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Papa Francesco a Firenze spinge la Chiesa a voltare pagina

Pier Giuseppe Accornero analizza il discorso, lungo e puntuale, di Bergoglio all'assemblea dei vescovi a Firenze. Un momento storico in cui Papa Francesco cambia marcia rispetto al passato: non più una Chiesa «forza sociale» di wojtyliana memoria e non più «valori non negoziabili» di ratzingheriana matrice sulle cui frontiere schierare le truppe cattoliche, ma una Chiesa madre con uno stile - che è sostanza, identità e spessore – totalmente diverso.

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di Pier Giuseppe Accornero

A Firenze Papa Francesco spinge amorevolmente ma decisamente la Chiesa italiana a voltare pagina.

Il momento è davvero storico.

Lo si capisce certo dal discorso di Bergoglio – insolitamente lungo (oltre 10 cartelle), dettagliato e puntuale, focoso e al tempo stesso placido – ma soprattutto dalle reazioni dell’assemblea che vive il quinto convegno nazionale «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo», vescovi e popolo, oltre 2.200 delegati delle 226 diocesi italiane.

Un’assemblea che sottolinea, con scroscianti applausi e con ampi assensi del capo, i principali passaggi del discorso papale.

I vescovi non perdono una sola sillaba e assentono anche loro.

C’è la pensosa concentrazione sia del «regista» del convegno, mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e presidente del Comitato preparatorio, e sia dei due «vertici» dell’episcopato, il cardinale presidente Angelo Bagnasco e il segretario Nunzio Galantino.

Non più una Chiesa «forza sociale» di wojtyliana memoria e non più «valori non negoziabili» di ratzingheriana matrice sulle cui frontiere schierare le truppe cattoliche, ma una Chiesa madre con uno stile – che è sostanza, identità e spessore – totalmente diverso.

Una Chiesa italiana che torna a mettersi a disposizione del Paese con umiltà e dedicazione e a servizio del bene comune.

È come se – in un colpo solo e assolutamente senza volerlo – Papa Francesco seppellisse la Chiesa italiana voluta da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, da Cielle e dal cardinale Camillo Ruini che per 21 anni – 5 da segretario generale e 16 da presidente – ha governato la Conferenza episcopale portandola in braccio al centrodestra di Berlusconi-Bossi-Formigoni. È proprio lo stile che è cambiato.

Attraverso l’assemblea il Pontefice parla ai cattolici italiani, pastori e popolo: «Siate una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa». E poi «fuggite le tentazioni dello gnosticismo e del pelagianesimo».

Invoca: «Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro».

Il Papa chiede alla Chiesa italiana, come l’ho chiede alla Chiesa universale, di essere umile e disinteressata e di vivere le beatitudini evangeliche. Le chiede di aiutare i poveri e di essere capace di dialogo sincero con chiunque per costruire insieme a tutti il bene comune. Spiega che «possiamo parlare di umanesimo solo a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in lui i tratti del volto autentico dell’uomo. Gesù è il nostro umanesimo». Guardando il suo volto «vediamo il volto di un Dio "svuotato", simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Senza abbassarci non potremo vedere il suo volto e non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto».

Bergoglio presenta tre sentimenti di Gesù come «il tratto del nuovo umanesimo».

Il primo è l’umiltà: «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria "dignità", la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio».

Il secondo è il disinteresse, o meglio «la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita, non è narcisista e autoreferenziale. Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. La nostra fede è rivoluzionaria».

Il terzo è la beatitudine: «Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini evangeliche il Signore ci indica il cammino».

Presenta le due tentazioni. Con una battuta rassicura: «Non farò un elenco di tentazioni, come le quindici che ho detto alla Curia» nel dicembre 2014. La prima tentazione è quella pelagiana, che «spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività».

Spiega con forza e determinazione che «davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare e animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: si chiama Gesù Cristo».

La riforma della Chiesa «non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito».

La seconda grande tentazione «è lo gnosticismo: porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di una fede rinchiusa nel soggettivismo». Ricorda i grandi santi italiani, da Francesco d’Assisi e Filippo Neri, e cita «la semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto».

Cosa chiede il Papa alla Chiesa italiana? Bergoglio si rifiuta di fornire facili ricette. «Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Non è mai successo in questi cinquant’anni (1965-2015) che ci separano dalla fine del Concilio Vaticano e dall’istituzione della Conferenza episcopale italiana, che il Papa, vescovo di Roma e Primate d’Italia, rinunciasse una volta a ergersi maestro di vita e di verità.

Come l’arcivescovo di Firenze cardinale Giuseppe Betori, Papa Francesco invita ad alzare gli occhi verso la cupola del Filippo Brunelleschi della Cattedrale di Santa Maria in Fiore e verso la scena dell’«Ecce Homo». Gesù nel giorno del giudizio accoglie chi avrà seguito il «protocollo» del Vangelo di Matteo (capitolo 25): «Le beatitudini e le parole sul giudizio universale ci aiutano a vivere la vita cristiana a livello di santità. Sono poche parole, semplici, ma pratiche».

Ai vescovi Bergoglio chiede semplicemente di «essere pastori, non di più, pastori. Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Siate non predicatori di complesse dottrine ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori». Alla Chiesa italiana raccomanda ciò che aveva indicato nell’esortazione «Evangelii gaudium» (24 novembre 2014): «Non dobbiamo aver paura del dialogo, anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia».

In conclusione «desidero una Chiesa lieta con il volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita molto dura».

La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media. «Qui a Firenze arte, fede e cittadinanza si sono sempre composte in un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta. La Nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose».

Prima di Firenze, la breve e significativa sosta a Prato dove dice un sonoro «sì a lavoro degno» e un ancora più sonoro « no allo sfruttamento» e invita «a non restare chiusi nell’indifferenza ma ad aprirci e a sentirci tutti chiamati». Bergoglio ricorda i tre uomini e le due donne cinesi morti due anni fa in un incendio nella zona industriale di Prato: «Vivevano e dormivano all’interno dello stesso capannone industriale in cui lavoravano: in una zona era stato ricavato un piccolo dormitorio in cartone e cartongesso, con letti sovrapposti per sfruttare l’altezza della struttura. È una tragedia dello sfruttamento e delle condizioni inumane di vita. E questo non è lavoro degno».

Adesso bisognerà vedere se dagli «stati generali» di Firenze, cioè il convegno decennale della Cei, la Chiesa italiana uscirà con la ferma volontà di seguire da vicino le orme di Papa Bergoglio. Poiché di analisi si possono riempire decine e decine di biblioteche, si tratta di passare alla conversione e all’azione.

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Commenti

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  1. Scritto da mauro la spisa

    Considerazioni cenrate e centrali. Non si tratterà più di schierarsi in vista di battaglie di avan-retro-guardia da di diventare cristiani così che non sia più tanto importante osservare i riti comandati sui quali la chiesta stabilita ha a lungo vissuto di rendita liturgica ed i ‘fedeli’ di fedeltà da adepti. Praticare il Vangelo e basta perchè il sacerdozio non è solo dei preti…