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Bossetti, un anno e mezzo di carcere da convinto innocente fotogallery

Erano le 16 di lunedì 16 giugno 2014 quando i carabinieri di Bergamo lo arrestarono in un cantiere di Seriate. Fu la svolta nell'intricato caso del delitto di Yara Gambirasio. Ma in 18 mesi il carpentiere si è sempre dichiarato innocente

Si è dichiarato innocente fin dall’inizio e non ha mai arretrato di un passo. E’ passato un anno e mezzo dall’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti, il carpentiere 45enne di Mapello a processo (proprio oggi è in programma una nuova udienza) del brutale omicidio della tredicenne di Brembate Sopra Yara Gambirasio.

Erano le 16 di lunedì 16 giugno 2014 quando i carabinieri di Bergamo fecero irruzione in un cantiere di Seriate e prelevarono il muratore bergamasco, tra lo sgomento dei colleghi. Bossetti stava lavorando al piano superiore di una palazzina.

Nel vedere i militari, non è chiaro per quale motivo, si diresse nella direzione opposta. Il capo cantiere cercò di calmare gli animi e richiamò Bossetti. L’uomo venne raggiunto e ammanettato un minuto dopo. Chiese di bere dell’acqua e di poter indossare le scarpe che si era tolto per mettere quelle da cantiere.

Il suo arresto segnò la svolta nel complicato caso dell’omicidio della giovane ginnasta. Erano le 17 del 26 novembre del 2010 quando Yara salutò per l’ultima volta la mamma Maura prima di andare in palestra a portare uno stereo alla sua maestra.

Venne ritrovata morta tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola, ferita con con tagli alla gola, al torace, alla schiena e ai polsi, provocati da un oggetto contundente e poi morta di stenti e di freddo intorno a mezzanotte.

Le indagini sono state lunghe e complicate. E non senza colpi di scena. Come l’arresto, il cinque dicembre 2010, del marocchino Mohamed Fikri, poi rivelatosi estraneo alla vicenda e risarcito con novemila euro.

Fino all’isolamento, il 15 giugno 2011, di una traccia di dna maschile sugli slip della ragazzina che, a differenza degli altri tre già esaminati, non sarebbe stata suscettibile di contaminazione casuale. Sarebbe il dna dell’assassino, che viene definito “Ignoto 1”. Un profilo genetico che non è tra i 18mila raccolti in quei mesi dagli investigatori nella Bergamasca.

Il 18 settembre 2012 nasce la cosiddetta “pista di Gorno”: viene estratto da una marca da bollo su una vecchia patente il Dna di Giuseppe Guerinoni, autista di Gorno sposato e padre di due figli, morto a 61 anni nel 1999. Il suo Dna è molto simile a quello trovato sul corpo di Yara. Comparato con il nucleo famigliare dell’uomo, però, non porta ad alcun risultato.

Da qui l’ipotesi degli investigatori che esista un suo figlio illegittimo. Il 7 marzo 2013 viene riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni, che viene sottoposta a tutti gli accertamenti del caso, come disposto dalla Procura, per stabilire l’autenticità delle tracce di Dna raccolte.

Il 10 aprile 2014 la consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo fuga i dubbi sulla corrispondenza del Dna con quello di Guerinoni. “Ignoto 1” è sicuramente un suo figlio illegittimo. Gli inquirenti allora passano al setaccio le 525 donne che negli anni possono essere entrate in contatto con l’autista, fino al test comparativo del Dna che inchioda Ester Arzuffi, madre del presunto assassino.

Le attenzioni si spostano così sui suoi figli, in particolare quello maggiore che fa il carpentiere, visto nei polmoni di Yara fu trovata calce da cantiere.

Il 15 giugno 2014 i carabinieri seguono Bossetti che con la sua famiglia si reca a fare shopping a Orio Center, sperando possa lasciare le proprie tracce di dna, magari su un tazzina di caffè. Ma nulla. Decidono allora di organizzare un finto posto di blocco con alcol-test nelle vicinanze della sua abitazione, in modo da poter raccogliere il suo dna.

Una volta avuta la conferma che Ignoto 1 sia lui, viene pianificato l’arresto. Una pattuglia dei carabinieri si apposta all’esterno della casa di Brembate e, per scongiurare una possibile fuga, lo seguono fino al cantiere di Seriate. Alle 16 scatta il blitz e Bossetti viene condotto al comando dei carabinieri di Bergamo, in via Delle Valli. Il carpentiere fin dal primo giorno si dichiara innocente e completamente estraneo alla vicenda.

E nonostante i vari tentativi degli inquirenti di convincerlo a confessare, nel corso dei numerosi interrogatori non arretra di un passo.

Il 26 febbraio 2015 il pubblico ministero Letizia Ruggeri chiude le indagini. Il 27 aprile Bossetti viene rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio aggravato, oltre che di calunnia nei confronti di Massimo Maggioni, un suo collega che aveva indicato come presunto omicida di Yara. A carico di Bossetti, olte che la prova del suo dna rinvenuto su slip e leggins di Yara, anche altri indizi come le imagini del suo furgone ripreso nella zona della palestra la sera del 26 novembre 2010, le celle telefoniche che lo collocano in quell’area, le fibre del sedile e le sferette metalliche da cantiere ritrovate sugli indumneti della tredicenne.

Venerdì 3 luglio prende il via il processo di fronte alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Antonella Bertoja. Anche qui, diversi i colpi di scena nel corso delle deposizioni dei vari testimoni. Bossetti è sempre presente. Abbronzato, impassibile. A tratti sereno, nonostante il pesante capo d’imputazione. E sempre fermo sulla sua posizione di convinto innocente.

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