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Jeff Lynne (ELO) e Rod Stewart: no, non è solo nostalgia

Le recensioni pre-natalizie di Brother Giober paiono rivolte al passato con musicisti ultrasessantacinquenni: Jeff Lynne della Elecric Lighet Orchestra (Alone in The University) e Rod Stewart (Another Country). Ma il nostro critico assicura: hanno ancora qualcosa da dire (e da cantare).

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa  

ARTISTA :  Electric Light Orchestra 

TITOLO:   Alone in the Universe

GIUDIZIO:   ****

Premessa:  questa recensione, così come quella che segue, si riferisce a due artisti che hanno più di sessantacinque anni, probabilmente senza alcun problema economico, nonostante la scia  di ex mogli e una vita trascorsa in modo  non proprio monacale e la cui vena creativa forse non è più quella di un tempo: nonostante tutto ciò  ancora  in grado di sfornare lavori dignitosi e in alcune parti ispirati. 

Ciò detto,  entrambe le opere sono stata accolte dalla critica nostrana, tiepidamente, soprattutto quella della seconda, con votazioni non particolarmente alte. I commenti, in genere, evidenziano gli effetti del tempo trascorso dagli esordi, il venir meno della spontaneità passata  e l’adagiamento su scelte artistiche scontate.

Devo anche dire che questo atteggiamento l’ho rinvenuto più nei  giornalisti italiani che in quelli esteri che sono forse  meno legati a pregiudizi e alla nostalgia dei tempi che furono. 

Comunque, Alone in the Universe è il 14° album della Electic Light Orchestra o meglio di Jeff Lynne (che poi è lo stesso) ed esce a circa tre anni dal precedente, dal vivo,  e a più di dieci dall’ultima  prova di studio.

All’Electric Light Orchestra sono affezionato: quando ero teen-ager era  il mio ponte, l’unico percorribile, con la disco music allora imperante. I ritmi di “Last Train to London” piuttosto che di “Evil Woman”  sublimavano le  caratteristiche del  genere “disco rock” a  cui  anche gruppi del calibro dei  Rolling Stones (Miss You) e artisti come David Bowie (Last Dance) avevano finito per inchinarsi per sopravvivere commercialmente, facendo storcere il naso a quelli che,  come me,  erano “duri e puri” (almeno musicalmente) .

Una volta ufficiosamente sciolta la Electric Light Orchestra , Jeff Lynne, si è dedicato ad altri progetti e soprattutto a fare  quanto più  gli piacesse come i Travelling Wilburys, supergruppo del quale facevano parte Tom Petty, Roy Orbison, Bob Dylan e George Harrison, autore  di un paio di uscite discografiche, buone  ma inferiori   alle aspettative. 

Dell’Electric Light Orchestra di allora nulla è rimasto salvo il suo leader  Jeff Lynne che, per questo disco, ha fatto tutto da solo, suonando ogni strumento, salvo le percussioni  affidate a Steve Jay ed alcune parti vocali alla (credo) figlia Laura.  

Il risultato è, a  mio parere, molto buono  e rappresenta un  compendio significativo di tutta l’attività artistica di Lynne in circa  quarant’anni di onorata carriera, durante la quale ha venduto più di 50 milioni di dischi e  portato in cima alle classifiche un gran numero di singoli: trenta minuti (pochi) particolarmente piacevoli  dove evidenti sono i richiami alla fonte ispirativa principale di Jeff Lynne , ossia i Beatles: come in When  I was a Boy, il brano d’apertura  che è una pop song perfetta e da sola vale l’acquisto dell’intero disco, con sonorità del White Album piuttosto che di Abbey Road, al di là di un testo francamente stucchevole.

Anche The Sun Will Shine on You si muove su quei territori musicali, molto Paul McCartney, e ancor di più All my Life che tra cori e gusto della melodia   è quanto di più vicino ai quattro di Liverpool  mi sia  capitato di ascoltare.  

Sullo  stesso filone corre I’m Leaving You che però forse manca della classe e di un refrain memorizzabile al pari delle precedenti.  

Ben presenti sono gli echi degli anni ’70/’80: se avete la mia età vi saranno famigliari le sonorità di Love and Rain  e in particolare quelle del coro femminile, sentite in mille altri lavori, o della chitarra, che a me hanno ricordato quelle già ascoltate in alcuni dischi di Chris Rea; ugualmente Ain’t It a Dag è una ballata che ricorda vagamente Nick Lowe, ma anche Tom Petty, elegante spensierata e… insopportabilmente corta.

I Travelling Wilburys e i suoni della fine degli anni cinquanta sono rintracciabili in Dirty to Be Bone, una deliziosa ballata piena zeppa di melodia alla quale manca solo la voce di Roy Orbison per ricordare del tutto il supergruppo.

Grande pop, con aperture orchestrali che più che altrove ricordano la Electric Light Orchestra originale, è quello di When the Night Comes, un brano con ritmo in levare tanto da assumere movenze reggae, sulle quali  si adagiano  una melodia e una sezione archi perfetti.

I “disco days” sono rintracciabili in One step at a time, una sorta di “Last Train to London trent’anni dopo”.  Il ritmo è contagioso, la melodia anche: sarà un brano banale ma alla fine suona, almeno alle mie orecchie , irresistibile, “solo” di chitarra compreso. 

Chiude il il disco la title track, un brano lento d’atmosfera  non tra i più riusciti della raccolta. 

Alone in the Universe è un bel disco, da clima invernale, da ascoltare in una dimensione domestica, mentre fate colazione, con calma, la domenica mattina  o bevete un bicchiere di vino (la sera). È un disco che ancora una volta dimostra che per fare un buon prodotto in fin dei conti non è necessario ricorrere a diavolerie elettroniche, suoni alla moda o che altro. È un disco che dimostra tutto l’amore di un grande artista verso il suo mondo. 

Se proprio non vuoi ascoltare tutto il disco: When I Was a Boy

Se non ti basta ascolta anche:

Travelling Wilburys  –    Volume 1

The Beatles  –    Abbey Road

 Badly Drawn Boy    –     About a Boy

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ARTISTA:  Rod Stewart 

TITOLO:  Another Country

GIUDIZIO:  ***

Ecco un altro arzillo vecchietto che sforna un nuovo album fatto inediti. Rod Stewart mi è simpatico perché, nonostante  una certa età, ha mantenuto nel tempo un atteggiamento scanzonato verso la vita, lieve e non se l’è tirata mai più di tanto.  

musicisti

Questo album non è stato accolto bene dalla stampa specializzata ed è un peccato perché invece è  pieno di buona musica, a volte ingenua o finta tale, a volte fin troppo nostalgica. Nulla di nuovo ma Another Country è un disco certamente riuscito e, in alcune composizioni, eccellente. Le atmosfere sono le più varie possibili e di fatto sintetizzano, al pari del disco precedente,  50 anni di carriera. 

Si parte quindi dai suoni quasi folk di Love is, con violino protagonista, o di We Can Win, una ballata  fatta di sonorità trascorse, certo retorica ma in fin dei conti riuscita nella melodia per arrivare alla title track e al suo incedere arrembante.

Suona allo stesso modo Hold the Line, anche se nel caso, le atmosfere folk sono rallegrate da un  banjo e da un violino frizzanti e da un ritmo spedito; nella sua assoluta semplicità però il brano funziona anche perché provvisto di un ritornello accattivante e immediatamente memorizzabile.

Il periodo “disco” è rintracciabile in Walking in the Sunshine, una “ruffianata” forse ancora buona per qualche canale periferico  di MTV, mentre gli albori quelli  dove il blues era protagonista,  sono rintracciabili in Please, un brano dal ritmo trascinante, con chitarre in primo piano e coro femminile messo lì ad agitare l’immaginazione  e cantato “alla grande”  con piglio più deciso e convinto che nelle altre parti del disco,  oppure in The Drinking Song  che rispolvera sonorità dei primi anni ’70, grazie anche ad una produzione volutamente povera. 

Ancora in questo filone  fa bella mostra di sé Every Rock ‘n’ Roll Song to Me, una ballata elettrica con armonica in evidenza ma meglio ancora è  One Night with You anche grazie alla presenza di una massiccia dose di fiati e ad un coro femminile che danno al brano un tocco Rythm ‘n’ blues riuscito. 

Non potevano ovviamente mancare le ballate, quelle all’ascolto delle quali neppure il (la ) più freddo (a) dei (delle) partner sarebbe stato in grado di dirti di no, nessuna indimenticabile ma neppure disdegnabile: così in rapida rassegna passano Way Back Home che, introdotta dalle note di un piano, si sviluppa sui suoni di una chitarra e di una sezione di archi che fanno da sottofondo alla voce del nostro, alla quale segue Can We Stay Home Tonight, forse un po’ troppo simile ai capolavori del passato, senza esserlo, anche in forza di un suono della chitarra letteralmente rubato  a Tonight’s the Night.  

Un po’ monotona è A friend for Life, alla quale manca alla base una refrain riconoscibile, mentre riuscita è In a Broken Dream, che ha suoni più moderni che altrove ma anche una melodia che, invece, riporta la mente agli anni ’70.

Molto FM è Last Train Home che  mi ricorda un vecchio brano di John Waite dal titolo Missing You, che però funziona egregiamente, mentre una menzione a parte merita Batman Superman Spiderman una sorta di cantilena contro la quale la maggior parte dei critici si è scagliata. A me invece è piaciuta, perché è delicata, appena sussurrata e se ne avessi la possibilità sarebbe il brano che mi piacerebbe a cantare a… mio nipote. Certo, una volta il vecchio Rod cantava Blondes have more fun e oggi le ninna nanne per bambini, ma il tempo, seppur bene, passa anche per lui. 

Another Country non è male, è probabilmente il miglior disco che una star dell’età di Rod, oggi può proporre al proprio pubblico, mantenendo una certa dignità. 

Le canzoni, che è quello che conta, sono tutte belle o quasi. Se poi venderà molto ho molti dubbi, però quelli che l’hanno seguito per tutta la sua carriera  troveranno nelle note di questo disco  qualche soddisfazione e certo non rimarranno delusi.  

Se proprio non vuoi ascoltare tutto il disco: Please

Se non ti basta ascolta anche :

Joe Cocker  –  Fire It Up

Tina Turner –  Live

Beth Hart  –  Don’t Explain

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Il disco di Jeff Lynne è veramente piacevole, va via facile facile e penso anch’io che l’ambientazione migliore per ascoltarlo sia quella domestica. Quanto a Rod Stewart non l’ho ancora ascoltato, amo il Rod di Maggie Mae e Mandolin Wind e mi va bene pensarlo ancora così. Buona musica a tutti.