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Papa Francesco riconosce il miracolo, Madre Teresa di Calcutta sarà santa

Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione a promulgare il decreto sul miracolo attribuito all’intercessione della Beata Teresa di Calcutta (Agnese Gonxha Bojaxhiu), fondatrice delle Congregazioni delle Missionarie della carità e dei Missionari della carità.

Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione a promulgare il decreto sul miracolo attribuito all’intercessione della Beata Teresa di Calcutta (Agnese Gonxha Bojaxhiu), fondatrice delle Congregazioni delle Missionarie della carità e dei Missionari della carità; nata in Albania il 26 agosto 1910 morta a Calcutta in India il 5 settembre 1997. Madre Teresa verrà canonizzata durante il Giubileo straordinario della misericordia. La data verrà decisa in un Concistoro dei cardinali con il Papa. Una data possibile è domenica 4 settembre 2016 quando si svolgerà il Giubileo degli operatori e dei volontari della misericordia (la memoria liturgica è lunedì 5 settembre ).

«Il Premio Nobel per la pace è consegnato a Madre Teresa perché vede Cristo in ogni essere umano che per lei è sacro. La caratteristica del suo lavoro è il rispetto per la persona, il valore e la dignità di ciascuno. Lei e le sue suore accolgono le persone più sole, infelici e abbandonate – poveri, moribondi, lebbrosi – con calore, pietà, compassione basate sul suo amore per Cristo che ella vede in ogni uomo. Donandosi a persone di ogni razza, religione e nazionalità, ha superato tutte le barriere. Con il suo messaggio è arrivata a tutti e ha gettato un seme di bontà. Ha lavorato per la pace e per l’inviolabilità della dignità di ogni uomo».

Il professor John Sanness, presidente del Comitato, nell’aula magna dell’Università di Oslo pronuncia un nobile discorso alla consegna del Premio a Teresa di Calcutta.
È il 10 dicembre 1979. Teresa, «matita nelle mani di Dio», vestita del «sari» bianco bordato di blu, si alza. La ascoltano i Reali di Norvegia, il Governo, il Parlamento, uno sceltissimo pubblico in costosi abiti da cerimonia.

Il suo eloquio, semplice ed essenziale, incanta e colpisce: «La pace oggi è minacciata dall’aborto, che è una guerra diretta, un’uccisione compiuta dalla stessa madre. Anche il bambino non ancora nato è nelle mani di Dio. L’aborto è il peggior male e il peggior distruttore della pace. Noi non ci saremmo se i nostri genitori non ci avessero voluto. I nostri bambini li abbiamo desiderati e li amiamo. Ma che ne è degli altri milioni? Molti si preoccupano dei bambini dell’India e dell’Africa, che muoiono di fame e malattie, ma milioni muoiono per espressa volontà delle madri. L’aborto distrugge la pace perché se una madre può uccidere il proprio bambino, che cosa impedisce a me di uccidere voi e a voi di uccidere me? Niente. All’inizio dell’”Anno del bambino” ho chiesto a tutti: facciamo in modo che ogni bambino possa nascere e che ogni bambino non desiderato possa diventare desiderato. L’”Anno” è alla fine: i bambini li abbiamo veramente desiderati?».

Il discorso è una scudisciata. Gli organizzatori sono attoniti, il pubblico è affascinato e conquistato. La piccola suora incalza: «Vi dirò qualcosa di sconvolgente. Noi combattiamo l’aborto con l’adozione. Così salviamo migliaia di vite. Abbiamo sparso la voce nelle cliniche, negli ospedali, nei posti di polizia: “Non uccidete i bambini, di loro ci prenderemo cura noi”. A ogni ora del giorno e della notte le ragazze madri ci chiamano.
A tutte diciamo: “Venga, penseremo a lei, prenderemo il suo bambino, gli daremo una casa, gli cercheremo una famiglia”. Non abbiamo bisogno di bombe né di fucili: solo se ci ameremo potremo portare la pace e la gioia e potremo vincere i mali del mondo».

Le parole della Madre calano sulla platea ammutolita: «Se da qui partisse la gioia della salvezza per il bimbo non nato, se diventasse la fiaccola della pace nel mondo, allora il Premio Nobel sarebbe il più bel dono del popolo norvegese. Che il Signore vi benedica». Il consesso internazionale, orgoglioso della propria laicità, tace pensoso. Nessuno contesta «la donna che fece sentire la tenerezza di Dio agli sconfitti della vita», come affermò Giovanni Paolo II il giorno della morte. In piedi prorompono in un applauso scrosciante e interminabile. Le consegnano i 160 milioni di lire del Premio e altri 50 milioni raccolti in quell’aristocratica assemblea. «Tornerò in India e porterò il segno del vostro amore».

Un impegno che è esplicitamente ricordato nell’omelia della beatificazione domenica 19 ottobre 2003, Giornata missionaria mondiale. Giovanni Paolo II ricorda con commozione: «Ogni tanto veniva a parlarmi delle sue esperienze a servizio dei valori evangelici. Ricordo, a esempio, i suoi interventi a favore della vita e contro l’aborto, anche in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace (Oslo, 10 dicembre 1979). Soleva dire: “Se sentite che qualche donna non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bimbo. Io lo amerò, vedendo in lui il segno dell’amore di Dio”».

Nel 1990, per il suo 80° compleanno, è acclamata «presidente onoraria» di tutti i Movimenti per la vita del mondo. «Madre Teresa della vita» va in ogni angolo della Terra a portare il suo messaggio: «Mi sento la madre di migliaia di bambini. I piccoli concepiti e abortiti sono i più poveri dei poveri, traditi dai genitori, indifesi, neppure riconosciuti come figli». Alza la voce, spende energie, si impegna allo spasimo per combattere l’aborto e le leggi che lo consentono e per restituire alle donne il senso della loro dignità e della loro missione.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Javier Perez de Cuellar la invita al Palazzo di Vetro a New York. Quando il 26 ottobre 1985 sale alla tribuna la presenta all’assemblea: «Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo». La religiosa albanese-indiana parla di minaccia nucleare – è la stagione della corsa agli armamenti –, Aids, fame e aborto: «Impediamo che vengano uccisi i bambini non ancora nati. L’aborto è una grave minaccia per la pace. Quando eliminiamo un bambino non nato stiamo cercando di eliminare Dio». Non è un paradosso se si ricordano le parole di Gesù: «Ogni cosa che fate a uno di questi piccoli, lo fate a me».
Il 3 febbraio 1994 parla al Congresso degli Stati Uniti, in prima fila Bill e Hillary Clinton: «Ogni nazione che accetta l’aborto non sta insegnando al proprio popolo ad amare, bensì a usare la violenza per raggiungere ciò che vuole». Nello Studio Ovale esorta la coppia presidenziale: dalla Casa Bianca «deve partire un segno di attenzione per i più deboli dei deboli, i bambini non ancora nati».

Il 1° marzo 1979 all’Accademia dei Lincei a Roma riceve dal presidente della Repubblica Sandro Pertini il «Premio Balzan per la pace», che nel 1963 fu attribuito a Papa Giovanni. La «Madre dei poveri» denuncia: «La povertà più grande è l’aborto perché vuol dire che abbiamo paura dei bambini, di allevarli e di educarli». È insignita di 124 premi sotto tutte le latitudini.

Condanna l’indifferenza dei popoli opulenti e la corsa al riarmo: «Ho un suggerimento per i governanti: dateli a me i soldi che sciupate per le armi. Saprei bene io come usarli». Per scongiurare la guerra nel Golfo del 1991 scrive a George Bush senior e a Saddam Hussein. Un appello inascoltato ma il raìs, dopo la guerra, consente alle Missionarie della carità di aprire una casa a Bagdad: sono ancora lì. Contro l’aborto scrive messaggi alle Conferenze mondiali sulla demografia al Cairo nel 1994, sulla donna a Pechino nel 1995, a Indira Gandhi premier dell’India, al presidente del Pakistan. Invita a scoprire le miserie morali del mondo ricco e le ricchezze spirituali del mondo povero.

Si china con amore misericordioso su lebbrosi, malati, orfani, diseredati, reietti, vecchi e bambini abbandonati, moribondi raccolti su mucchi di immondizie tra scarafaggi, cani e topi. Sono i «più poveri tra i poveri» perché respinti dalla società e rifiutati persino dai poveri: «Il bimbo non ancora nato è il mio figlio prediletto ed è stato creato per una grande cosa: amare ed essere amato».
Centomila persone, più di qualunque derby, affollano nel pomeriggio del 23 aprile 1977 lo stadio di San Siro di Milano per incontrarla: arrivano dalle parrocchie lombarde, ma anche da Piemonte, Liguria, Veneto, Toscana, Emilia Romagna. Il clima politico-sociale è infuocato. L’Italia vive l’incubo degli «anni di piombo».
Brigate Rosse e Prima Linea spargono terrore e morte. Il Senato sta discutendo la legge, già approvato dalla Camera, sulla legalizzazione dell’aborto, farisaicamente chiamato «Interruzione volontaria della gravidanza»: la 194 sarà approvata il 18 maggio 1978 ed entrerà in vigore il 5 giugno.

In quegli anni Madre Teresa viene due volte a Torino, invitata dal Servizio Missionario Giovanile (Sermig) di Ernesto Olivero ed entrambe le volte migliaia di torinesi le si stringono attorno: il 17 giugno 1976 va alla Piccola Casa della Divina Provvidenza, al santuario della Consolata e poi nella chiesa dell’Arcivescovado. Torna due anni dopo e il 7 ottobre 1978 va a pregare in Duomo davanti alla Sindone nell’ostensione di quell’anno.

Domenica 19 ottobre 2003, Giornata missionaria mondiale, al culmine delle celebrazioni per il XXV del pontificato, Giovanni Paolo II la proclama beata in piazza San Pietro fra 300 mila persone.

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