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Allevatore bergamasco: la mia battaglia a difesa del latte contro le multinazionali

Giorgio Piovanelli, 45 anni, è uno dei circa 600 allevatori bergamaschi che ogni giorno deve combattere una dura battaglia: la difesa del loro prodotto, il latte. Una guerra in trincea con la concorrenza sleale di altri produttori europei e le multinazionali che con i prodotti Made in Italy sui formaggi fanno affari d’oro.

La loro guerra quotidiana non sale mai alla ribalta della cronaca economica. Eppure le vittime ci sono. Basti pensare che oggi l’Italia conta 38mila stalle contro le 180mila del 1990.

Nei primi mesi del 2015 hanno chiuso altre 1.000, secondo le stime di Coldiretti.

Dati che sorprendono non fosse altro perché sono recenti, nell’anno di Expò Milano 2015 che celebrava il cibo e l’equilibrio con la terra.

Il conflitto giornaliero è quello degli allevatori italiani dopo che il 31 marzo di quest’anno le quote latte sono state abolite e il prezzo del latte ha subito un tracollo dopo che la crisi russa – e il successivo embargo – ha spazzato via il principale mercato di export per l’Unione Europea che valeva 5,5 miliardi di euro.

Da allora Germania e Francia, che in Russia mandavano il latte, hanno riversato il surplus sul mercato europeo e italiano in particolare. Se il prezzo lo fa il mercato c’è da dire che sulla piazza italiana c’è un solo interlocutore potentissimo: la francese Lactalis che negli anni scorsi ha acquisito i marchi italiani come Galbani, Invernizzi e Parlamat.

Il prezzo del latte dovrebbe oscillare tra i 38 e i 41 centesimi al litro secondo le caratteristiche dell’azienda, questo almeno a quanto rivela uno studio di Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare).

“Fino a novembre il prezzo del latte è stato di 33 centesimi e mezzo, mentre da dicembre il prezzo salirà a 36 centesimi al quale si aggiunge un altro centesimo che è stato riconosciuto dal Governo e che arriverà grazie a dei fondi europei – spiega Giorgio Piovanelli, 45 anni, titolare dell’Azienda Piovanelli di Zanica dove lavorano altre due persone -. Abbiamo 300 capi di cui 150 da latte. Il prezzo che ci viene corrisposto per un litro di latte non considera due elementi fondamentali: la qualità del nostro prodotto e la sicurezza dovuta all’alta attenzione che c’è su tutta la filiera. Il nostro prodotto è garantito e di alta qualità proprio per i continui controlli ai quali ci sottoponiamo”.

Un’alta qualità che però non viene riconosciuta sul mercato. Il prezzo del latte deve fare i conti con i paesi dell’Est dove i costi di produzione, del personale, dei controlli sui capi sono ben lontani dagli standard del Bel Paese.

“Eppure le multinazionali sanno benissimo che la qualità italiana è una garanzia, anzi sul mercato i prodotti alimentari Made in Italy hanno un valore aggiunto che oscilla tra il 30 e il 40% in più – aggiunge Piovabelli –. Peccato che i formaggi italiani spesso siano fatti con latte che viene dall’estero che ha una qualità inferiore. Il Brennero per noi agricoltori e allevatori è il simbolo di una sconfitta”.

Piovanelli allarga il discorso anche ad altri prodotti che meriterebbero tutele e garanzie, dall’olio alla carne. E si appella ai consumatori: “che devono osservare e controllare la filiera di produzione, dove noi italiani investiamo parecchio e dobbiamo affrontare una più complessa burocrazia, severi controlli sugli animali e misure di sicurezza”.

L’allevatore riconosce il grande lavoro del ministro dell’Agricoltura, il bergamasco Maurizio Martina, anche se aggiunge: “Dovremmo battere di più i pugni in Europa per ottenere ciò che ci spetta: ovvero il riconoscimento della nostra qualità”. E di fronte alla battaglia per il prezzo del latte – “ormai lavoriamo in perdita” confida Piovanelli – l’allevatore confessa: “Non cambierei mai questo lavoro, c’è tutta la mia passione per gli animali, l’amore per l’ambiente e per un prodotto che è davvero di ottima qualità”.

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