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“Madre Teresa m’ha dato il ‘la’, così ho aiutato 7.000 bimbi indiani”

Alsaziana d'origine e bergamasca d'adozione, Hélène Ehret da oltre vent'anni si occupa di adozioni a distanza dei bambini dell'India: la sua Onlus ha cambiato la vita a circa 7.400 bambini, sostenuti anche nella loro terra d'origine con la realizzazione di strutture e la fornitura di attrezzature.

“Ciò che abbiamo fatto per noi stessi muore con noi. Ciò che abbiamo fatto per gli altri dura per sempre” – Harvey B. Mackay

Hélène Ehret questo lo sa bene: alsaziana di origine e bergamasca d’adozione, da oltre vent’anni si occupa di adozioni a distanza dei bambini dell’India.

“Nel 1974 adottai a distanza la mia prima bambina. Guarda caso, era indiana… Ma forse era solo destino”.

In quell’anno Hélène approccia per la prima volta il mondo delle adozioni a distanza: la formula ideale per aiutare i bambini bisognosi senza sradicarli dal loro territorio e dai loro affetti. Una convinzione rafforzata dalla stessa Madre Teresa di Calcutta che suggerisce ad Hélène di rivolgersi alla Seva Kendra, il Centro di Aiuto di Calcutta presieduto dall’Arcivescovo Henry D’Souza, che invia ad Hélène le foto e le “biografie” di quindici ragazzini di circa sei anni che senza aiuto a distanza non avrebbero mai potuto frequentare la scuola.

“Conservo ancora la lettera datata settembre 1992 in cui Madre Teresa di Calcutta mi suggerisce la strada da intraprendere: aiutare il maggior numero di bambini possibile senza sradicarli dal loro territorio e dalle loro famiglie; aiutarli a costruirsi un domani attraverso l’istruzione, la costruzione di una coscienza e la consapevolezza del proprio futuro. Questo attraverso l’adozione a distanza. Da sola non potevo farcela, così mi attivai immediatamente per trovar loro delle famiglie. Le trovai, e io trovai la mia Missione”.

Interprete per oltre trent’anni alla Legler di Ponte San Pietro e alla Reggiani di Bergamo, Hélène propone ad alcuni colleghi di seguirla in quest’entusiasmante ma difficile avventura. Poco alla volta crea il suo”social network”: una vera e propria rete di contatti che abbraccia un numero sempre crescente di volontari.

Fondata nel 1992, Missione Calcutta diventa Onlus dopo circa quindici anni di lavori e progetti. Centro del programma, la scolarizzazione dei più poveri e il desiderio di mostrar loro un futuro diverso da quello preimpostato su sistemi discriminanti e antimeritocratici; garantendo loro la possibilità di vestirsi, ricevere cure mediche di base e, soprattutto, la nutrizione necessaria: “Dona un paio di scarpe a un bambino indiano e questi le venderà per comprarsi del cibo”, racconta Hélène.

In poco più di vent’anni la Mission ha equipaggiato il futuro di circa 7.400 bambini: 2.929 sono quelli seguiti oggi grazie all’intervento di 2.489 padrini, 1.223 dei quali residenti sul territorio bergamasco.

Ma l’adozione a distanza non è l’unica forma di sostegno proposta da Missione Calcutta:

“Un terzo dei poveri di tutto il mondo vive in India – spiega Hélène – Il boom economico che ha coinvolto il paese mostra segni di squilibrio sia dal punto di vista sociale che territoriale. Le diseguaglianze non dipendono solo dalle disparità di reddito o di accesso ai servizi, ma anche dalle discriminazioni di genere e dalla sopravvivenza delle caste”. A beneficiarne sono i pochi ricchi e gli esponenti di una classe media in crescita. Il tenore di vita della gran parte della popolazione, tuttavia, è rimasto inalterato se non addirittura peggiorato: “L’accesso all’acqua potabile, ai servizi igienico-sanitari, all’istruzione e ai servizi abitativi è ancora un miraggio per un’enorme fetta di popolazione. Ciò che invece è ben visibile sono l’analfabetismo e la malnutrizione, principale alleata delle malattie infantili come morbillo, malaria, polmonite e dissenteria, che se non conducono alla morte compromettono in modo serio lo sviluppo fisico e cognitivo dei bambini”.

Motivi per i quali Missione Calcutta offre ogni anno centinaia di carrozzelle, strumenti per la riabilitazione motoria e le operazioni ortopediche; attrezzandosi con l’acquisto di cliniche mobili e di centri per la cura e l’intervento agli occhi.

Ma anche risciò motorizzati per gli uomini, macchine da cucire per le donne e corsi di informatica, meccanica e artigianato per i più giovani: “Alcuni villaggi non dispongono di scuole ed è quindi indispensabile acquistare pulmini o scuolabus per consentire a ogni bambino di non rinunciare a quello che, anche in India, vorremmo diventasse un diritto fondamentale: l’istruzione”.

A tal proposito, spicca la costruzione della scuola di Oodlabari nelle vicinanze del Darjeeling, una delle più famose piantagioni di thè al mondo: “Per realizzarla ci sono voluti 4 anni, dal 2007 al 2011, e 750.000 euro stanziati da un solo padrino. Grazie a questa donazione abbiamo potuto ospitare più di 2.000 studenti”.

Esistono poi strutture come il Jyothi Convent School for the Mentally Challenged a Parkkal, poverissimo villaggio rurale nel sud dell’India dove “le suore accolgono ragazzi con handicap fisici e mentali,provvedono alle cure riabilitative e offrono lezioni individuali per sviluppare, e quando possibile recuperare, le capacità motorie e mentali degli ospiti. Spesso i ragazzi raggiungono risultati tali da poter frequentare le scuole per normodotati e venire inseriti nelle classi con i loro coetanei”.

Altra sorgente, ma solo di problemi, è l’assenza d’acqua potabile: “In molte aree la popolazione è costretta a percorrere lunghi tragitti in barca per procurarsela e prima del nostro intervento nessun villaggio disponeva di quantitativi d’acqua potabile sufficienti per l’intero anno solare. Da oltre vent’anni, facciamo in modo che questa necessità venga colmata fornendo pozzi di diverso tipo e utilizzo”. Si va dal semplice pozzo artesiano, in grado di assecondare i bisogni di un’intera famiglia, a quelli capaci di soddisfare esigenze agricole e di allevamento. Ogni pozzo ha un costo che varia dai 1.500 ai 4.000 euro.

In cantiere per il 2016, Missione Calcutta medita la costruzione di un centro d’accoglienza per anziani e abbandonati nel Coimbatore, zona del profondo sud dell’India. Costo complessivo dell’operazione: 90.000 euro.

Ma il lavoro delle Onlus non finisce certo qui. Con l’avvento della crisi, il numero delle adozioni a distanza è fortemente diminuito e ogni anno sono centinaia i bambini da ricollocare: “Per aiutare un bambino bastano 20 centesimi al giorno – ricorda Hélène – Quel che per noi è poco, per loro può essere molto”.

Del resto, anche nell’era di Facebook e Twitter, esistono vari modi di essere ‘social’. Inviare una richiesta d’amicizia a chi ne ha veramente bisogno, di tanto in tanto, non farebbe male.

Per chiunque fosse interessato, basta contattare il sito http://www.missionecalcutta.it/ o la sede di via Ambrosoli 7 a Scanzorosciate (tel. 035668543).

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