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Paleari: verso un New Deal per l’Università

Pubblichiamo il testo integrale della Lectio Magistralis del professor Stefano Paleari all'Università degli Studi di Brescia in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Accademico 2015-16.

Gli avvenimenti degli ultimi anni e i giorni che stiamo vivendo ci presentano un mondo in forte turbolenza istituzionale ed economica. Il modello di sviluppo che ha caratterizzato gli ultimi 50 anni è messo in discussione. Ciò accomuna tutti i Paesi per ragioni e ambiti diversi. Serve una discontinuità, un passaggio di scala, un cambiamento di paradigma.

Tutto ciò è in primo luogo una questione educativa che deve riguardare anche le Università, a partire da quelle europee. Per l’Italia questa sfida è concomitante con la situazione di un Paese che è in pieno inverno demografico e che ha perso negli ultimi anni un quarto del suo potenziale industriale. 

Anche l’Università nello stesso periodo ha fatto passi indietro come numero di studenti, di ricercatori e di risorse investite.

Come se ne esce? Prendendo atto tanto di quello che è successo quanto del comune destino che accompagna l’industria italiana e il suo sistema universitario. E cercando delle risposte concrete. Con tutti i limiti del confronto, tutti ricordano il New Deal del Presidente Roosevelt, quell’insieme di azioni politiche che ha portato gli Stati Uniti fuori dalla Grande Depressione. Partiamo da qui, con un atto di umiltà e immaginiamo un New Deal per l’Università e poi anche per il Paese.

Dalle tendenze mondiali in atto nei sistemi universitari individueremo un insieme di 5 principi e di 5 valori (le 5 libertà) che reggono il New Deal e preparano a 12 proposte ovviamente quest’ultime contestualizzate al sistema italiano. Si tratta di azioni che si fanno notare non tanto per le implicazioni finanziarie, assai modeste, quanto per il cambiamento di mentalità e di modo di operare che esse comportano al fine di essere implementate.

Dal voucher per le Università pubbliche, al diritto allo studio in capo alle Università, alla libertà di spostamento dei ricercatori e dei docenti, alla portabilità in Europa del piano previdenziale, ai maggiori stipendi per i migliori, alla libertà di impresa per i ricercatori, al Testo Unico con certificazione esterna dei bilanci delle Università, alla separazione del real estate dall’attività accademica, alle carriere in contesti multidisciplinari, alle nuove professioni fino al ruolo delle University of Applied Sciences. Uno sforzo che muove dalla conoscenza e dalla ricerca e che vuole essere anche un atto di coraggio e di fiducia per il domani.

INTRODUZIONE

In questi ultimi anni, nei quali ho vissuto l’esperienza di governo di un’Università e l’impegno nella Conferenza dei Rettori delle Università italiane, ho avuto modo di riflettere, e di vivere in prima persona, le sfide a cui è chiamato a rispondere il nostro Paese, soprattutto con riferimento alle ormai croniche difficoltà in termini di capacità di crescita, di innovazione e di cambiamento. Mi sono spesso domandato d’altro canto se, a capo di un’Università, avessi dovuto pensare innanzitutto ai problemi, già assai complessi, del solo mondo accademico, come se le Università potessero in qualche modo sottrarsi alle dinamiche del nostro tempo. Non è stato così, sia per necessità sia per forma mentis.

Il futuro dell’Università è strettamente intrecciato alle dinamiche della società e delle Istituzioni che la rappresentano. In questo articolo, che sintetizza l’idea di Università maturata in questi anni con il nostro gruppo di ricerca, lo staff della CRUI e della Fondazione CRUI, cercherò di partire dalla società e dalle sue recenti dinamiche.

Perché un titolo come questo?

Che cosa vuol dire recuperare il termine “New Deal” oggi, e riferirlo all’Università? Franklin Delano Roosevelt, il trentaduesimo presidente degli Stati Uniti d’America, in carica dal 1933 fino alla sua morte nel 1945, in un suo celebre discorso a Chicago durante la campagna elettorale aveva annunciato l’intenzione di avviare un “new deal” (cioè un nuovo corso) per la politica economica statunitense. Durante i quattro mesi che passarono dall’elezione all’insediamento la crisi continuò a peggiorare a tal punto che il giorno del giuramento per la Presidenza, il 4 marzo 1933, la maggior parte degli Stati aveva chiuso a tempo indeterminato le banche al fine di evitare il collasso ormai imminente dell’intero sistema finanziario.

Durante i primi cento giorni di amministrazione, Roosevelt indusse il Congresso ad approvare una serie di provvedimenti indicati da un “brain trust”, ovvero un gruppo di docenti universitari e ricercatori. Negli anni a seguire, Il New Deal mutò radicalmente i rapporti fra economia e politica, fra i cittadini e lo Stato, e grazie all’energia e alla fiducia che Roosevelt riuscì a trasmettere agli americani, i cittadini statunitensi abbandonarono il sentimento di rassegnazione che aveva accompagnato i primi anni successivi alla crisi del 1929.

Ho la convinzione che oggi servirebbe un new deal per tutta la società italiana ed europea, che appare incapace di riprendere un percorso di sviluppo e di aggiustare i suoi tanti squilibri. E se negli anni ’30, fu un “brain trust” di scienziati a guidare l’azione di Roosevelt, credo che anche oggi l’Università nel mondo non si possa sottrarre.

Anzi per il percorso che ha vissuto in questi anni, non solo in Italia, merita di essere tra i soggetti che avviano il cambio di passo. Ecco allora perché, in questa mia relazione, voglio descrivere il New Deal che immagino per l’Università a partire dall’Italia. Un nuovo corso che possa avviare un processo di cambiamento da estendere a tutta la società. Questo New Deal può essere immaginato come una discontinuità adattiva, come evoluzione. L’evoluzione non è sempre “progresso”, è invece sempre adattamento.

Può contemplare dei passi in avanti, dei passi indietro, e anche dei passi laterali durante il percorso. Questo perché la discontinuità è un passaggio di scala, un nuovo paradigma, e il cambiamento del paradigma dominante è in primo luogo una questione educativa. Il presente documento si snoda in tre sezioni. La prima parte è una descrizione del contesto socio-economico di riferimento. La seconda sottolinea alcuni trend nei sistemi di educazione superiore a livello internazionale. La terza, partendo da un focus sul sistema universitario italiano, propone i principi, i valori e le azioni di questo “New Deal”. Le proposte ovviamente sono adattate al contesto italiano.

1. L’ORIGINE DEL “NEW DEAL”: IL CONTESTO

Ci troviamo a valle di un percorso storico che segna per la nostra economia, e per la nostra società, una sorta di capolinea. Nei decenni che abbiamo alle spalle, abbiamo fondato i nostri modelli di sviluppo sull’attesa di una costante crescita economica. Abbiamo creduto in un progresso senza interruzioni, sia in termini economici, sia di conquiste sociali. Oggi questa fase si può dire conclusa, e mentre ce ne rendiamo conto, comprendiamo che abbiamo bisogno di mettere in discussione alcuni dei principi fondamentali dell’attuale modello di società, che non sono più sostenibili, perché sono mutate radicalmente le condizioni di contorno.

Nell’ultimo secolo, la popolazione mondiale è aumentata esponenzialmente, passando da 2 a 7 miliardi di persone. Nello stesso periodo, la ricchezza accumulata nei Paesi occidentali è cresciuta più che in tutti i secoli precedenti. Ma la crisi economica che stiamo vivendo suggerisce che tale fase è ora in grande difficoltà e che molti dei capisaldi sui quali abbiamo posto le fondamenta del nostro sviluppo sono ormai da considerarsi obsoleti. Il concetto di “crescita” va rivisto e ricondotto su parametri nuovi.

È ora necessario il passaggio da una crescita solo quantitativa a una qualitativa e quantitativa in altri fattori. Non stiamo parlando di una “decrescita felice”, ma di una diversa crescita. Sarebbe come affermare che una vita più lunga e più sicura è certamente più arricchente senza necessariamente essere più ricca. Mentre i meccanismi di accumulazione tipici dell’ultimo secolo erano quelli immobiliari e finanziari, ora dovranno prevalere quelli legati al capitale umano, la ricchezza che arriva dalla conoscenza e dalla coscienza di sé.

Ci stiamo spostando quindi dal “diritto di avere” al “diritto di essere”. Alcuni economisti hanno cercato di spiegare quanto accaduto negli ultimi anni ricordando gli eventi del periodo della Grande Depressione. Il parallelismo fra la crisi economico-finanziaria originatasi nel 1929 e la fase recessiva del 2008, pur nei suoi limiti, fornisce spunti molteplici. Il crollo del mercato azionario americano dell’autunno del 1929 ebbe pesanti ripercussioni non solo sul tessuto produttivo statunitense ma anche su quello di molti Stati europei. In poco meno di 3 anni il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti raggiunse il suo picco, poco sotto il 25%, crescendo di quasi 20 punti percentuali.

Gli alti tassi di disoccupazione furono concomitanti con la forte contrazione dell’attività produttiva (-15% nel 1932). Allo stesso modo, nel 2008, a partire dagli Stati Uniti si è propagata nel resto del mondo una delle crisi finanziarie più drammatiche della storia economica recente. Anche gli episodi attuali hanno avuto inizio nello scoppio di una bolla speculativa, questa volta innescata dai mutui subprime.

E proprio come nel ’29, quella che è nata come crisi finanziaria, si è trasformata in molti Paesi in una crisi dell’economia reale con un forte calo del PIL, il rialzo del tasso di disoccupazione e una riduzione del credito bancario.

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Nel contesto attuale tuttavia, alla crisi economica e finanziaria, si aggiunge un’altra dinamica, forse ancora più profonda, “carsica”, perché nascosta: la crisi demografica. Essa evidenzia ancor più di ogni altra analisi la non sostenibilità del nostro modello di sviluppo economico. In assenza di crescita demografica, o di stabilizzazione almeno, infatti, la crescita quantitativa, se non sostenuta da continui recuperi di produttività, è una sorta di “vendita allo scoperto” delle attuali generazioni alle future.

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Il nostro Paese si presta, da questo punto di vista, a un’ottima esemplificazione.

Fino a 50 anni fa il numero delle nuove nascite superava in Italia quello dell’anno precedente. Da allora però, il numero di nuovi nati nel nostro Paese è diminuito e nel 2014 in Italia ci siamo fermati a 500 mila bambini, la metà rispetto a 50 anni prima. Se questa crisi demografica continuerà, la popolazione italiana, senza altri apporti, planerà sempre più velocemente verso i 40 milioni di abitanti, con il debito pubblico che continuerà a crescere sia in termini assoluti sia pro capite. Ciò rende ancora più urgente creare un modello di sviluppo equo e sostenibile, che non scarichi sulle future generazioni il perseverare delle attuali cattive pratiche.

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Questo deve diventare un nostro punto di partenza, perché i diritti delle future generazioni sono i nostri doveri. La crisi demografica italiana è ancora più preoccupante se messa a confronto con i dati relativi alla natalità di altri Paesi, anche sviluppati. Prendiamo a esempio il Regno Unito.

Italia e Regno Unito avevano lo stesso numero di nascite 50 anni fa, circa 1 milione all’anno. Oggi i bambini nati nel 2014 nel Regno Unito sono quasi 800 mila. Sebbene anche questo Paese osservi un calo della natalità rispetto ai valori massimi, esso è molto meno marcato e i nuovi nati sono oggi il 50% in più rispetto ai nati in Italia. Alla decrescita demografica del mondo sviluppato si accompagna una crescita economica quanto mai anemica. Osservando la variazione annua del PIL negli ultimi 5 anni si può infatti chiaramente individuare un rallentamento di tutte le economie del mondo Occidentale rispetto ai Paesi in via di sviluppo. Persino negli Stati Uniti, che non stanno sperimentando né un calo drammatico della natalità, né una diminuzione della popolazione, si sta discutendo di come affrontare questa sorta di “stagnazione secolare”.

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Di fronte all’impossibilità di crescere insieme alla demografia, non resta che affidarsi all’innovazione, allo sviluppo continuo di prodotti e pratiche che comportano radicali cambiamenti anche nell’organizzazione e negli stili di vita. L’innovazione è scientifica e tecnologica ma può e deve anche essere sociale (la raccolta differenziata, migliori stili di vita). In questo le Università devono allora essere anche percepite come stimolatori di innovazione sociale.

Va detto che le innovazioni non mancano. Tuttavia esse si scontrano con alcuni “colli di bottiglia”. Sembra quasi che le nuove tecnologie si fermino di fronte alle barriere del Novecento. In alcuni casi senza alcun effetto pratico. Pensiamo banalmente alla cornetta telefonica che ancora oggi fa mostra di sé sui display dei telefoni di ultima generazione, dove per rispondere ad una chiamata si preme, o si striscia, un’icona che per le nuove generazioni non ha nemmeno un significato fisico.

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O la forma di un floppy, che privato di dimensione fisica, individua ancora il metodo con cui si salvano le informazioni prima di chiudere un programma.

Oltre a questi elementi aneddotici, sui quali si può anche sorridere, in altri casi i colli di bottiglia rappresentano i veri e propri tappi al cambiamento. Infatti, alcune parti della nostra società vivono effettivamente il XXI secolo, mentre altre rimangono ben radicate nel secolo precedente dettando purtroppo la velocità a tutto il sistema. Ogni riforma dovrebbe porsi allora l’obiettivo di rimuovere tutti i colli di bottiglia, piuttosto che spronare i velocisti ad andare ancora più veloce. Che senso ha fare tutto con un click se al minimo problema si risponde con gli strumenti della burocrazia del Novecento? Il prezzo che si paga in assenza di “innovazione compiuta”, comprensiva cioè dell’ultimo miglio, spiega la scarsa produttività di tutto il sistema.

Nel contesto che ha visto originare la crisi del 2008, e che oggi sembra fare intravvedere timidi segnali di ripresa, la situazione italiana rimane comunque la più critica non soltanto rispetto ai Paesi al di fuori dell’area euro, ma anche all’interno della stessa Eurozona.

Mentre gli altri Stati europei sembrano in convalescenza, l’Italia è ancora in prognosi riservata. Non ci rendiamo conto che la produzione industriale, che dovrebbe trainare la ripresa, ristagna a livelli del 20-25% inferiori rispetto a dieci anni fa. La produzione industriale è l’emblema di come nel nuovo secolo si è snodata una sorta di “guerra”. Si tratta proprio di una contesa tra Nazioni per acquisire produzione industriale. Negli ultimi anni c’è stata una “drammatica migrazione” della produzione dai Paesi sviluppati ai Paesi emergenti e in via di sviluppo. Solo 15 anni fa, gli Stati Uniti e il Giappone detenevano oltre il 40% della produzione mondiale. Oggi questa percentuale è scesa al 21%. Nello stesso periodo, la Cina è passata dall’8% al 30%. Mentre la Cina diventava il “grande produttore del mondo”, gli Stati Uniti e l’Europa si prestavano ad essere il “grande consumatore indebitato”.

Oggi anche l’economia cinese sta subendo un rallentamento. Ciò causa una reazione a catena, sia nel mondo occidentale, sia sulle economie di tutto il sud-est asiatico, che trovano nel mercato cinese il principale consumatore dei propri prodotti. In questo contesto, le giovani generazioni sono una della categorie maggiormente colpite dalla crisi, se non la più colpita in assoluto e i relativi tassi di disoccupazione ne sono il termometro.

Va ricordato come le vicende della “prematuramente definita” Primavera Araba, della guerra civile siriana, i conseguenti flussi migratori verso il mondo occidentale, e anche i recenti attacchi terroristici avvengono in un quadro di squilibri mondiali e di trend incontrollati. La domanda che ci poniamo al termine di questa prima analisi è quindi: come è possibile reagire al declino? Il Premio Nobel Edmund Phelps evidenzia che c’è ancora spazio per recuperare dinamismo nelle economie moderne, e tre sono le condizioni: i) una migliore comprensione fra legislatori, governanti e imprese; ii) riforme che scoraggino le prospettive di breve periodo; iii) il ridimensionamento del potere di veto delle corporazioni che continuano a trarre vantaggio da una situazione sempre più ingiusta, limitando la spinta all’innovazione “compiuta”.

2. UNIVERSITÀ E SOCIETÀ

Come ho anticipato, una delle istituzioni che possono agire da defibrillatore del sistema è l’Università, ed è per questo che dal contesto in cui nasce l’esigenza del New Deal, la mia relazione si sposta ora all’interno dell’accademia. Perché se è vero che dobbiamo reagire al declino è anche vero che la risposta è prima di tutto una questione educativa, di conoscenza e di valori. E ad essere chiamata in causa è proprio l’Università, intesa come agente sociale, immerso nelle turbolenze della nostra epoca.

Nel corso delle ultime decadi, l’Università ha assistito a un passaggio di scala, da un luogo per l’élite a riferimento per la gran parte dei cittadini. Questa trasformazione, con il tempo, ha finito per mettere in discussione la sostenibilità del sistema stesso, perseguibile con due strategie alternative: da un lato, l’omogeneizzazione, tale da garantire a ciascun studente l’accesso allo stesso servizio e a costi contenuti; dall’altro, la differenziazione dell’offerta all’interno dei singoli sistemi, dove viene permesso solo a una selezione, un servizio di alta qualità. Le spinte alla differenziazione in un contesto di massa sono positive se non generano meccanismi di esclusione.

Allo stesso modo l’omologazione dei sistemi educativi mal si adatta alla varietà della Natura e dei contesti storici e ambientali. Cerchiamo ora di vedere quanto sono ampie le trasformazioni in atto, dando uno sguardo veloce alle nuove tendenze che stanno caratterizzando i sistemi di alta educazione nelle più diverse aree del pianeta.

Fra tutti i trend, forse il più rilevante è quello che descrive l’incrementata mobilità dei talenti, siano questi studenti o ricercatori. Tale dinamica è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni, con effetti negativi per una parte d’Europa, da dove un gran numero di ricercatori sta emigrando verso l’Europa “ricca” e oltre Oceano, verso gli Stati Uniti, il Canada o la più lontana Australia e, da ultimo, verso il ricco Oriente.

Volgendo lo sguardo proprio a Oriente, è possibile osservare come diversi Paesi stiano diventando importanti realtà in termini di educazione superiore. Si pensi alla Cina, che sebbene registri un investimento per abitante apparentemente contenuto, è capace di attrarre studenti anche da altri Paesi, garantendo al contempo un’elevata mobilità a livello globale per i suoi studenti. Importanti investimenti nel sistema universitario caratterizzano da tempo Singapore, la Corea del Sud e il Giappone.

Quest’ultimo, sebbene contraddistinto da tempo da un’economia stagnante, ha deciso di investire sempre più sulla conoscenza come elemento di riscatto. Si pensi, ad esempio, al Super Global Universities Programme, lanciato nel 2015 per 37 università giapponesi, con l’obiettivo di primeggiare a livello internazionale e attrarre talenti da ogni dove.

Anche i Paesi del Golfo arabo si fanno notare, sebbene con dinamiche differenti. Si distinguono, ad esempio, i contesti caratterizzati da un ampio bacino di studenti, ma da scarse risorse finanziarie, come Yemen e Oman; altri Paesi, viceversa investono risorse ingenti, dipendendo esclusivamente dagli studenti internazionali, come gli Emirati Arabi; infine l’Arabia Saudita può contare contemporaneamente su fondi elevati e una congrua massa di studenti locali. Viste le ingenti risorse in campo, è vivo l’interesse per queste realtà da parte dei sistemi educativi più forti. Negli ultimi anni si sono posizionate in queste nuove realtà con sedi proprie e non senza problemi anche etici (international university branches) importanti università come la Sorbonne di Parigi, la New York University e la Carnegie Mellon University.

Guardando agli Stati Uniti, il sistema educativo sino a oggi considerato come punto di riferimento globale sta affrontando importanti criticità. Le tasse per gli studenti sono cresciute di oltre il 300% a partire dagli anni Novanta.

Si tratta di un incremento non paragonabile a nessun altro settore dell’economia statunitense. Nell’ultima decade, a questo trend si è aggiunto il decremento del reddito delle famiglie americane (-$4,861 negli ultimi 15 anni), sempre più in difficoltà nel far fronte agli importanti investimenti per l’educazione superiore dei figli. In tale contesto, il debito in capo agli studenti è cresciuto tanto da essere indicato da taluni come la futura bolla capace di scatenare una crisi su scala internazionale. Esso ha infatti superato il trilione di dollari, più del debito accumulato sulle carte di credito e più della metà del PIL italiano. In Europa le Università si stanno muovendo su un terreno eterogeneo e dissestato, come evidenziato dal recente report “Trend 2015: Learning and Teaching in European University” della European University Association. In un contesto così turbolento, solo alcuni Paesi si sono attrezzati adeguatamente.

Le Excellence Initiative in Francia (2010) e Germania (2012), rappresentano due esempi cruciali da questo punto di vista. In Francia, l’obiettivo ha riguardato l’inizio di una grande trasformazione del sistema universitario, con l’integrazione di 85 istituzioni accademiche in 19 università federate.

In Germania, l’Excellence Initiative nel 2012 ha mirato a stabilire condizioni maggiormente favorevoli per i giovani ricercatori e a incrementare la reputazione delle Università tedesche a livello globale. E qui si apre una riflessione, se è vero che, il numero di immatricolati (con maggiore orientamento verso la formazione professionale) è salito nel centro e nord Europa ed è sceso nel sud Europa. Un’impostazione omologante delle riforme a livello europeo quale quella degli ultimi anni ha prodotto effetti contrastanti perché non adattata ai singoli contesti e con risorse differenziate.

In particolare, la strategia di “sottrarre” sia autonomia che risorse agli atenei ha condotto verso scenari drammatici, “infernali”, che impediscono alle Università di affrontare le nuove dinamiche della società. Pur senza arrivare ad uno scenario “paradisiaco”, in cui alle università siano concesse sia maggiori risorse sia maggiore autonomia, è quanto mai necessario invertire la rotta verso uno scenario di “sfida” per gli Atenei, in cui sia garantita loro, almeno a fronte delle poche risorse, maggiore autonomia.

3. L’UNIVERSITÀ ITALIANA NEL CONTESTO EUROPEO

L’Italia degli ultimi decenni ha vissuto due grandi fasi nello sviluppo del sistema universitario. La prima va dal dopoguerra agli anni Settanta ed è caratterizzata da un aumento esponenziale del numero di studenti (da 300 mila nel 1961 al picco di 1.800.000 registrato nel 2008 fino all’assestamento degli ultimi anni a 1.700.000) che ha segnato la nascita dell’università di massa e la crescita dimensionale degli atenei italiani. La seconda fase, che va dagli anni Settanta al nuovo Millennio, vede una crescita del numero di università (da 39 negli anni Cinquanta a 96 nel 2010, incluse 11 telematiche), anche se la dimensione media italiana è ancora maggiore di quella europea.

Nonostante i progressi fatti a partire dal dopoguerra, il nostro resta però un Paese fortemente arretrato in termini comparativi. Se guardiamo ad esempio al basso numero di laureati, va comunque sottolineato che, nel confronto con altri Paesi, il nostro presenta un deficit motivato in gran parte dall’assenza di una componente professionale nell’alta educazione. Confrontando il numero di studenti italiani con quello tedesco in relazione alle rispettive popolazioni, osserviamo come manchino all’appello in Italia almeno 300 mila studenti. L’analoga componente tedesca è in gran parte generata dal sistema delle Fachhochschulen, le università di scienze applicate.

Questo modello non è di fatto presente in Italia. L’andamento del sistema universitario appena analizzato può essere messo in parallelo a quello che caratterizza il settore della produzione industriale. Anche su questo piano infatti, la posizione assunta dall’Italia si contrappone non solo a quella europea ma più in generale a quella mondiale (Report Confindustria, giugno 2014). In Italia si è registrata, come detto, una perdita netta di produzione manifatturiera pari al 25%.

La sostanziale stabilizzazione su valori così ridotti che si sta registrando nel 2015 fa presagire che si tratti purtroppo di un fenomeno non più congiunturale. Sembra dunque esserci un comune destino tra il passo indietro della produzione industriale e quello del sistema universitario italiano negli ultimi anni. La rincorsa iniziata nel dopo guerra si è interrotta e il New Deal è proprio il prendere atto di quanto avvenuto e avviare subito un nuovo corso tanto per l’università quanto per l’industria del Paese.

4. VERSO UN “NEW DEAL” PER L’UNIVERSITÀ

Al fine di elaborare una idea di università che possa essere espressione di principi e valori, è importante riflettere su quali di questi si fonderà l’università per effetto del New Deal. La proposta si articola così in tre fasi fondamentali. Queste sono la definizione dei principi a cui si ispira, la definizione dei valori attraverso le libertà fondamentali, e l’articolazione di una serie di azioni che possano valorizzare in termini pratici le istituzioni di educazione terziaria, al fine di incrementare l’attrattività e l’efficienza. E’ questa la terza e ultima parte dell’intervento e le azioni proposte saranno calate nel contesto italiano. Vorrei cominciare questa discussione delineando i 5 principi alla base del New Deal:

1. L’Università come istituzione sociale;

2. L’equilibrio come profilo etico;

3. L’eguaglianza nelle opportunità come punto di partenza;

4. La responsabilità delle scelte come esercizio del dovere;

5. La consapevolezza come richiamo alla realtà.

In primo luogo, riaffermiamo il ruolo dell’Università come Istituzione sociale. La consuetudine internazionale ci ha condotto a valutare l’università in termini di redditività dell’investimento, esprimendo una visione importante ma non autosufficiente.

Le Università dovrebbero essere valutate anche attraverso una qualche misura del loro ritorno sociale, sia nell’insegnamento sia nell’avanzamento della conoscenza. Pertanto è opportuno che il loro finanziamento sia misto. In questo modo la parte di remunerazione dell’investimento (individuale) può essere coperta almeno in parte dalle rette degli studenti; mentre la componente di ritorno sociale deve essere finanziata dalla collettività.

In questa seconda parte rientra a pieno titolo il diritto allo studio. Modelli estremi (università che sopravvivono solo con le rette o università che sopravvivono solo col contributo pubblico) rischiano di creare selezione avversa e disuguaglianza o azzardo morale e deresponsabilizzazione. L’educazione universitaria è quindi un bene pubblico, perché persegue nel lungo periodo lo sviluppo di nuova conoscenza (attraverso la missione della ricerca), la formazione di capitale umano altamente qualificato (con la funzione educativa), produce sviluppo sociale (con la terza missione) e una visione critica della società (la sua funzione etica).

Nella loro “terza missione” in particolare le università si presentano oggi come un’ambasciata culturale di un’unica patria, il mondo. Luogo di rispetto, di dialogo, anche di provocazione ma mai di offesa, luogo senza confini dove i limiti sono quelli del sapere. Il secondo principio è quello dell’equilibrio, visto come punto d’incontro nell’accettato cambiamento. L’equilibrio è la base della prosperità di lungo termine: tra agricoltura, industria e servizi, tra pubblico e privato, tra giovani e anziani. L’equilibrio è l’antitesi delle ideologie e dell’egualitarismo. L’equilibrio è movimento, ma è l’antitesi del “Gattopardo”. L’equilibrio è paradossalmente la correzione degli squilibri.

L’equilibrio va trovato e perseguito in quanto espressione del profilo etico a cui l’Università si ispira. E questo anche nei processi di valutazione, con l’obbligo imperante di ridurre al minimo le distorsioni.

È al riguardo fondamentale non confondere i mezzi con i fini. Gli indicatori bibliometrici di qualità della ricerca sono, per esempio, un utile mezzo per poter migliorare il sistema ma non il fine ultimo da perseguire. A tal proposito, è interessante il richiamo del nuovo Primo Ministro australiano, Malcolm Turnbull, volto a contenere la cultura accademica del “publish or perish”, almeno nella sua versione più estrema. Il terzo principio è l’eguaglianza, come mitigazione delle differenze attraverso migliori opportunità.

Eguaglianza che non significa affermare che tutti dobbiamo ottenere gli stessi risultati. Il principio è che chiunque può vincere all’interno di un quadro di regole che valorizza il migliore e, per quanto possibile, tende a uniformare le opportunità. Viene poi il principio della responsabilità delle scelte. Significa che a data responsabilità formale corrisponde di conseguenza reale capacità di azione. Chi governa un Paese, si assume una responsabilità a cui deve corrispondere un’effettiva possibilità di incidere. Per lo stesso motivo, chi non ha responsabilità finale delle scelte non può pretendere di possedere su di esse un potere di veto. Solo correggendo l’azzardo morale di chi decide senza prendersi la responsabilità (ad esempio nei processi di reclutamento) convinceremo anche i migliori a ricoprire ruoli di leadership. Infine, come quinto principio, la consapevolezza come richiamo alla realtà. Essa si snoda su più aspetti. Significa in primo luogo comprendere gli ordini di grandezza. Spesso tendiamo ad appiattire le differenze; ad esempio quando guardiamo una rappresentazione del sistema solare, parrebbe che la Terra sia poco più piccola di Giove, mentre il volume di Giove, in realtà, è di 1.300 volte superiore. Lo stesso vale per la spesa pubblica e i relativi capitoli.

Allo stesso modo è importante comprendere la relazione tra causa ed effetto, che spesso viene strumentalizzata al punto tale che pare siano le cicogne a portare i bambini e non il contrario. Nel contesto universitario, ad esempio, siamo consapevoli del peso che ha la presenza dei premi Nobel al fine di scalare i ranking internazionali. Ebbene un recente studio dimostra tuttavia che le cinque principali determinanti per avere un premio Nobel, in realtà, riflettono condizioni prevalentemente esogene o frutto di scelte politiche: si tratta di variabili come la popolazione, il reddito, il numero di laureati, la spesa in R&S e i brevetti. Consapevolezza significa infine anche valutare la complessità non nascondendo elementi fondamentali, come la relazione tra input e output. Visto l’investimento per cittadino nell’Università di alcuni Paesi e i relativi output, non è giusto un confronto sui soli risultati che trascuri le risorse all’ingresso.

I valori ispiratori del New Deal si possono declinare in 5 libertà, a cui sono associate le relative azioni:

Libertà di scelta (“freedom of choice”);

Libertà di gestione (“freedom of management”);

Libertà di circolazione (“freedom of movement”);

Libertà di ricerca (“freedom of research”);

Libertà di valorizzazione del capitale umano (“freedom of human resource development”)

“Il New Deal per l’Università” si fonda pertanto su principi e valori che possono essere tradotti in azioni a seconda dei contesti di riferimento. Elencherò per l’Italia dodici azioni che rendono concrete le cinque libertà appena citate.

1. Voucher al costo standard per chi si iscrive alle università pubbliche

Una prima iniziativa parte dalla libertà di scelta (“freedom of choice”) delle famiglie e degli studenti verso le università pubbliche: all’atto dell’iscrizione, ogni studente deve essere messo nella condizione di consegnare all’Università un voucher. Esso sarà parametrato al costo standard e comporterà una quota di finanziamento che l’università andrà a ricevere direttamente dallo Stato. Questo intervento andrebbe nella direzione di aumentare la competizione fra Università pubbliche nell’ambito dell’attività didattica. Competizione che potrebbe essere mitigata prevedendo un tetto annuo alla crescita delle singole università in termini di voucher riconosciuti dallo Stato.

2. Diritto allo studio in capo alle Università e interventi statali di garanzia per tutti

Una seconda proposta parte dal fatto che quello italiano è uno dei sistemi universitari in cui il diritto allo studio è lacunoso sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo (CNSU 2015, OCSE 2015). Sarebbe opportuno spostare la responsabilità del medesimo, ora in capo allo Stato e alle Regioni (e con le Università nella veste di “sostituto di imposta” per la quota autofinanziata dagli studenti), direttamente sulle Università. Questo permetterebbe di responsabilizzare i singoli atenei, metterli ancora una volta in una forma di confronto di merito, e lascerebbe allo Stato, l’obbligo di intervenire nelle situazioni di maggiore disagio, al fine di garantire, a tutti gli aventi diritto, il diritto allo studio su tutto il territorio nazionale.

3. Portabilità del finanziamento per trasferimenti temporanei di ricercatori, docenti e staff in Italia

Oggi abbiamo necessità di valorizzare la libertà di circolazione dei docenti e dei ricercatori anche dentro i confini nazionali. Al fine di accrescere la mobilità interna, si potrebbe parlare di “cartellino accademico”, a significare la portabilità del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario, la principale fonte di finanziamento pubblico dell’Università italiana) per trasferimenti temporanei (da 6 mesi a 5 anni) tra Università di docenti e ricercatori.

4. Portabilità del piano previdenziale per i ricercatori in Europa

Con riferimento alla libertà di circolazione, una delle principali limitazioni oggi a livello europeo riguarda la complessità di gestione degli aspetti legati alla previdenza. Se questa componente non può “muoversi” con il ricercatore, allora la libertà di movimento è compromessa. Una soluzione a questo vincolo potrebbe essere la costituzione di un unico fondo previdenziale europeo per high skilled workers che per i nuovi entranti si avvale del regime contributivo.

5. Nuove professionalità di staff e più risorse ai migliori ricercatori

È fondamentale, soprattutto nel contesto pubblico, poter valorizzare le persone migliori con premi anche economici. Per questo gli Atenei devono avere maggiore autonomia di gestione, al fine di essere liberi di valorizzare il proprio capitale umano. Ciò è in linea anche con la necessità di maggior flessibilità, avvertita nel reclutamento di figure di staff di elevata professionalità e remunerate per obiettivi (es. attività di promozione internazionale, supporto a processi editoriali e linguistici, mediatori tecnologici, data management, ecc.) e di docenti e ricercatori a contratto particolarmente meritevoli.

6. Joint Labs tra Imprese, Università e Centri di Ricerca con libertà d’impresa per i ricercatori

La ricerca può essere valorizzata anche da un impegno del ricercatore nel mondo imprenditoriale, e il tessuto imprenditoriale può essere valorizzato da ricercatori che si impegnano a diventare imprenditori. Quindi, salvo palesi conflitti di interesse, maggiore libertà di intrapresa per chi fa ricerca.

7. Finanziamento su base quadriennale, come per la valutazione della ricerca.

Le risorse pubbliche devono essere programmate, in modo tale che le Università possano preparare un piano strategico che non sia miope e privo dello sguardo di lungo termine. Per questo il FFO va definito, insieme e in coerenza con il turnover, ogni quattro anni dal Governo sulla base di risultati e obiettivi di tutto il sistema universitario (una migliorata “qualità media”) e diviso in due parti, una quota cosiddetta di “market competition”, che funziona secondo l’attuale logica del costo standard e dei fondi competitivi, e una quota cosiddetta di “market mitigation”, orientata a ridurre gli squilibri, sia per la ricerca sia per la didattica.

8. Testo unico per l’amministrazione delle Università e certificazione esterna dei bilanci

Abbiamo bisogno di un sistema di regole chiare che garantisca maggiore flessibilità per chi amministra. Serve la redazione di un Testo Unico delle Università per la semplificazione delle procedure amministrative, che garantisca maggiore autonomia, controbilanciata dalla certificazione esterna dei bilanci degli Atenei. Possiamo non fare interventi che favoriscono ma almeno cancelliamo quelli che impediscono di fare bene.

9. Separazione della gestione immobiliare da quella accademica

La libertà di gestione degli atenei si sviluppa anche rimettendo al centro la vera missione delle università e separando la gestione delle infrastrutture di servizio. Un passo importante riguarda la separazione (almeno contabile) della gestione degli immobili dall’attività accademica, con la prima attribuita a un soggetto al quale viene riconosciuto un canone di utilizzo. Così facendo, è chiara la distinzione tra investimenti immobiliari e investimenti in ricerca e capitale umano; ed è possibile, per i primi, trovare il supporto di mercato, che si esprime anche attraverso l’emissione di obbligazioni accademiche e adeguate professionalità; e per i secondi, che sono per natura più rischiosi, prevedere l’investimento pubblico.

10. Risorse ad hoc per progetti e carriere multidisciplinari

Occorre difendere la creatività nell’attività didattica e nella ricerca, per costruire ponti tra discipline diverse. A tal fine, è utile poter dedicare risorse ad hoc per progetti e carriere multidisciplinari sui grandi temi del mondo, e su percorsi didattici innovativi.

11. Offerta formativa in sintonia con i lavori del futuro a partire dalle professioni sanitarie

Occorre che l’Università offra alle nuove generazioni percorsi professionali allineati con i bisogni della nostra società. L’attuale mercato del lavoro ci insegna come molte professioni per noi oggi comuni, 10 anni fa non esistevano. Allo stesso modo, professioni che oggi sono presenti sul mercato del lavoro andranno presto ad estinguersi. Al riguardo è urgente un ripensamento nell’ambito delle professioni sanitarie, ormai strutturate, a detta degli esperti del settore, sul secolo scorso.

12. University of applied sciences per la formazione professionale superiore

È opportuno infine riallineare l’offerta formativa in chiave professionale. In particolare, l’assenza di Università di scienze applicate (le Fachhochschulen tedesche), pesa sul nostro Paese almeno per due motivi: impedisce all’Italia di allinearsi alla media OCSE per quanto riguarda il numero di persone che ricevono educazione superiore e in secondo luogo, limita il contatto diretto con il mondo del lavoro, fondamentale in un sistema universitario diversificato e se si vuole risalire la china nella produzione industriale. Esiste un importante bacino di utenza potenziale per avviare un’operazione “Greenfield”, ispirata cioè alle virtuose esperienze europee, che traggono vantaggio sia dall’uso delle nuove tecnologie (es. MOOCs) sia dalla costruzione di joint-lab con le imprese e i centri di ricerca.

CONCLUSIONE

Come è evidente da questa rassegna, ciò che si può fare per implementare un “New Deal” dell’Università è molto. La maggior parte di queste proposte non comporta oneri economici, anche se, senza la consapevolezza del valore dell’investimento nell’università, non è possibile sperare in un vero nuovo corso.

Possiamo lamentarci perché le cose non vanno bene, perché non sono come vorremmo. Ma se non tentiamo di cambiarle non onoriamo fino in fondo il nostro desiderio di conoscenza e di nuovo, il nostro amore per la vita e per l’umanità. E’ questo il significato del nuovo corso. Può sembrare quasi un atto di arroganza appellarsi al New Deal di Roosevelt. Al contrario, vuole essere un atto di umiltà, e vengono alla mente le parole di una grande donna, Madre Teresa di Calcutta, Premio Nobel per la Pace nel 1979, e proclamata beata: “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”.

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