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Furto di documenti privati Il Papa: è un reato e un fatto deplorevole

Papa Francesco all’Angelus di domenica 8 novembre commenta i fatti della settimana: il furto dei documenti e la pubblicazione in due libri. Rubarli «è un reato e un fatto deplorevole».

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«Voglio assicurarvi che questo triste fatto non mi distoglie certamente dal lavoro di riforma che stiamo portando avanti con i miei collaboratori e con il sostegno di tutti voi». Come un buon padre di famiglia, che comunica le cose lieti e le cose tristi, Papa Francesco all’Angelus di domenica 8 novembre commenta i fatti della settimana: il furto dei documenti e la pubblicazione in due libri. Rubarli «è un reato e un fatto deplorevole».

Ma niente paura, «io vado avanti con fiducia e speranza». In uno scroscio praticamente ininterrotto di applausi, afferma: «So che molti di voi sono stati turbati dalle notizie a proposito di documenti riservati della Santa Sede che sono stati sottratti e pubblicati.

Per questo vorrei dirvi anzitutto che rubare quei documenti è un reato. È un atto deplorevole che non aiuta. Io stesso avevo chiesto di fare quello studio, e quei documenti io e i miei collaboratori già li conoscevamo bene e sono state prese delle misure che hanno incominciato a dare dei frutti, anche alcuni visibili».

«Corvi» e «Vatileaks», delatori e manovratori, rivelazioni e sotterfugi non gli tolgono il sonno e non lo distraggono – come noi avevamo già scritto – dal programma di riforma e rinnovamento: «Perciò voglio assicurarvi che questo triste fatto non mi distoglie certamente dal lavoro di riforma che stiamo portando avanti con i miei collaboratori e con il sostegno di tutti voi. Sì, con il sostegno di tutta la Chiesa, perché la Chiesa si rinnova con la preghiera e con la santità quotidiana di ogni battezzato. Vi ringrazio e vi chiedo di continuare a pregare per il Papa e per la Chiesa, senza lasciarvi turbare ma andando avanti con fiducia e speranza».

Riflettendo sul contrasto tra l’autenticità cristiana e l’«apparenza» Francesco commenta il Vangelo della vedova povera che lascia nel tesoro del tempio tutto quanto ha per vivere a differenza dai maestri della legge che «si pavoneggiano in pubblico mentre in privato divorano le case delle vedove». Come ama spesso fare condisce il suo discorso con un esempio concreto che ne dimostra la forza.

L’esempio di una famiglia di Buenos Aires in Argentina: mentre è a tavola a mangiare le cotolette è interrotta da un mendicante che ha fame.

La mamma chiede cosa intendano fare i tre figli, i quali di slancio la esortano a dare il cibo al povero. La mamma – spiega il Papa – «prende la forchetta e il coltello e toglie metà a ognuna delle cotolette. “Ah no, mamma, no! Così no! Prendi dal frigo”. “No, facciamo tre panini così”. E i figli imparano che la vera carità si fa non da quello che avanza ma da quello è necessario».

Ricorda che a Firenze parte il convegno nazionale della Chiesa italiana al quale partecipa martedì 10 novembre recandosi a Prato e Firenze. La difesa della vita umana e la promozione della famiglia devono intrecciarsi sempre nell’impegno sociale di un cristiano, con il sostegno solidale a qualsiasi forma di disagio sociale.

Lo riafferma Francesco ricevendo in udienza venerdì 6 novembre 2015 una delegazione dei Centri di aiuto alla vita (Cav) impegnati nel 35° convegno nazionale. Illustra la parabola del buon samaritano: «Samaritani dal cuore aperto sono le donne e gli uomini che prestano servizio nei Centri di aiuto alla vita, strutture che si spendono per consentire alle mamme in difficoltà di non spezzare il dono della vita che cresce dentro di loro. Per i discepoli di Cristo, aiutare la vita umana ferita significa andare incontro alle persone nel bisogno, mettersi al loro fianco, farsi carico della loro fragilità perché possano risollevarsi. Quante famiglie sono vulnerabili a motivo della povertà, della malattia, della mancanza di lavoro e di una casa. Quanti anziani – quanti anziani! – patiscono il peso della sofferenza e della solitudine. Quanti giovani sono smarriti, minacciati dalle dipendenze e da altre schiavitù, e attendono di ritrovare fiducia nella vita».

Chiede ai Cav di avere un cuore più dilatato e di essere samaritani che abbracciano «con sensibilità personale e sociale ogni forma di disagio, di povertà e di sfruttamento, che spesso trova occhi ciechi nel deserto della vita. Anche nel nostro tempo ci sono tanti feriti, a causa dei briganti di oggi, che li spogliano non solo degli averi ma anche della dignità. E di fronte al dolore e alle necessità di questi fratelli indifesi, alcuni si voltano dall’altra parte, altri si fermano e rispondono con dedizione generosa al loro grido di aiuto». In 40 anni di attività gli aderenti al Movimento per la vita «si sono dati da fare affinché nella società non siano esclusi e scartati quanti vivono in condizioni di precarietà.

Mediante i Cav «siete stati occasione di speranza e rinascita per tante persone. Vi ringrazio per il bene che avete fatto e che fate, e vi incoraggio a proseguire con fiducia su questa strada continuando a essere buoni samaritani. Non stancatevi di operare per la tutela delle persone più indifese. Lavorate alla promozione e alla difesa della famiglia, prima risorsa della società. Avete sempre accolto tutti a prescindere dalla religione e dalla nazionalità. Il numero rilevante di donne, specialmente immigrate, che si rivolgono ai vostri Cav dimostra che quando viene offerto un sostegno concreto, la donna è in grado di far trionfare il senso dell’amore, della vita e della maternità».

Sabato 7 novembre 2015 in piazza San Pietro riceve dirigenti e dipendenti dell’Istituto italiano della previdenza sociale (Inps). Critica un modello economico che «macina risorse per ottenere profitti sempre maggiori».

Incoraggia a tutelare i lavoratori e il loro riposo, la maternità e il lavoro femminile, il diritto alla pensione. In particolare il riposo «non è una semplice astensione dalla fatica e dall’impegno ordinario ma un’occasione per vivere pienamente la propria umanità, aperta all’incontro con Dio e con gli altri».

Parla a braccio e definisce «vergognoso il lavoro nero, la precarietà e l’ingiustizia sociale. Non sono venute meno le esigenze assistenziali, tanto per chi ha perso o non ha mai avuto lavoro, quanto per chi è costretto a interromperlo per i motivi più diversi». Nel suo saluto, il presidente dell’Inps Tito Boeri, ricorda che la crisi economica ha impoverito tantissimi italiani, 4 milioni, e ringrazia il Papa per i continui richiami in favore dei diritti dei lavoratori e dei più bisognosi.

Pier Giuseppe Accornero

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