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May Hands: Bergamo strategica per l’arte tra storia e modernità fotogallery

Intervista a May Hands, ospite della residenza d'artista promossa a Bergamo dall'Associazione The BlanK e in mostra nell'ex conservatorio con "I have an addiction".

Il Palazzo della Misericordia, ex sede del Conservatorio musicale, ospita fino al 25 ottobre “I have an addiction”, il progetto site specific della giovane artista inglese May Hands. L’artista, classe 1990, ospite della residenza d’artista promossa da The Blank, è stata invitata dal gruppo di lavoro Baco (Base Arte Contemporanea) a interpretare in chiave contemporanea i suggestivi interni dell’edificio: il risultato è una geografia minimale di fili ed opere tessili, appese, autoportanti o innestate nelle pieghe nel pavimento e delle pareti, oltre a un’installazione di materiali di scarto inseriti all’interno di un vecchio armadio.

Un’operazione concettuale e mimetica, rispettosa e dialettica rispetto alla storia e allo spirito del luogo. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ospite per tre settimane di The Blank residency.

Bergamo e l’arte contemporanea: quale la tua impressione?

"Ci sono molte iniziative in città, non solo esposizioni in galleria, ma festival di strada e proposte d’arte aperte al pubblico. Mentre ero in residenza, la mostra su Malevic era pubblicizzata dappertutto in città: un’anticipazione straordinaria. La Gamec è conosciuta in tutto il mondo, personalmente ne seguivo il programma già molto prima di venire. A Bergamo ho trovato un ambiente diverso dalle principali scene del contemporaneo, eppure la comunità dell’arte è molto viva e appassionata. La città è fortunata ad avere curatori così speciali, artisti e collezionisti entusiasti di ogni tipo di arte, ma specialmente quella contemporanea. Ho trovato qui un luogo dove davvero poter discutere ed esplorare l’arte e allargarne i confini oltre la tradizione. Con Milano a un’ora sola di distanza, tra l’altro, i bergamaschi hanno l’opportunità di confrontarsi ancora di più sul contemporaneo".

Quali siti artistici in città ti hanno più colpito?

"Senz’altro Santa Maria Maggiore, di una bellezza impressionante. Ci sono talmente tanti stili sotto un unico tetto, i soffitti sono incredibili, così come l’ampiezza dell’edificio, i suoi dettagli architettonici e decorativi, il suo intorno. Ci andavo ogni giorno, per notare e scoprire parti che non avevo visto prima. Non un sito d’arte contemporanea naturalmente, ma un luogo destinato ad affascinare per sempre i suoi visitatori".

Come potenziare l’arte contemporanea a Bergamo?

"I progetti, le residenze, le esposizioni: tutto funziona in modo fantastico qui per gli artisti contemporanei, occorre continuare in questa direzione. Bergamo sotto questo profilo è un luogo strategico e unico: c’è la storia ma c’è anche la modernità. Il contemporaneo in una location storica è affascinante, specialmente perché l’ambiente facilita il dialogo tra diverse epoche".

Come hai interpretato gli spazi di “Baco”?

"Ho trovato gli ambienti del vecchio Conservatorio molto suggestivi, mi hanno davvero ispirata. In particolare il pavimento con la fantasia di antiche piastrelle attraversate da crepe e fessure, come fosse un patchwork. Ho usato le stanze come una struttura con cui lavorare, proprio come un telaio dove impostare un dipinto. I ganci ai muri, penso lasciati da quando vi si appendevano i violini tra una lezione e l’altra, mi hanno invitata a considerare gli individui che occupavano gli spazi anni fa. Ne ho usati alcuni per appendervi corde intrecciate. Altre ne ho collocate tra le crepe, cammuffate nella stanza".

Dove nasce la tua poetica del recupero dello scarto?

"Ciò che di solito sfugge alla nostra attenzione può ospitare molto contenuto, perciò mi piace recuperare questi materiali e sottrarli al loro contesto per portarli nel mio, prima nello studio, poi in galleria. Questi oggetti sono usati per il loro scopo, ma poi eliminati, perciò li prendo e do loro una nuova identità. Per esempio, uso una rete per la frutta come una superficie per dipingere, un pezzo di imballaggio lo disfo per suggerire il segno di un pennello in un dipinto, e un nastro da fiorista è intrecciato per diventare parte di una corda".

Che cosa ti ha più ispirato per questi lavori?

"Gli spazi, i preparativi stessa della residenza, i materiali che ho trovato e ho fatto miei. Per esempio, l’installazione nell’ultima stanza si è ispirata alla struttura dell’armadio presente in loco. Ma mentre eseguivo l’opera e la riempivo con materiali di recupero (tra cui i sacchetti di un fruttivendolo di Città Alta), pittura e collage (su modello delle piastrelle a pavimento), ho notato come la luce dalle finestre cambiava durante il giorno, illuminando il lavoro con giochi di ombra e di riflessi, attraverso il cellophane che ne restituiva le varianti cromatiche. Quindi all’opera hanno contribuito la luce, gli ambienti, gli spazi".

Un bilancio di questa residenza?

"É stata la mia prima residenza, mi è piaciuta molto. Un cambio dalla routine dello studio, anche per il ritmo di lavoro, non solo per il luogo, perciò è stata un’esperienza inebriante. Ma anche un’opportunità speciale per produrre ed esporre nel medesimo ambiente, infatti i lavori potevano essere valutati nello spazio e considerati dal momento in cui ho cominciato a eseguirli. Naturalmente c’era qualche pressione perché realizzassi il lavoro in due settimane ma questo non è negativo, significa piuttosto la necessità di un alto grado di concentrazione circa il processo e i suoi esiti. Ciò è molto formativo e ho imparato tanto circa la mia personale pratica artistica. Anche il fatto di stare in una città che mai prima avevo visitato è stato produttivo, perché mi ha dato occhi nuovi e nuova ispirazione. La squadra che mi ha accolto è stata fantastica e di grande supporto in tutto, dalla ricerca dei materiali per le opere, all’assistenza nell’allestimento, alla pubblicizzazione dell’evento. Un grande lavoro e una bella sinergia d’intenti".

Stefania Burnelli

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