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Jazz workshop orchestra Marco Gotti incanta l’auditorium Di Vittorio fotogallery

Il terzo appuntamento dell’Atelier Musicale all’Auditorium G. di Vittorio della Camera del Lavoro di Milano ha visto come protagonista un musicista di casa nostra, Marco Gotti, che si è destreggiato tra Mahler e Giuseppe Garbarino.

di Dario Guerini

Condotto e commentato da Maurizio Franco, il terzo appuntamento dell’Atelier Musicale all’Auditorium G. di Vittorio della Camera del Lavoro di Milano ha visto come protagonista un musicista di casa nostra, Marco Gotti. Quello di Gotti è un profilo d’artista di grande spessore, compositore e arrangiatore di area jazz che si ispira alle grandi pagine della musica colta, sassofonista e clarinettista di consolidata esperienza.

Dopo aver riscritto in chiave jazzistica i Quadri da un’esposizione di Mussorggski, eseguiti sempre all’Atelier lo scorso anno, Marco Gotti in questa occasione ha presentato una complessa pagina che parte dal sesto movimento de Il canto della terra di Mahler, una delle pagine più personali scritte dal grandioso compositore e direttore d’orchestra austriaco nato nel 1860, cioè un secolo esatto prima del musicista bergamasco. Un lavoro straordinario nel quale Mahler realizza una totale integrazione fra la scrittura liederistica e quella sinfonica partendo dalla raccolta di poesie cinesi curata nel 1907 da Hans Bethge e titolata Il flauto cinese. Si tratta indubbiamente di un capolavoro della storia della musica caratterizzato da una straordinaria gamma di timbri e da una conduzione armonica in grado di ispirare a Gotti una scrittura piena di colori.

Gotti e la sua orchestra hanno poi eseguito un’altra pregevole pagina musicale, affrontando il lavoro di Giuseppe Garbarino, maestro del clarinetto e per decenni animatore dell’Ensemble Garbarino, dedito alla musica contemporanea e alla valorizzazione dei giovani musicisti. Il jazz di Garbarino guarda alle suggestioni giunte dalla musica delle grandi orchestre e al linguaggio degli anni cinquanta di Stan Kenton, Duke Ellington, Gil Evans, riuniti in un progress che richiama l’idea classica del “concertone”, cioè un contenitore di ritmi, temi, melodie in continua metamorfosi, titolando significativamente l’opera L’avventura.

Scritta nel 2004 e mai eseguita, l’opera è dedicata a Giorgio Gaslini che, leggendone la partitura, scrisse all’autore che si trattava di un vero e possente concerto per orchestra jazz in cui, a differenza di quanto fatto da altri compositori “colti” che hanno usato o solo sfiorato, qui si entra nell’universo jazzistico con studio, umiltà, rispetto e una vera ragione espressiva.

Abbiamo dunque assistito a due pagine di grande interesse, eseguite da una delle migliori orchestre laboratorio esistenti in Italia, nella quale brillano anche solisti di alto profilo (primi tra tutti il leader e Sergio Orlandi), che negli anni ha realizzato album dedicati alla musica di Morricone, dei Beatles, di Armstrong e di altri autori.

Oltre a Marco Gotti (sax alto, sax soprano, clarinetto, composizioni e arrangiamenti) e a Sergio Orlandi (tromba), l’orchestra vede alle trombe Giuseppe Chirico, Gigi Ghezzi, Alessandro Bottachiari , ai tromboni Carlo Napolitano, Ivo Salvi, Pier Muccio, Davide Albrici, al sax tenore e clarinetto Maurizio Moraschini e Marco Bussola, al sax alto Loris Bono, al sax alto e flauto Gianbattista Gotti, al sax baritono, clarinetto basso e flauto Giancarlo Porro, alla tastiera Francesco Chebat, al contrabbasso Sandro Massazza, alla batteria Stefano Bertoli. Ha diretto l’orchestra Savino Acquaviva.

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