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Grande Guerra, Pillola 68 Dallo Stelvio al Cadria: il freddissimo inverno 1915 fotogallery

Prove tecniche di “guerra bianca” tra il passo dello Stelvio e la Carnia: si cominciarono a scavare trincee e caverne mentre il terribile inverno del 1915, uno dei più freddi del secolo, incombeva sulle truppe.

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Si conclude, con questo paragrafo e con i tre successivi, la storia della prima guerra mondiale nel 1915: resta, inevitabilmente, da dire ciò che accadde, sia pure a grandi linee, sul fronte italiano al di fuori del settore carsico-isontino, vale a dire tra il passo dello Stelvio e la Carnia.

Si trattò di una guerra dalle proporzioni numeriche enormemente inferiori, ma non per questo meno determinante per comprendere gli aspetti principali del conflitto tra Italia ed impero austroungarico.

Cominciamo dai sottosettori della Valtellina, della Valcamonica e delle Giudicarie, corrispondenti ai Rayon 1, 2 e 3 dello schieramento austroungarico: la guerra, tra il Tonale e lo Stelvio, era cominciata con un paio di errori clamorosi da parte italiana, come l’abbandono in mano avversaria delle due specole sui valichi, dello Scorluzzo e del passo Paradiso, rispettivamente sovrastanti lo Stelvio ed il Tonale. Al di là di questi due episodi, certamente significativi, ma minimi, in relazione al complesso del conflitto, nei primi giorni di guerra possiamo rilevare timidi tentativi di piccole e piccolissime iniziative tattiche, ma non molto di più: qualche azione di pattuglie austriache contro la base italiana dell’albergo dei Forni, in Valfurva e verso il rifugio Garibaldi, ai piedi dell’Adamello, ma poco altro.

Vi fu un maldestro tentativo da parte italiana di riconquistare il Paradiso e i Monticelli, in conca Presena, ma gli alpini del Morbegno vennero decimati dal precisissimo tiro dei Kaiserjaeger tirolesi, che difendevano l’importante posizione, e l’assalto si risolse in un disastro, con numerose perdite tra gli attaccanti.

In realtà, quei settori, caratterizzati da cime sopra i 3.000 metri e da un clima subartico per larga parte dell’anno, venivano considerati, all’inizio della guerra, del tutto irrilevanti militarmente, data la presunta impossibilità di manovrarvi con consistenti reparti e di rimanervi in pianta stabile: i fatti, poi, avrebbero dimostrato il contrario, ma il concetto di “guerra bianca” era di là da venire in quei giorni.

Per questo, i contendenti si concentrarono sulle valli laterali, rispetto ai due gruppi alpini dell’Ortles-Cevedale e dell’Adamello-Presanella: la val Zebrù (dove, però, il numero dei contendenti era talmente esiguo da non dar conto di parlarne in questa sede), la valle di Viso, la val di Fumo-val Daone e la valle del Chiese. La valle di Viso corre parallela al valico del Tonale, fino a giungere alla conca Montozzo divisa dalla conca del Tonale dalla cresta formata dal passo dei contrabbandieri e dall’Albiolo e da quella di Strino, dalla forcella Montozzo. Di lì, si pensava di poter aggirare le difese fisse dei forti Saccarana e Strino e giungere alle spalle della linea nemica, che correva poco dietro al valico: per questo motivo, nei mesi dell’estate e dell’inizio autunno, in conca Montozzo si combattè con accanimento, dapprima per conquistare, da parte italiana, la punta e il torrion d’Albiolo e poi per cercare di superarli.

Anche gli austroungarici, però, erano ben decisi a non cedere e ripresero parte delle posizioni perdute: quando il clima rese impossibile ulteriori azioni, anche in quel piccolo settore la guerra ristagnò e i contendenti presero a fortificarsi e a costruirsi rifugi per l’inverno.

Le cose andarono un po’ diversamente in val di Fumo: lì, in pratica, gli italiani dominavano la valle dalle loro posizioni in cresta, tutto intorno al passo di Campo, mentre gli austroungarici facevano altrettanto sulla sinistra Chiese, da passo Breguzzo fino al Carè Alto: questo, dopo un tentativo italiano di stabilirsi sul fondovalle, annullato dalle iniziative avversarie, fece sì che l’ampia vallata rimanesse terra di nessuno, in cui pattuglie di entrambi gli schieramenti si muovevano in una sorta di tragico rimpiattino, ma in cui appariva impossibile qualunque ulteriore sforzo di una qualche consistenza. Eppure, il possesso della bassa val di Fumo, che prende il nome di val Daone, avrebbe permesso agli italiani di giungere alle spalle del sistema fortificato di Lardaro, che sbarrava la valle del Chiese e l’accesso alle Giudicarie dal bresciano.

Gli austroungarici, nel corso degli anni, a partire dalla fine della seconda guerra d’indipendenza, avevano costruito a cavallo delle principali valli di comunicazione tra Italia e Tirolo dei sistemi fortificati, aggiungendo nuovi elementi e modernizzando gli impianti col passare del tempo: alcune di queste fortificazioni fisse erano assolutamente obsolete, costruite in pietre squadrate ed incapaci di resistere al tiro delle moderne artiglierie, ma altre erano poderosi forti corazzati moderni, con torrette in acciaio che dominavano per chilometri il territorio italiano di confine.

Di qui nasceva l’idea italiana di far cadere per aggiramento queste possenti fortezze, sfruttando il gran numero di vallate tributarie delle principali: e questo spiega la strategia adottata inizialmente dagli italiani nel settore dello Stelvio, del Tonale e delle Giudicarie.

Una terza direttrice d’attacco fu quella che prevedeva la conquista diretta delle alture che circondavano il sistema fortificato di Lardaro, ossia il monte Melino, il Doss dei Morti e, sull’altro versante, il Nozzolo e il Cadria: anche questo tentativo, però, nonostante qualche successo notevole, come la conquista del Melino da parte dei fanti della brigata Toscana, non si rivelò decisivo, e anche qui si cominciò a scavare trincee e caverne.

Il terribile inverno del 1915, uno dei più freddi del secolo, incombeva.

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