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Quei tarocchi viscontei della famiglia Colleoni: ecco storia e utilizzo

La sesta edizione di ArtDate (13-14-15 maggio 2016) si baserà sul famoso romanzo fantastico di Italo Calvino “Il castello dei destini incrociati”, illustrato tramite la carte dei tarocchi di Bonifacio Bembo, parzialmente conservate dalla famiglia Colleoni. The Blank ha intervistato per Bergamonews l’architetto Nicolò Colleoni, erede dei conti Colleoni.

Ogni anno l’associazione culturale The Blank Contemporary Art organizza ArtDate, tre giornate dedicate all’Arte durante le quali istituzioni, gallerie e project space della città inaugurano, sommandosi ad una pluralità di eventi quali studio visit, aperture di dimore storiche e collezioni private, talk organizzati per l’occasione. La sesta edizione di ArtDate (13-14-15 maggio 2016) si baserà sul famoso romanzo fantastico di Italo Calvino “Il castello dei destini incrociati”, illustrato tramite la carte dei tarocchi di Bonifacio Bembo, parzialmente conservate dalla famiglia Colleoni. The Blank ha intervistato per Bergamonews l’architetto Nicolò Colleoni, erede dei conti Colleoni.

Ci racconti di come i suoi antenati sono entrati in possesso dei tarocchi originariamente appartenuti alla corte dei Visconti-Sforza e denominati “mazzo Colleoni”, dal nome della Sua famiglia.

Il mazzo completo dei tarocchi Visconti-Sforza è giunto alla mia famiglia per via ereditaria all’inizio dell’Ottocento e da allora porta il nostro nome per distinguerlo dalle altre serie di tarocchi viscontei. Questo mazzo venne miniato a Cremona alla metà del XV secolo dalla bottega di Bonifacio Bembo su commissione di Francesco Sforza, nuovo duca di Milano, o di sua moglie Bianca Maria Visconti. Non si conosce il destinatario del mazzo, ma è molto probabile che sia stato utilizzato direttamente da alcuni membri della famiglia Sforza e che fosse conservato nella città di Cremona, dove prima della fine del Quattrocento veniva restaurato da Antonio Cicognara. A questo punto abbiamo quasi tre secoli di oblio, fino a quando i tarocchi riemergono a fine Settecento a Bergamo, nelle mani dei conti Ambiveri. Non è noto come giunsero in loro possesso, ma è possibile che siano stati raccolti dal conte canonico Antonio Maria Ambiveri (1727-1782) che fu un celebre letterato, antiquario e bibliofilo del suo tempo. Alla sua morte la collezione passò al fratello minore Ferrante con il quale si estinse la famiglia. Loro eredi per linea femminile furono i nobili Donati che pochi anni dopo, a loro volta, si estinsero nei Colleoni.

Le carte “Colleoni” sono oggi conservate in tre diverse collocazioni. Quando è avvenuto lo smembramento del mazzo?

Il mazzo, nella sua interezza, rimase in possesso della famiglia Colleoni fino alla fine dell’Ottocento, custodito così gelosamente che solo pochi parenti ed amici ne erano a conoscenza. Il nobile Francesco Baglioni (1836-1900), che fu un raffinato collezionista bergamasco, nonché presidente della Commissaria dell’Accademia Carrara, scoprì casualmente che queste carte appartenevano alla mia famiglia e corteggiò lungamente il mio trisnonno convincendolo infine ad un primo frazionamento: 26 carte in cambio di altri oggetti d’arte, tra i quali il ritratto di un’antenata Colleoni. Alla morte del Baglioni poi tutta la sua collezione d’arte, compresi i tarocchi, confluì per lascito testamentario all’Accademia Carrara. La parte del mazzo che era rimasta alla famiglia, invece, fu sottoposta ad un secondo smembramento nel 1911, quando altre 35 carte furono cedute al famoso collezionista e banchiere statunitense John Pierpont Morgan (1837- 1913), fondatore dell’omonima biblioteca-museo newyorkese e uomo tra i più ricchi al mondo.

Ha mai avuto la possibilità di vedere le altre parti del mazzo?

Il gruppo dei tarocchi della Carrara è regolarmente visibile in una saletta dedicata lungo il percorso espositivo permanente e trovo che il nuovo allestimento abbia valorizzato bene questo importante patrimonio del museo. La serie conservata a New York, invece, non è esposta, se non eccezionalmente. Ho potuto però vederla qualche anno fa grazie alla disponibilità del Dipartimento di Manoscritti Medioevali e Rinascimentali della Morgan Library. Le loro carte, infatti, sono catalogate come manoscritto antico e sono accessibili in consultazione speciale solo agli studiosi ed ai ricercatori. L’unica occasione in cui è stato possibile vedere riunito nuovamente il mazzo Visconti-Sforza è stata un’importante mostra che la Pinacoteca di Brera organizzò alla fine degli anni Novanta e che raccoglieva i tre più antichi ed importanti mazzi di tarocchi ancora esistenti.

Quanti e quali sono i mazzi di tarocchi viscontei?

In tutto il mondo rimangono una decina di mazzi di tarocchi “milanesi”, ovvero realizzati nell’ambito della corte ducale dei Visconti e degli Sforza. Queste diverse serie sono conosciute con i nomi delle biblioteche e dei musei che oggi le conservano o con i nomi delle collezioni private che le hanno possedute. Nel complesso sopravvivono meno di 240 carte di tarocchi viscontei. Tutte le raccolte che ci sono pervenute sono incomplete: nella maggior parte dei casi si tratta di collezioni composte da un modesto, se non esiguo, numero di carte. Per esempio esistono musei che possiedono una sola carta. Questa loro rarità è dovuta all’estrema fragilità e deperibilità del supporto cartaceo su cui sono realizzate le miniature. I tre mazzi più antichi, completi, meglio conservati e studiati sono il mazzo Visconti di Modrone della Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale (67 carte), il mazzo Brambilla della Pinacoteca di Brera (48 carte) ed il mazzo Colleoni (74 carte), che è diviso tra la mia famiglia, l’Accademia Carrara e la Pierport Morgan Library di New York. I mazzi Yale e Brambilla sono i più antichi, databili agli anni ’40 del XV secolo ed eseguiti per conto del duca Filippo Maria Visconti o di suoi dignitari. Il mazzo Colleoni, invece, denuncia una realizzazione più tardiva, probabilmente entro il 1455 e fu commissionato da Francesco Sforza o Bianca Maria Visconti, figlia del duca Filippo Maria. La struttura e l’iconografia di questa serie in particolare divenne il prototipo di tutti i successivi mazzi lombardi e la matrice diretta del cosiddetto “mazzo di Marsiglia”, che è il mazzo classico dei tarocchi moderni.

Quale funzione avevano queste carte all’interno della corte viscontea?

Oggigiorno, quando si parla di tarocchi si pensa subito a cartomanzia, esoterismo ed occultismo. La loro origine però è assai più prosaica trattandosi di un lussuoso intrattenimento destinato al piacere dell’aristocrazia. È risaputo infatti come il gioco della carte fosse diffuso nelle corti principesche dell’Italia Settentrionale del Quattrocento. I mazzi di tarocchi, però, erano formati da carte di grandi dimensioni, pesanti, finemente miniate e dal prezzo elevato, perciò non erano destinati all’uso quotidiano sul tavolo da gioco, ma alla conservazione ed alla celebrazione. Spesso i tarocchi venivano realizzati come prezioso dono diplomatico che la corte dei Visconti concedeva a dignitari ed a regnati stranieri. Altre volte venivano realizzati per commemorare importanti occasioni come matrimoni ed incoronazioni. Purtroppo le regole del gioco non ci sono pervenute. Sappiamo solo che in un mazzo, accanto alle carte dei quattro semi italiani – bastoni, spade, coppe e denari – si univa una sorta di “quinto” seme composto dai cosiddetti Trionfi, carte dal significato allegorico che si ispiravano ai valori ed agli ideali della cultura cortese.

Queste sue nozioni a riguardo dei tarocchi viscontei provengono da racconti tramandati nella sua famiglia o sono il frutto di una ricerca personale?

In famiglia si è sempre parlato del mazzo Visconti-Sforza, della sua importanza artistica e del suo smembramento come collezione un tempo unitaria. Negli anni però mi sono documentato per meglio comprendere la loro storia e quali relazioni, spesso curiose, li unissero agli altri mazzi di tarocchi.

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