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Francesca Dubbini: la chimica può essere amica dell’ambiente fotogallery video

Proprio mentre si conclude con un accordo "storico" la conferenza sul clima, incontriamo Francesca Dubbini, ingegnere architetto e imprenditrice nell’azienda di famiglia: la Diachem di Caravaggio che formula e confeziona prodotti per sé e per le principali società nel mercato degli agrofarmaci e fertilizzanti.

Si è appena conclusa a Parigi la 21ª Conferenza sul Clima in occasione della 19ª Conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di Varsavia (COP19). La conferenza di Parigi 2015, è una delle più importanti conferenze internazionali perché ha cercato di facilitare il dialogo tra tutte le parti partecipanti al negoziato, al fine di stabilire un clima di fiducia reciproca, di far convergere i diversi punti di vista e di permettere l’adozione di un accordo già definito “storico”

Se l’accordo è internazionale, è invece nell’impegno quotidiano che ogni cittadino, ogni impresa, ogni comune ed ente pubblico per ogni nazione che farà davvero la differenza. 

Prendendo spunto da questo evento abbiamo incontrato Francesca Dubbini, ingegnere architetto e imprenditrice nell’azienda di famiglia: la Diachem di Caravaggio che formula e confeziona prodotti per sé e per le principali società nel mercato degli agrofarmaci e fertilizzanti. 

 Osservando le sessioni di lavoro della Conferenza di Parigi 2015, quali aspettative aveva da imprenditrice e da cittadina?

Ho seguito con interesse gli aggiornamenti giornalmente trasmessi da notiziari e quotidiani sulle discussioni di Parigi con la speranza in primis che si arrivasse ad un accordo Condiviso tra tutti gli stati, cosa non scontata in un momento storico dove le divisioni ed i “punti di vista” diversi non mancano. Sicuramente il Clima è un argomento rispetto al quale non ha senso ragionare da soli, dato che solo una strategia mondiale e appunto Condivisa può fare la differenza, quindi mi sento di riconoscere come un successo l’essere riusciti a redigere un accordo universale. Nella quotidianità della mia vita di cittadina e giovane imprenditrice mi aspetto che il nostro Paese attui una serie di provvedimenti concreti volti a favorire ed incentivare stili di vita e di lavoro più sostenibili, primo e banale esempio, ma purtroppo non scontato, migliorando i mezzi pubblici per non obbligarci ad usare sempre e solo la macchina o semplificando iter e tempi burocratici per tutte le iniziative imprenditoriali volte alla riduzione dei consumi e all’uso più parsimonioso delle risorse.

L’attenzione e la cura della natura sono alla base dei prodotti della vostra azienda. C’è qualche consiglio che si sentirebbe di suggerire in questo contesto internazionale?

La sicurezza ambientale è alla base del nostro business, è un requisito inderogabile sia nei nostri processi di produzione (siamo un’azienda chimica) sia nei nostri prodotti: gli agrofarmaci sono le medicine delle piante e alle stregua delle medicine umane sono sottoposti a scrupolosi dossier di registrazione. Mi sento di dire che sia il processo che i prodotti sono rigidamente normati e verificati per tutelare sempre l’ambiente e tutti gli esseri viventi. In Europa ed in Italia la legislazione che regola il nostro business è, giustamente, molto rigida e rigorosa, purtroppo però molto spesso, come in tutti gli ambiti, ma nel nostro forse più che in altri, prevalgono i luoghi comuni, gli allarmismi populisti e le notizie superficiali, mi piacerebbe che in generale l’informazione, anche quella di massa, fosse un po’ più scientifica e che fossero alla portata di tutti strumenti di approfondimento e verifica.

Recentemente lei ha illustrato le misure che sono allo studio nella vostra azienda per renderla ancora più green, con un particolare rapporto che si instaura tra industria chimica e natura. Di che cosa si tratta?

Da quando ci siamo insediati a Caravaggio (era il 1986 quando mio nonno ha acquistato l’attuale area produttiva di Diachem, dove già era presente una piccola azienda chimica) abbiamo lavorato, con il contributo di tutti i nostri collaboratori, per realizzare un sito produttivo efficiente, moderno, rispettoso della salute delle persone e dell’ambiente. A Caravaggio siamo naturalmente immersi nella natura, non solo per business ma proprio per location: all’ingresso dello stabilimento abbiamo realizzato un noceto, a Nord stiamo crescendo dei Lecci e tutta l’area è circondata da campi coltivati. Abbiamo un parco fotovoltaico a terra (i nostri cinque “girasoli”) da 300.000 kWh/anno e pannelli sul tetto dei nuovi uffici. Nel 2012 abbiamo inaugurato i nuovi uffici, anche questi progettati e realizzati con attenzione alla sostenibilità energetica ed al benessere di chi lavora (ampie vetrate, frangisole, spazi verdi all’ingresso che potrebbero diventare orti…) Dal 2012 abbiamo anche aderito al programma WHP (Work Healt Promotion) con diverse iniziative a favore del salute sul luogo di lavoro e delle buone abitudini in generale, nell’ambito di questo progetto abbiamo realizzato un campo di pallavolo per chi vuole tenersi in forma e per organizzare le nostre partite aziendali. E poi abbiamo il progetto di espansione dello stabilimento… che non si sa quando sarà autorizzato, e che prevede un’ampia zona alberata a coronamento di tutto il sito.

 Che cosa potrebbe fare la sua azienda per ridurre le emissioni di anidride carbonica?

Già abbiamo fatto a favore dell’uso di fonti energetiche rinnovabili (il parco fotovoltaico ci fornisce circa il 25% dell’energia che consumiamo in stabilimento) e stiamo facendo per ridurre i consumi elettrici (stiamo sostituendo tutta l’illuminazione dei fabbricati di produzione per dotare ogni reparto di luci a led) e di metano (gli uffici sono scaldati con pompa di calore e lo stabilimento avrà da Marzo due nuove caldaie più efficienti e sostenibili). Stiamo cercando di digitalizzare tutti i processi, e quindi di ridurre la carta a favore di archivi elettronici e gestione informatizzata dei dati. Per i nostri prodotti stiamo studiando packaging innovativi con minor ingombro durante il trasporto da vuoti (quindi minor camion sulle strade) e minor plastica (quindi minor produzione di plastica e minor rifiuto). Certamente gli ambiti di miglioramento sono infiniti, però Diachem rispetta l’ambiente ed il nostro impegno quotidiano è per essere sempre più e sempre meglio ecosostenibili in tutti gli ambiti della nostra attività.

Spesso la chimica che si occupa di fertilizzanti e agrofarmaci viene messa sul banco degli imputati. Ma oggi è possibile vivere senza agrofarmaci? Quando ne verrebbe penalizzata la produzione agricola?

Lo scorso 28 Novembre abbiamo ospitato nel nostro Diachem Day circa 400 visitatori (studenti e cittadini di Caravaggio e paesi limitrofi), che con piacere abbiamo accompagnato per i reparti di formulazione e confezionamento e con cui abbiamo condiviso un piccolo momento informativo e formativo: il nostro messaggio è che gli agrofarmaci e/o fitofarmaci, che sono tutti quei prodotti che vengono utilizzati per curare le piante, liberarle da parassiti e insetti, proteggerle da erbe infestanti e combattere malattie infettive, contribuiscono al raggiungimento della condizione di Sicurezza Alimentare. Senza agrofarmaci non ci sarebbe la varietà di cibi indispensabile per la nostra dieta alimentare e soprattutto non ci sarebbe cibo a sufficienza per sfamare una popolazione mondiale in crescita e sempre più esigente rispetto alle richieste alimentari. Fatto 100 il potenziale produttivo agricolo mondiale, gli stress abiotici (tipicamente mancanza di acqua) riducono la produzione a 75, senza agrofarmaci la produzione si riduce a 50: è come se nei nostri campi invece di raccogliere una spiga di mais ne raccogliessimo solo la metà! Gli agrofarmaci sono mezzi tecnici qualificati ed indispensabili, il cui uso consapevole, razionale e sostenibile contribuisce al mantenimento e miglioramento dello stato di salute delle piante coltivate, per favorire l’espressione delle potenzialità che la natura già racchiude in sé, nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente.

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