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Andrea Appino al Druso: “Gli Zen Circus, il nuovo album e la mia voglia di cambiare”

Andrea Appino è molto più del "Folk Punk Rocker" degli esordi (giusto per citare il titolo di una delle sue canzoni). Lo abbiamo intervistato in occasione dell'esibizione che lo vedrà protagonista venerdì 13 novembre al Druso, il tempio della musica live bergamasca, nella nuova location di Ranica.

Ne è passato di tempo da quando il giovane Appino surfava l’onda di Pixies e Violent Femmes. E se vi capita di fare un tuffo nel passato riascoltando "Sailing Song" capirete, tra l’altro, che vi riusciva benissimo. Poi è giunto il momento di cambiare rotta: gli anni della ribalta artistica e mediatica con gli Zen Circus – della furia iconoclasta di "Andate Tutti Affanculo" e "Nati per subire" – fino al cantautorato del "Grande Raccordo Animale", il suo ultimo album. Andrea Appino, ormai, è molto più del "Folk Punk Rocker" degli esordi (giusto per citare il titolo di una delle sue canzoni). Lo abbiamo intervistato in occasione dell’esibizione che lo vedrà protagonista venerdì 13 novembre al Druso, il tempio della musica live bergamasca, nella nuova location di Ranica.

Pronto per tornare a Bergamo? "Certamente, non vedo l’ora".

Ormai sei di casa e non è la prima volta che suoni qui da noi. Hai qualche aneddoto particolare da raccontarci? "Vediamo… Ah, già. Come dimenticarlo! Era il 2002 e mi trovavo a Bergamo per firmare il mio primo contratto di publishing editoriale. Per l’occasione andai a mangiare in Bergamo Alta. Al momento di scendere dalla macchina la figlia dell’editore mi schiacciò tutte quante le dita nelle portiera. Un dolore atroce. Purtroppo non ricordo molto della città… Avrei voluto fare una passeggiata sulle Mura Venete ma ho visto soltanto i corridoi del vostro ospedale. Mi ci è voluto un mese per riprendermi."

E magari dovevi pure suonare… "No, per fortuna l’ho scampata bella…"

Parlando della tua performance al Druso, cosa dovrà aspettarsi il pubblico? Suonerai i pezzi dell’Appino cantautore e degli Zen Circus? Magari qualche inedito? "A dire il vero non lo so. Sarà qualcosa di strano, che alla gente piace. Synth, chitarre acustiche, batterie elettriche, fagotto distorto… Un sound atipico che calza a pennello nella riproposizione live delle mie canzoni, quelle dell’Appino cantautore. Gli Zen sono un’altra cosa. Chi vuole sentire gli Zen, venga ai concerti degli Zen!".

A tal proposito, quali differenze intercorrono tra gli Zen Circus e l’Appino solista? Giusto per informare chi ancora oggi tende ad associarvi… "Gli Zen hanno un immaginario completamente diverso, un modus operandi ben definito e una cifra stilistica ben precisa. Siamo cresciuti con il punk e l’eredità hardcore degli anni Ottanta. A livello semantico, nei testi degli Zen raccontiamo com’è vivere nel nostro Paese tra i 15 e i 70 anni. La mia avventura solista, invece, la considero una sorta d’ora d’aria; dove posso dire tutto quel che mi pare, divertirmi e in un certo senso ‘sperimentare’. Anche se con la parola ‘sperimentare’ non intendo fare quel che fanno i Radiohead. Intendo quel che m’interessa fare, comporre musica slegato dal maggior numero di condizionamenti possibile. E, soprattutto, lasciarmi andare a qualche argomento diverso. Come la famiglia in "Testamento" e il viaggio nel "Grande Raccordo Animale".

Quando in ‘Tropico del Cancro’ – l’ultimo brano del nuovo album – dici "non farsi mai e poi mai trovare dove tutti ti vogliono aspettare", è questo ciò a cui ti riferisci? "Negli ultimi tempi ascoltare musica indipendente italiana è diventata una sorta di moda e per forza di cose ti ritrovi a fare i conti con quel che rappresenti. Il pubblico indie, come quello del mainstream, è attaccato ai suoi cliché. Chi ti segue vuole sentirsi dire determinate cose, vuole che tu sia in grado di rispondere a determinate esigenze e vuole rivedersi in te, senza capire che il nemico principale è quello allo specchio. Volevo che un po’ tutti dicessero ‘hey, ma come. Cos’è sta roba?’

Il mestiere del cantautore, in un certo senso, è quello di raccontare la realtà. Possibile che con tutti gli spunti e gli argomenti di riflessione che offre un Paese come l’Italia, tu sia dovuto andare all’estero per cercare ispirazione? "Non la vedo proprio così. Il cambiamento è fondamentale. Ero stanco di dover sempre puntare il dito per ottenere visibilità. Se non canti in italiano, se non parli d’amore o in maniera critica del nostro Paese, non ti si fila nessuno; viceversa, se canti in italiano, parli d’amore e in maniera critica del nostro Paese, la casta degli ‘intenditori’, o presunti tali, tende a snobbarti e ad etichettarti come uno dei tanti. Sapevo che imbarcandomi in un lavoro più personale, che in qualche modo prendesse le distanze dal passato, avrei incontrato maggiori difficoltà. Ma sai una cosa? Non me ne frega niente. Le aspettative sono fate per essere deluse".

"Grande Raccordo Animale" è dunque un viaggio interiore o esteriore? O entrambe le cose? "E’ entrambe le cose, poiché una completa l’altra. Il disco è stato concepito in più parti: Marocco, Canarie ma soprattutto New York".

Immagino che New York sia una sorta di Mecca musicale per te. Una vera e propria miniera di idee. E’ la città dei Ramones, Velvet Underground, Television, Sonic Youth, Dead Boys, Richard Hell e molti altri ancori. Tutta gente con il quale sei cresciuto, anche se nel caso del "Grande Raccordo Animale" l’influenza maggiore mi pare quella dei Talking Heads. Quanto ha influito tutto ciò nel tuo disco? Senza contare che tu, con certa gente, ci hai pure lavorato… "Guarda, li hai citati quasi tutti. E sui Talking Heads ci hai preso. New York mi ha aiutato tantissimo. E’ un po’ la capitale del mondo, una specie di Babilonia 2.0. Se penso a quel che rappresenta questa città e nel frattempo mi concentro sulle tematiche che affrontano i nostri tg nazionali, come integrazione ed immigrazione, un po’ mi vien da sorridere. Questo fa capire come ci sia ben più di un oceano a separarci. Ma non sto parlando di America o di americani, parlo di New York. E per capire questa cosa non c’è altro modo che esserci dentro. Poi, come dicevi tu, ricordo il periodo delle collaborazioni con Kim Deal dei Pixies, Brian Ritchie dei Violent Femmes e Jarry Harrison dei Talking Heads. Fu un periodo meraviglioso. Nick Cave durante una tournèe ci apostrofò come dei ‘Ramones messicani’… Era un sogno ad occhi aperti, ma anche ai più grandi capita di sbagliare".

E a livello musicale, invece? "La città di New York è un caleidoscopio di generi, correnti, stili ed influenze che si mischiano tra loro. New York è la città del punk, del rock, ma anche, del dub, del funk, dell’hip-hop delle origini e di molti altri generi ancora. Personalmente, mi sono molto avvicinato alla musica africana e alle sue sonorità e ho pensato di riproporle nel disco. Basti pensare a ‘La Volpe e L’Elefante’, uno dei brani che preferisco".

Un disco dalla vocazione metropolitana ma dall’anima mediterranea, che dici? "O viceversa. Sì, ci può stare".

Il brano d’apertura del disco s’intitola ‘Ulisse’. Ulisse ha abbandonato Itaca per poi ritrovarla. A questo punto sorge spontaneo chiederti: tornerai a fare un disco con gli Zen Circus? "Sì, ma non posso dirti niente al momento".

"La via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo", diceva Herman Keyserling. Andrea sarà certamente d’accordo, ci mettiamo la mano sul fuoco.

Fabio Viganò

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