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Mani bioniche, Einstein e il Nobel: il mix domenicale di BergamoScienza

La domenica soleggiata, che ha rallegrato il risveglio dei bergamaschi, ha invogliato ancora di più il pubblico di BergamoScienza a recarsi in città alta per assistere alle conferenze del festival scientifico al Teatro Sociale.

La domenica soleggiata, che ha rallegrato il risveglio dei bergamaschi, ha invogliato ancora di più il pubblico di BergamoScienza a recarsi in città alta per assistere alle conferenze del festival scientifico al Teatro Sociale.

“Vi ringrazio per la numerosa partecipazione, che so non essere scontata di domenica mattina e ringrazio anche gli organizzatori di BergamoScienza per aver dato attenzione ad un tema molto affascinante ed estremamente importante per il mondo delle scienze mediche”, così Andrea Remuzzi, dell’Università di Bergamo, ha introdotto la conferenza “Verso una mano bionica: risultati recenti e prospettive future”, inaugurando la seconda domenica dedicata a BergamoScienza.

Sul palco, Silvestro Micera, dell’Istituto di BioRobotica di Losanna, per spiegarci e illustrarci i recenti risultati e le prospettive future della “mano bionica”: “La sostituzione di una mano mancante con una artificiale funzionale è un antico bisogno e desiderio. I recenti risultati del nostro laboratorio hanno dimostrato la possibilità di registrare le informazioni motore da nervi efferenti e di poterli stimolare utilizzando impianti intra neurali. Il nostro sogno è di donare tutte le funzioni sensoriali attraverso le protesi, sfruttando le strutture neurali ancora esistenti dopo l’amputazione. Sono convinto che le neuro protesi, dispositivi collegati al sistema nervoso e realizzati per ripristinare la funzione sensoriale o motoria persa a seguito di un danno o malattia, possano rivoluzionare il campo delle medicina, dal momento che abbiamo riscontrato un’alta biocompatibilità con questi sistemi e il corpo umano.”

In seguito, il Teatro Sociale ha ospitato due conferenze proposte dal Comitato Giovani di BergamoScienza. Nicola Quadri, membro del Comitato Giovani, ci racconta la genesi della sua idea che ha dato vita all’incontro con il professore Vincenzo Barone, “Unità e semplicità. La lezione di Einstein”: “Ci sembrava importante ricordare la figura di Einstein e la teoria della relatività generale in occasione del centenario della sua pubblicazione. L’idea era ripercorrere i punti principali di quella che è ancora oggi una visione rivoluzionaria, e insieme raccontare l’uomo, la filosofia che l’ha guidato e l’impatto che il suo lavoro ha avuto sul modo di fare fisica e sulla cultura contemporanea. Il comitato scientifico ha accolto con entusiasmo la proposta e ha suggerito come relatore Vincenzo Barone, fisico e comunicatore straordinario. Penso che sia davvero un’occasione per il pubblico di BergamoScienza: a volte guardare indietro, alla storia della scienza, è un ottimo modo per capire meglio quello che abbiamo davanti.”

Partendo dall’11 ottobre 1915 e da una casa di Berlino in Wittelsbacherstrasse numero 13, dove stava avvenendo una vera e propria “tempesta scientifico-rivoluzionaria”, così definita da Barone, siamo arrivati alle aule dell’Accademia prussiana delle scienze, dove, il 25 novembre 1915, Albert Einsten ha esposto l’equazione finale che racchiude la teoria della relatività generale. “E da quel momento il mondo della scienza e le nostre vite non sono state più le stesse. La materia e lo spazio non erano più due entità distinte e la loro interazione ha preso il nome di gravità. Quello che, però, vorrei trasmettere attraverso questa mia conferenza non sono tanto i concetti fisico-matematici, ma le nozioni che, dopo quel fatidico 25 novembre, tutti noi, scienziati e non, ci portiamo dentro, semplicemente come uomini. Perché, anche se è difficile capacitarsene, Albert Einstein non era solo l’icona del genio per eccellenza, ma, anche e soprattutto, un uomo con le sue complessità e difficoltà, che, partendo da piccole domande è arrivato a risposte tanto grandi da rivoluzionare le nostre vite. Noi ricordiamo i grandi uomini della storia per aver fondato grandi imperi, Albert Einstein ha costruito qualcosa di molto più importante, ha costruito degli universi.” E, dopo le parole conclusive di Vincenzo Barone, il Teatro Sociale si è riempito di applausi.

Tommaso Parsani, membro del Comitato Giovani di BergamoScienza, ci presenta la seconda conferenza della giornata firmata Comitato Giovani BergamoScienza: “Le applicazioni della fisica nucleare ai beni culturali”. “La conferenza tratta dell’applicazione di tecniche di fisica nucleare, come l’uso di acceleratori di particelle e sistemi di rivelazione di radiazione, allo studio di beni artistici e culturali, come manoscritti, dipinti, affreschi e anche sculture. Grazie a queste tecniche si possono studiare i materiali contenuti nei diversi strati, come ad esempio identificare il pigmento utilizzato anche sotto diversi strati di impurità, in modo del tutto non invasivo. Queste sono informazioni chiave in fase di restauro per la scelta delle tecniche più opportune, o anche per scoprire dei falsi realizzati con pigmenti troppo recenti per la data attribuita all’opera. Durante la mia attività di ricerca nell’ambito del dottorato in ingegneria elettronica ho avuto modo di collaborare con il ‘laboratorio di tecniche nucleari per i beni culturali’ di Sesto Fiorentino, diretto proprio dal professor Pier Andrea Mandò (relatore della conferenza), e sono rimasto da subito affascinato dai numerosi studi compiuti su diverse opere nel corso degli ultimi 20 anni e che hanno aperto la strada ad una applicazione sistematica a livello mondiale di queste tecniche nello studio e nella conservazione dei beni culturali. A mio parere l’argomento è veramente accattivante e interessante, soprattutto per l’interdisciplinarità dell’argomento e per l’estensione della fisica ad un campo così amato come l’arte.”

Pier Andrea Mandò, del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università degli Studi di Firenze, afferma: “A volte si sottovaluta l’apporto che la scienza può dare ai beni culturali, ma la realtà è un’altra. Le strumentazioni e le tecnologie sviluppate nell’ambito della Fisica Nucleare (acceleratori, rivelatori…) si possono utilizzare, ad esempio, per determinare, in modo assolutamente non invasivo, la composizione dei materiali impiegati in un’opera d’arte o per datare reperti archeologici o storico-artistici. A mio parere, la sinergia tra scienziati, che siano fisici o chimici, e storici dell’arte o archeologi, è il modo migliore per studiare e analizzare le opere d’arte.”

Ancora una volta a concludere i pomeriggi dedicati a BergamoScienza è il Premio Nobel per la Chimica nel 1991, Richard Ernst, che, riprendendo la metafora, già utilizzata nella sua scorsa conferenza (“Il mio percorso nella scienza: il fascino della Risonanza Magnetica Nucleare”), delle due “gambe” (la scienza e l’arte) che l’hanno sostenuto durante le sue scoperte, ha aperto la conferenza “La mia attrazione per l’arte pittorica tibetana.” “Sentivo che il mio interesse scientifico per la Risonanza Magnetica Nucleare aveva bisogno di un completamento umanistico, ma la musica classica che mi aveva appassionato da giovane non era riuscita a soddisfare a pieno questo mio desiderio; sono dovuto andare fino in Nepal, nel 1968, per trovare quella ‘parte mancante’, e l’ho trovata nell’arte tibetana. La filosofia buddista mi ha subito affascinato non appena ne sono venuto a contatto, ed essa è accessibile attraverso dipinti pieni di colori che seguono uno stretto codice-colore e di cui mi sono immediatamente innamorato. Quando non riesco a dormire vado nella mia cantina ad ammirare la mia personale collezione di Arte Himalayana e c’è qualcosa in quell’arte che riesce a stregarmi e, nelle sue figure, ho anche trovato il simbolo di me stesso: Manjusri, la divinità che incarna la forza e la saggezza, due caratteristiche fondamentali per uno scienziato. Sono convinto che nessuna attività professionale da sola possa occupare una mente umana per sempre. Vi do un piccolo consiglio per vivere felici: abbinate il vostro mestiere ad una grande passione. La grande passione di Albert Einstein era il suo violino: perché anche voi non potete avere una passione completamente estranea alla vostra occupazione?”

E, così, con la simpatia e l’ironia che lo caratterizza, Richard Ernst ha concluso la seconda domenica dedicata al festival scientifico.

Tra i prossimi eventi da non perdere firmati BergamoScienza vi sono: lunedì 12 ottobre la replica di “La rivoluzione scientifica della grande guerra”, ore 21 all’Auditorium di Piazza Libertà e giovedì 15 ottobre “Cent’anni di inquietudine: lo straordinario dialogo tra arte, scienza e filosofia”, ore 21 nell’Aula Magna dell’Università di Bergamo.

Ricordiamo, inoltre, che tutte le conferenze di BergamoScienza si possono rivedere in streaming sul sito www.bergamoscienza.it

Lucia Cappelluzzo

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