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Aucan, al Druso l’elettronica che va forte all’estero: “In Italia ancora indietro”.

Giovanni Ferliga, Francesco D’Abbraccio e Dario Dassenno sono gli Aucan: formazione bresciana tra le più interessanti nel panorama dell'Intelligence Dance Music italiana. Abbiamo intervistato Giovanni - responsabile di synth e chitarra - in occasione dello show che venerdì 27 novembre li vedrà protagonisti al Druso, nella nuova location di via Locatelli 17 a Ranica.

Attivi dal 2008, gli Aucan sono il trio composto da Giovanni Ferliga, Francesco D’Abbraccio e Dario Dassenno.

Nel corso degli anni, il post-rock degli esordi muta nell’elettronica multiforme che conosciamo oggi, tra commistioni IDM, post-dubstep, trap ed electro.

"Stelle Fisse" è il titolo del loro ultimo LP, uscito a 4 anni di distanza dai precedenti "Self Titled", "Dna" e "Black Rainbow": dischi che li hanno proiettati sui palchi di mezza Europa, consacrandoli tra i migliori live acts in circolazione (a tal punto da meritarsi la copertina del celebre magazine francese "Noise" nel 2011).

Il trio bresciano apre i concerti di Chemical Brothers, Placebo (su invito personale, due volte), Tricky, Black Heart Procession, Matmos e Rioji Ikeda; collaborando, fra gli altri, con Shigeto, Otto Von Schirach, Verdena e Dalek.

Abbiamo intervistato Giovanni Ferliga, responsabile di synth e chitarra, in occasione dello show che venerdì 27 novembre li vedrà protagonisti al Druso, nella nuova location di via Locatelli 17 a Ranica.

Etichettarvi musicalmente non è semplice. Detto questo, immaginate di dovervi presentare a qualcuno che ancora non vi conosce: ‘Piacere, siamo gli Aucan. Siamo…’.

Siamo un progetto di musica elettronica che propone concerti 100% live. Ci muoviamo tra IDM (Intelligent Dance Music, n.d.r.) e post-dubstep. Più chiaro e sintetico di così…

"Stelle Fisse" è il titolo del vostro ultimo album. Come lo descrivereste e in cosa si differenzia dagli altri?

"Stelle Fisse" è il nostro disco più elettronico. Vuole riprendere il discorso cominciato con "Black Rainbow" e proseguirlo in chiave puramente elettronica. La nostra idea era quella di produrre un album che fosse svincolato dalle tendenze del momento e concentrato piuttosto sui tempi che permangono. Tutto questo in contrasto con il mondo ‘liquido’ che ci circonda, in continua trasformazione. Abbiamo cercato di mettere in luce quelli che consideriamo i nostri punti di forza e mettere in disparte tutta quella serie di cose che, nel tempo, abbiamo capito non ci andava più di fare. E’ quello che definirei un disco di musica elettronica d’ascolto.

Spesso si sente dire che gli Aucan fanno parte di quella schiera di artisti che raccolgono consensi all’estero ancor prima che in Italia. E’ un concetto troppo abusato o è realmente così?

Facendo musica non cantata in italiano, spesso strumentale e con voci utilizzate come semplici effetti, è piuttosto complicato rivolgersi in primis al mercato nazionale. "Stelle Fisse", ad esempio, è un LP uscito per la ‘Kowloon Records’ (un’etichetta discografica londinese, n.d.r.). Il team che lavora per noi conserva spesso un occhio di riguardo verso il mercato estero. Guarda caso, moltissime delle pubblicazioni che ci riguardano trovano spazio su magazine stranieri. Detto questo, qualsiasi progetto musicale oggi giorno è ‘world wide’. Molti dei nostri colleghi hanno imboccato la strada commerciale passando dal cantato in lingua inglese a quello in italiano. Noi, per un discorso di continuità e di coerenza, preferiamo proseguire su questa strada. In ogni caso, facciamo molte tappe sia in Italia che all’estero.

Si può dire che il 2015 sia stato un anno ricco di soddisfazioni per la scena elettronica italiana. Che giudizio ne avete?

Assolutamente sì, è stato un anno positivo. Credo molto nei rapporti umani e spesso e volentieri le cose migliori nascono proprio da questo scambio continuo. La scena attuale gode senz’altro di ottima salute.

Dacci qualche dritta. Consigliaci qualche artista.

Beh, innanzitutto gli Aucan (ride, n.d.r.). Dopodiché, le menzioni da fare sono molte: da Yakamoto Kotzuga a Godblesscomputers, da Chevel a Kuedo, passando per Ital Tek, Lee Gamble, Zed Bias… Molti di loro, tra l’altro, sono amici e sono italianissimi.

Per quanto riguarda la vostra esibizione al Druso, cosa dobbiamo aspettarci? Quale strumentazione vi accompagnerà sul palco e quali pezzi proporrete?

Proporremo quasi integralmente i pezzi del nuovo LP, ma anche brani estratti da "Black Rainbow", "Dna" e pure qualche inedito. Lo facciamo quasi sempre perché ci piace offrire al pubblico qualcosa che non è abituato ad ascoltare on-line. Sarà uno show audio/visual 100% hardware. Ci siamo sforzati di non utilizzare i computer, lasciando spazio a macchine sincronizzate via MIDI (Musical Instrument Digital Interface, n.d.r.). E poi basso, chitarra e una batteria ibrida, metà acustica e metà elettronica.

E degli Aucan versione Dj Set, cosa ci raccontate? E’ un capitolo chiuso?

Sì, al momento è un capitolo chiuso. Vogliamo concentrarci su quella che è la nostra dimensione live, cercando di coltivare maggiormente la nostra identità. Per i prossimi uno o due anni sarà sicuramente così.

Oggi come oggi: Giovanni Ferliga, Francesco D’Abbraccio e Dario Dassenno vivono di sola musica?

Oggi come oggi, sì. Ma anche ieri come ieri. E, speriamo, anche un domani.

 

Quand’è arrivata la svolta?

Nel 2011 con l’uscita di "Black Rainbow". Il nostro ufficio stampa girò il disco al Magazine francese "Noise" che lo accolse benissimo, ci fecero una copertina e ci invitarono a suonare ai loro eventi. Il disco andò benissimo, anche se non varcò mai i confini dell’underground.

Come si guadagna una copertina del genere?

Mah, facendo un buon disco…

Quest’anno, a Torino, dal 3 al 6 novembre, si è svolto il ‘Club To Club Festival’. Un festival internazionale di musica elettronica che ha registrato numeri impressionanti. L’industria italiana dei festival è pronta per il salto di qualità?

Ho visto un reportage del ‘Club To Club’: una cosa fantastica… Il livello, quest’anno, era veramente altissimo. Purtroppo, i nostri politici e le nostre amministrazioni investono molto poco nella cultura, che è continuamente soggetta a tagli di ogni tipo. In questo senso, festival come il ‘Club To Club’ o il ‘Vasto Siren’ sono da considerarsi come mosche bianche. All’estero la situazione è ben diversa. In Francia esistono le cosiddette ‘Salles de Musiques Actuelles’, spazi realizzati con i soldi pubblici che ospitano concerti, studi di registrazione e dove trovano lavoro un sacco di giovani. Qui in Italia queste cose non esistono. Parlare di tutela verso la nostra categoria è quasi impossibile. Ho moltissimi amici che organizzano festival, concerti e che puntualmente incappano in difficoltà di ogni tipo. Vi sono problemi inerenti i finanziamenti e la mancanza di spazi, per non parlare della burocrazia…

Quindi?

Quindi, no. Dire che l’industria dei festival italiana è pronta per il salto di qualità è una forzatura bella e buona. Ci sono delle eccezioni che, tuttavia, difficilmente diventeranno la regola.

Fabio Viganò

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