando che “nessuno prima di Moroni ha dipinto così un comune artigiano”.

Il museo londinese, che ospita il quadro dal 1862, lo cataloga ed espone come “The Tailor (Il tagliapanni)”, come già secoli prima era stato definito da Marco Boschini nella sua “Carta del navegar pitoresco” (1660): “Tuttavia quel Moron, quel Bergamasco / per esser gran pittor bravo e valente […]; Ghè dei ritrat, ma in particolar / quel d’un sarto sì belo, e sì ben fato che ‘l parla più de qual si sa Avocato, l’ha in man la forfe, e vu ‘l vede’ a tagiar”.

Nell’odierno dibattito si inserisce il punto di vista di una studiosa canadese, Ingrid Mida, che ha da poco dato alle stampe “The Dress Detective”, una guida pratica all’educazione dello sguardo nell’analisi dell’abbigliamento.
L’autrice, specializzata in storia dell’arte e del costume, docente alla Ryerson University di Toronto e curatrice in ambito teatrale e museale, sta lavorando a un nuovo libro sulla moda nell’arte e ha voluto esaminare per noi il look del personaggio del Moroni. Questo l’esito della sua investigazione, che merita attenta considerazione.

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(Ingrid Mida fotografata da Karen E. Reeves, Canadian Opera Company).

“Leggere un vestito in un dipinto significa leggere sottili indizi ed è un’operazione che va affrontata con cautela, perché è difficile sapere con certezza se l’artista abbia dipinto gli indumenti esattamente come erano nella realtà o se abbia preferito prendersi delle libertà artistiche. 
E’ con questa clausola che considero l’abbigliamento dell’uomo con barba nel dipinto noto come “Il Sarto” di Giovan Battista Moroni, datato 1565-70. Ritengo che il vestito del personaggio in posa sia coerente con quello di un sarto di alto livello.
Il farsetto indossato dall’uomo esibisce notevole abilità nella fattura del capo, ma è fatto di una stoffa relativamente comune – una lana non tinta che è stata appena traforata (a pattern di piccoli tagli). Per il resto è disadorna e abbottonata davanti. L’attacco delle maniche alle spalle è camuffato con una leggera “ala” e i polsini sono a misura di polso. Il farsetto è indossato sopra una camicia bianca di lino con collare e polsini increspati. Le sue rosse brache a sbuffo sono tagliate e rigonfie in proporzione alla moda di allora. La cintura di pelle attorno alla vita ha un aggancio per il fodero di una spada, ma la spada non c’è e l’uomo impugna invece un paio di forbici come se fosse in procinto di tagliare la stoffa che è stesa sul tavolo. Indossa anche un anello d’oro e rubino.
L’anello al dito e il sostegno per la spada – che indicano il diritto di portare le armi – sono importanti marcatori di status. I dettagli del farsetto sono prova dell’abilità del sarto ma comunicano anche una posizione modesta nella società, poiché il tessuto non risalta del lustro di una stoffa più costosa come la seta, a cui un mercante di stoffe avrebbe avuto più facile accesso. Il vestito dell’uomo nel dipinto di Moroni esprime il sentire del Rinascimento italiano dove “drappo e colore fa all’uomo onore”.

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Nonostante alcuni studiosi abbiano sostenuto che la professione sartoriale fosse un’attività inferiore nel Rinascimento, l’atto di tagliare e dare forma alla stoffa in capi d’abbigliamento su misura richiedeva notevole perizia ed esperienza. Oltretutto, la stoffa era molto costosa e la sua qualità rispecchiava la posizione economica di chi la indossava. Sarti d’alto livello che servivano le élite erano molto richiesti e potevano esigere notevoli retribuzioni. Per esempio, è documentato che Lorenzo Ghiberti dovesse al suo sarto, “Antonio, El Maestro”, l’ampia somma di 15 fiorini (Brucker 1971).

L’uomo dipinto dal Moroni è in posa rilassata, pronto a tagliare la stoffa che ha davanti. Il cui tessuto nero, colore che era riservato a uomini di un rango più alto, è stato segnato dal gesso secondo il modello richiesto per un preciso capo d’abbigliamento. Se quest’uomo fosse un mercante, l’artista avrebbe più probabilmente dipinto una pila di tessuti piuttosto che una semplice pezza di stoffa.

Non c’è un argomento decisivo a favore di questa analisi, ma i sottili indizi dell’abbigliamento e dell’impaginazione del quadro suggeriscono che quest’uomo sia un sarto d’alto livello”.
La questione, qui acutamente esaminata, sarà forse destinata a non trovare una soluzione. Certo è che la straordinaria attenzione e l’appassionata curiosità che lo sconosciuto “tagliapanni” del Moroni suscita, vanno al di là del chiarimento di tale, pur intrigante, dilemma.

Stefania Burnelli

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