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Grande Guerra, Pillola 67 L’assedio di Kut: la Stalingrado mesopotamica fotogallery

Dopo il disastro di Gallipoli i britannici incassarono a Kut un altro rovescio militare, infinitamente più umiliante: alla fine della campagna il morale dei turchi era alle stelle ed anche questo avrebbe avuto un suo peso nel seguito del conflitto.

di Marco Cimmino

Il 1915, per i britannici, non si concluse certamente bene: dopo il disastro di Gallipoli, un altro rovescio militare, più modesto nelle proporzioni, ma infinitamente più umiliante, venne ad abbattere la fiducia degli inglesi nella loro guerra contro l’impero ottomano, contribuendo a rendere sempre più pressanti gli inviti all’Italia affinchè entrasse in guerra e sempre più generose le promesse fatte a Salandra e Sonnino, qualora avessero accettato.

Il generale Townshend, dopo il fallimento della sua offensiva, piuttosto sconsiderata, verso Ctesifonte, si era ritirato in direzione di Bassora, ed aveva fermato le sue truppe nella cittadina di Kut-Al-Amara, che era uno snodo fondamentale di qualunque operazione militare nel settore: Kut era stata raggiunta ai primi di dicembre del 1915.

In considerazione del fatto che gli uomini della sua 6a divisione erano troppo esausti per muoversi e dell’importanza di Kut per la presenza britannica nella regione, Townshend, d’accordo col suo diretto superiore, il generale Nixon, decise di tentare di difendere la posizione.

Kut si trova su di un’ansa del Tigri, in una situazione geografica piuttosto particolare: quando i circa 10.000 uomini dell’esercito ottomano la raggiunsero, fu molto semplice chiuderla in un accerchiamento quasi impenetrabile: nel frattempo, Townshend, sicuro di una missione di soccorso britannica, inviò la propria cavalleria a Bassora, prima che i turchi chiudessero ogni passaggio, per guidare la colonna di rinforzi quando questa arrivasse. Egli aveva calcolato di avere viveri e rifornimenti per un mese di assedio, a razioni normali e, quindi, più o meno due mesi a razioni ridotte: all’incirca il tempo necessario ad organizzare una spedizione militare che spezzasse l’accerchiamento.

In realtà, Kut subì un assedio che durò fino al 29 aprile 1916, quando la guarnigione, stremata e decimata dalla fame e dalle malattie, si arrese senza condizioni. Intanto, il comando inglese si diede da fare per salvare la 6a divisione e l’onore britannico: immediatamente, venne deciso di inviare nuove truppe in Mesopotamia, stornandole dal fronte occidentale, anche in considerazione del fatto che il comando supremo inglese considerava il fronte palestinese e quello mesopotamico come un unico, fondamentale, teatro di operazioni. Rendendosi conto della gravità della situazione, Townshend propose di effettuare un colpo di mano e ritirarsi verso sud, ma Nixon gli ordinò di rimanere a Kut e difendere la fondamentale posizione: questo segnò il destino della divisione britannica assediata.

Da parte loro, i comandanti dell’esercito ottomano, Nur-Ud-Din e il tedesco Von der Goltz, fecero affluire truppe verso Kut, decisi a scacciare gli inglesi dall’intera Mesopotamia: già a dicembre essi tentarono tre volte di prendere d’assalto la cittadina, ma vennero respinti in tutte e tre le occasioni. Stabilirono, perciò, di schierare le proprie forze in modo da bloccare ogni via di rifornimento alla guarnigione e da rintuzzare ogni tentativo di soccorso da sud. Il tempo avrebbe giocato a loro favore. Intanto, fin da gennaio, a Bassora si era radunato un corpo di spedizione, agli ordini del generale Aylmer, che tentò di raggiungere Kut, ma venne duramente sconfitto, con gravi perdite, a Sheik Sa-ad, alla battaglia dello Uadi e ad Hanna.

Un secondo tentativo, a marzo, finì allo stesso modo, con la sconfitta di Dujaila. La situazione di Townshend si faceva disperata: un’ultima spedizione, comandata, stavolta, dal poco convinto generale Gorringe, riuscì ad intaccare le linee della 6a armata turca, a circa 30 chilometri da Kut, ma venne sospesa il 22 aprile. Un ultimo tentativo fu affidato ad una zattera a vapore, la Julnar, che tentò di raggiungere via fiume gli assediati, portando viveri e munizioni, ma che fu anch’essa respinta.

A questo punto, Townshend dovette prendere atto della sua insostenibile situazione: le sue forze erano falcidiate da un’epidemia, i viveri mancavano e la resa sembrava sempre più inevitabile. I Turchi concessero un armistizio di sei giorni ed inviarono alla guarnigione perfino del cibo, mentre si svolgevano le trattative di resa: nel frattempo, i britannici distruggevano tutto quello che sarebbe potuto essere utile al nemico quando fosse caduto nelle loro mani. Agli ottomani venne perfino offerto un milione di sterline, se avessero lasciato andare i soldati inglesi, sotto giuramento di non combattere mai più contro l’esercito turco, ma questa richiesta fu decisamente respinta da Enver Pascià in persona, che dispose per la resa senza condizioni.

Infine, il 29 aprile, Townshend dovette arrendersi: egli, da prigioniero, venne trattato con ogni riguardo, come un ospite gradito. Viceversa, i suoi circa 8.000 uomini superstiti subirono una prigionia durissima e piuttosto brutale, tanto che molti di loro morirono di stenti o di malattia. Pochi giorni dopo la resa di Kut, morì di tifo (qualcuno dice avvelenato dai “Giovani Turchi”) anche Von der Goltz, il valoroso comandante tedesco al servizio degli ottomani.

In tutto, la campagna di Kut costò ai britannici circa 23.000 perdite nelle azioni di soccorso, da sommarsi a quelle già subite dalla 6a divisione, mentre i turchi persero 10.000 uomini. Inutile dire che, dopo la fine di questa campagna, il morale britannico aveva subito un duro colpo: invece, quello turco era alle stelle ed anche questo avrebbe avuto un suo peso nel seguito del conflitto.

Commenti

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  1. Scritto da Kalinka

    Concordo… ed era la risposta aspettata, incluso il sorriso al vertice di narcisismo sindacale raggiunto in Sesto SG. Immagino che Lei, titolando con un collegamento tra i due fatti d’armi, sostanzialmente ci abbia riportati al continuum di violenza mondiale istituzionale che furono quei decenni del XX secolo, a prescindere dai cicli bellici.

    1. Scritto da Marco Cimmino

      No, per la verità volevo solo rendere l’idea. Vede Kalinka, noi storici non ci occupiamo di continuum e di violenza mondiale istituzionale: siamo gente semplice. Pensi che siamo talmente sempliciotti da non cogliere nemmeno le sottili sfumature della vis polemica di certi nostri lettori che vorrebbero trasformare la scienza in ideologia. Sono sicuro, tuttavia, che rinomati istituti bergamaschi di ricerca le daranno maggiore soddisfazione.

      1. Scritto da Klk

        Eh già, è risaputo che gli storici non si occupino del continuativo dell’azione violenta dell’Umanità nel tempo e la distesa delle loro opere, da Erodoto a oggi lo prova. Ed consolidato che nè l’ideologie abbiano strutturato la Storia, specie nel XX secolo, nè gli storici abbiano ideologie strutturanti le loro storie, specie gli attuali.

  2. Scritto da Kalinka

    Il titolo che assimila l’assedio di Kut a quello di Stalingrado è, a mio parere, eccessivo. Nella battaglia di Kut dopotutto si affrontarono due divisioni e le perdite totali furono contenute entro valori divisionali. A Stalingrado si scontrarono più armate per ciascun schieramento, fu coinvolta una metropoli industriale continentale e alla fine il numero dei morti fu stimato in oltre due milioni.

    1. Scritto da Marco Cimmino

      Gentile Kalinka, trattasi di comunissima metafora, basata sull’idea che i lettori di Bgnews non siano così sprovveduti da mettere Kut e Stalingrado sullo stesso piano. D’altronde, anche dire che Sesto San Giovanni è la Stalingrado d’Italia è un’esagerazione mica da ridere. Tutto sta a non prendere le cose alle lettera. E a non prendersi troppo sul serio, ovviamente…