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The London Souls: spunti antichi, suoni d’oggi Un mix che si fa amare

Quattro stelle per "Here Comes the Girls" dei London Souls. E Brother Giober questa settimana regala pillole di arte varia "assaggiata" anche per i lettori di Bergamonews.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: The London Souls

TITOLO: Here Comes the Girls

GIUDIZIO: ****

Ho ascoltato per la prima volta The London Souls a Lucca quest’estate, in quanto opening act di Lenny Kravitz, mentre sorseggiavo tranquillamente un bicchiere di vino nel backstage, grazie ai video collegati con il palco di piazza Napoleone. La cosa ricordo mi lasciò stupito: me l’ero presa comoda perché attendevo che iniziasse il concerto di Guy Clark jr e di quel gruppo nulla sapevo, né tantomeno del loro concerto.

Ad ogni modo le immagini provenienti dai monitor non mi suscitarono particolari curiosità: la prima impressione fu che la formula del duo (chitarra e batteria) fosse già superata e che la loro musica fosse un po’ troppo ispirata a quella di Jimi Hendrix. Quest’ultima circostanza, e in particolare che il suono fosse di grana un po’ troppo grossa, la giustificai con il tentativo riempire la scena con solo due strumenti.

Fatto sta che in quell’occasione i London Souls non mi fecero una grande impressione.

Poi una recensione entusiasta sul Busca mi ha indotto a scaricare l’album e a cercare qualche notizia su Google: sono stati i continui ascolti di Here Come the Girls a convincermi sulla bontà della musica del duo e sull’impressione errata di quel primo concerto.

Per prima cosa i The London Souls vengono da New York e sono Tash Neal and Chris St. Hilaire, da qualche parte ho letto che ultimamente si aggiunto a loro un bassista: loro stessi in un’intervista recente hanno affermato che il nome conta poco e che uno vale l’altro e che al di là della circostanza che alcune loro canzoni si rifanno a certo clima musicale inglese di fine anni ’60 per il resto non esistono specifiche ragioni alla base della scelta: suona bene così e stop.

E se devo essere sincero un po’ tutto il disco risente di questo approccio un po’ casuale nel senso che nulla appare studiato a tavolino.

I The London Souls fanno una musica fortemente derivativa che viene diritta dritta dagli anni ’70 e mischiano influenze che vanno dai Led Zeppelin, ai Beatles, ai Kinks, al soul di Otis Redding, al rock blues, al country’n’ roll, senza alcuna logica apparente.

Il problema, se di problema vogliamo parlare, è che il tutto suona dannatamente bene e che la varietà degli stili più che confondere l’ascoltatore, dà invece un senso di grande freschezza ed entusiasmo. Avrete la sensazione di trovarvi di fronte a un juke box pieno di potenziali successi a 45 giri dell’epoca ma trattati con suoni assolutamente moderni: merito di canzoni scritte benissimo e prodotte con gusto grazie alla presenza di Eric Krasno dei Soulive.

La partenza è affidata When I’m With You, il cui giro di chitarra iniziale ricorda vagamente una vecchia canzone di Warren Zevon che poi diventa un brano in puro stile british invasion e che ricorda i Beatles, i Kinks.

La versatilità dei London Souls si materializza ancor di più con la track successiva, ossia Steady e i suoi suoni rock blues che ricordano i Cream, i Led Zeppelin e più recentemente il lavoro di sintesi di Lenny Kravitz.

Neanche il tempo di abituarsi alla durezza degli arrangiamenti ed ecco l’acustica Hercules, delicata, suonata in punta di dita, che ricorda, per certi versi Nashville, la parte acustica di On Stage di Loggins e Messina e che introduce Alone, un brano in puro stile sixties, una via di mezzo tra Spencer Davis Group e Rolling Stones, prima maniera e con lo stesso potenziale commerciale e la stessa forza, venendo ai nostri giorni, di un singolo dei Black Keys.

Ancora una possibile hit è All Tied Down, a metà tra Marc Bolan e i Kinks con chitarre in grande spolvero e batteria che, più che altrove, caratterizza le sonorità. Bella la melodia , bello lo sviluppo dinamico della canzone.

Un piccolo gioiello acustico è Isabel, un brano lieve basato su un semplice arpeggio di chitarra, provvisto di una bella melodia quasi sussurrata.

La tranquillità del brano viene poi ulteriormente indotta da Crimson Revival, ancora una ballata questa volta elettrica, fortemente legata ai climi del british pop di fine anni ’60; bella la melodia, il riff di chitarra, e fortemente evocativo l’arrangiamento.

Più rockeggiante è Honey, seppur anche influenzata da certe atmosfere soul presenti soprattutto per i cori che sottolieano i passaggi di maggior pathos.

Batteria a mille ed ecco The River, un rock ‘n’ roll, semplice nella struttura ma nella sua essenzialità ugualmente trascinante, mentre How can I Get through è una sorta di country ‘n’ roll che però mi ricorda anche alcune delizie acustiche di Paul McCartney.

Valerie (niente a che vedere con l’omonimo brando di Amy Winehouse) è introdotta da un riff di chitarra già sentito ma ugualmente fresco e godibile così come di rilievo è la bella interpretazione vocale; suona del tutto riuscita Bobby James, una ballata con venature soul che ci riporta a fine anni 50 , primi ’60, ricca di sfumature melodiche che la rendono particolarmente riuscita.

Chiude il disco Run Zombie Run, canzone dal titolo divertente che in realtà è un brano molto rilassato, molto pop, essenzialmente acustico che chiude in modo degno un grande album. Da ascoltare assolutamente.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Isabel

Se non ti basta ascolta anche:

Lenny Kravitz – Let Love Rule

Jack White – Lazaretto

My Morning Jacket – The Waterfall

Come è stato giudicato da altri:

Buscadero: ***1/2

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Commenti

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  1. Scritto da andrea

    Per essere bravi, sono bravi, ma una chitarra e una batteria è un po’ poco per deliziare il mio udito

  2. Scritto da brixxon53

    Anch’io ho scaricato il disco dopo aver letto la recensione del Busca. Veramente bello, soprattutto per i nostalgici come me, ed entra prepotentemente in lizza per la classifica 2015. Mi permetto anche di segnalare Long Lost Suitcase di Tom Jones, terzo disco di una trilogia iniziata nel 2010 e che mi ha fatto apprezzare un artista che non mi era mai piaciuto. Buona musica a tutti.