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Yara, Bossetti e quel misterioso 26 novembre di 5 anni fa

Era il 26 novembre del 2010 quando la giovane ginnasta di Brembate Sopra salutò per l'ultima volta la mamma Maura prima di andare in palestra. Cinque anni tra indagini e udienze non hanno ancora chiarito chi, in che modo e per quale motivo uccise la tredicenne Yara Gambirasio.

Cinque anni tra indagini e udienze non hanno ancora chiarito chi, in che modo e per quale motivo uccise la tredicenne Yara Gambirasio.

Era il 26 novembre del 2010 quando la giovane ginnasta di Brembate Sopra salutò per l’ultima volta la mamma Maura prima di andare in palestra a portare uno stereo alla sua maestra. Venne ritrovata morta tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola, ferita con con tagli alla gola, al torace, alla schiena e ai polsi, provocati da un oggetto contundete e poi morta di stenti e di freddo intorno a mezzanotte.

Il processo in corso al tribunale di via Borfuro a Bergamo vede come unico imputato per quel brutale delitto Massimo Giuseppe Bossetti, il carpentiere 45enne di Mapello arrestato il 16 giugno 2014 dopo un lungo e complesso lavoro investigativo coordinato dal pubblico ministero Letizia Ruggeri.

Le indagini per risalire ai colpevoli partirono ben prima del ritrovamento del corpo. Il cinque dicembre 2010 il marocchino Mohamed Fikri, che lavorava in un cantiere edile di Mapello, fu fermato a bordo di una nave diretta a Tangeri. Contro di lui alcuni presunti indizi poi risultati infondati, tra i quali un’intercettazione ambientale in cui sembra affermi “Allah perdonami, non l’ho uccisa”. Ma la traduzione era sbagliata. Fikri si proclama innocente. Riesce a dimostrare che le sue vacanze in Marocco erano programmate da tempo e che non stava fuggendo. La sua posizione è stata archiviata perché l’immigrato risulterà del tutto estraneo alla vicenda. E’ stato risarcito con 9mila euro.

Il 15 giugno 2011 gli investigatori isolano una traccia di dna maschile sugli slip della ragazzina che, a differenza degli altri tre già esaminati, non sarebbe suscettibile di contaminazione casuale. Sarebbe il dna dell’assassino, che viene definito "Ignoto 1". Un profilo genetico che non è tra i 18mila raccolti in quei mesi dagli investigatori.

Il 18 settembre 2012 nasce la cosiddetta "pista di Gorno": viene estratto da una marca da bollo su una vecchia patente il Dna di Giuseppe Guerinoni, autista di Gorno sposato e padre di due figli, morto a 61 anni nel 1999. Il suo Dna è molto simile a quello trovato sul corpo di Yara. Comparato con il nucleo famigliare dell’uomo, però, non porta ad alcun risultato. Da qui l’ipotesi degli investigatori che esista un suo figlio illegittimo.

Il 7 marzo 2013 viene riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni, che viene sottoposta a tutti gli accertamenti del caso, come disposto dalla Procura, per stabilire l’autenticità delle tracce di Dna raccolte.

Il 10 aprile 2014 la consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo fuga i dubbi sulla corrispondenza del Dna con quello di Guerinoni. "Ignoto 1" è sicuramente un suo figlio illegittimo. Gli inquirenti allora passano al setaccio le 525 donne che negli anni possono essere entrate in contatto con l’autista, fino al test comparativo del Dna che inchioda Ester Arzuffi, madre del presunto assassino. Le attenzioni si spostano così sui suoi figli, in particolare quello maggiore che fa il carpentiere, visto nei polmoni di Yara fu trovata calce da cantiere.

Il 15 giugno 2014 i carabinieri organizzano un finto posto di blocco con alcol-test nelle vicinanze di casa Bossetti, in modo da poter raccogliere il suo Dna. Una volta avuta la conferma che Ignoto 1 sia lui, il giorno seguente scatta l’arresto. Massimo Giuseppe Bossetti finisce in cella, ma fin dall’inizio si proclama innocente ed estraneo ai fatti.

Venerdì 3 luglio 2015 prende il via il processo di fronte alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Antonella Bertoja. Anche qui, diversi i colpi di scena nel corso delle deposizioni dei vari testimoni. In attesa della conclusione e della sentenza, che dovrebbe arrivare la prossima primavera. E che potrebbe chiarire, finalmente, cosa accadde quel misterioso 26 novembre di cinque anni fa.

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