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Grande Guerra, pillola 65 La 4ª battaglia dell’Isonzo: illusione e delusione fotogallery

Il generale Cadorna apparteneva al novero dei comandanti teorici: per lui l’idea era tutto e l’empirismo una parola da cancellare dal vocabolario. Come per Cadorna, per moltissimi strateghi, veri o presunti, della prima guerra mondiale la battaglia era una questione astratta: le linee erano disegni sulla carta, i reparti vettori immaginari di colori diversi, che si muovevano avanti o indietro, che si spostavano, che scomparivano.

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di Marco Cimmino

Il generale Cadorna apparteneva al novero dei comandanti teorici: per lui l’idea era tutto e l’empirismo una parola da cancellare dal vocabolario. Come per Cadorna, per moltissimi strateghi, veri o presunti, della prima guerra mondiale la battaglia era una questione astratta: le linee erano disegni sulla carta, i reparti vettori immaginari di colori diversi, che si muovevano avanti o indietro, che si spostavano, che scomparivano.

Ogni vettore che veniva cancellato significava fosse comuni che inghiottivano interi reparti, brandelli di uomini aggrappati ai reticolati, carne e sangue. Questa, però, era la dottrina militare: un concetto talmente astratto da impedire addirittura ai comandanti di avvicinarsi al campo di battaglia reale, per non inquinare la purezza delle proprie strategie. Se dobbiamo indicare una follia specifica ed obbligativa, nella più generale follia di una guerra, per questo conflitto la possiamo certamente individuare in questa siderale distanza dalla realtà, che caratterizzava l’operato dei comandi. Cadorna pensava che, dopo le sue tre inani spallate e, soprattutto, dopo la terza, la più inane di tutte, il suo avversario fosse sul punto di cedere: s’immaginava un Boroevič sull’orlo del collasso nervoso, con le truppe ridotte al lumicino. Viceversa, la quinta armata AU era fermamente intenzionata a non cedere di un passo.

Certo, si leccava le ferite dell’ultimo salasso isontino, ma tra questo a dire che fosse giunta al punto di crollare ce ne corre.

Dunque, secondo il generalissimo, era il momento di perseverare: parola magica, che indicava una stoica volontà di vittoria, e, invece, per i fanti nelle tane di volpe intorno a Gorizia, esausti per la recente strage, voleva dire nuovi massacri e nuove pazzie tattiche. Così, le due armate italiane perseverarono, e ne uscì la quarta battaglia dell’Isonzo: solamente una coda della precedente, con gli stessi obbiettivi, la stessa mancanza di strumenti e lo stesso, inevitabile epilogo.

La parte principale dell’offensiva, lanciata, secondo il costume italiano, praticamente lungo tutto il fronte, con la già sottolineata dispersione delle forze attaccanti, si concentrò, a partire dal 10 novembre 1915, di nuovo contro la soglia di Gorizia e i suoi due bastioni del San Michele e della testa di ponte. Ormai, le alture intorno al capoluogo erano diventate autentiche fortezze, che avrebbero richiesto, per essere espugnate, una tattica simile a quella dell’assedio di una roccaforte: viceversa, i fanti italiani andarono all’assalto secundum doctrinam, e ne uscì la solita ecatombe.

Dopo 15 giorni di attacchi disperati dei due reggimenti della Siena e dei bersaglieri, sul San Michele venne schierata la brigata Sassari: un reparto di recente formazione, a base regionale (contrariamente a tutte le altre brigate di fanteria italiane) e destinata a divenire il reparto più decorato del regio esercito nella prima guerra mondiale. Fu proprio in questa occasione che il comando supremo, citando la conquista e, soprattutto, il mantenimento, di due importanti trincee (Frasche e Razzi) sul San Michele, definì, nel bollettino di guerra, i soldati sassarini “intrepidi sardi”: l’ignoto scrittore non poteva saperlo, ma stava gettando le basi di un’epopea che dura ancora oggi, quella dei Dimonios.

A parte questi irrisori successi locali e la conquista della quota 188 di Oslavia, sostanzialmente inutile, senza il raggiungimento delle sponde dell’Isonzo, a Peuma, la quarta battaglia dell’Isonzo si concluse con un nulla di fatto, il 5 dicembre, anche a causa del peggioramento delle condizioni meteo, con l’arrivo della bora. Entrambi gli eserciti (e particolarmente gli italiani) erano stati schierati con la convinzione che quella sull’Isonzo sarebbe stata una guerra rapida e, pertanto, mancavano di attrezzature ed equipaggiamenti adeguati a sostenere un conflitto statico nella stagione invernale: fu necessario, perciò, sospendere le azioni e preoccuparsi della semplice sopravvivenza in linea delle truppe.

L’inverno 1915-16, proprio per questa impreparazione, fu, probabilmente, il peggiore dell’intera guerra.

All’interno di questa quarta spallata italiana, va inoltre segnalato un gesto tanto inutile quanto ignobile da parte italiana: il bombardamento della città di Gorizia da parte delle artiglierie. Gorizia rappresentava, nonostante le convinzioni opposte dei comandi italiani, un bersaglio di nessun interesse strategico, ed era ancora abitata da parte dei suoi cittadini, poiché la sua evidente assenza di strutture militari sembrava renderla immune da bombardamenti: viceversa, probabilmente per quello che si chiama “bombardamento per frustrazione”, ossia per un’azione di artiglieria di puro sfogo, durante un’operazione inefficace, gli italiani decisero di colpire, per la prima volta nella guerra, una città abitata.

Pare che Cadorna fosse stato consigliato in questo senso dal suo degno emulo, il generalissimo francese Joffre, convinto dell’importanza di tagliare alle spalle del nemico ogni possibilità logistica. I cittadini vennero avvisati tramite un volantinaggio aereo delle intenzioni di Cadorna, per cui le vittime civili furono poche, ma la bella città isontina subì danni gravissimi quando, il 17 novembre, le artiglierie pesanti italiane aprirono il fuoco per 200 minuti contro l’abitato goriziano.

Alla fine dei combattimenti di dicembre, una relativa quiete scese sulla tormentata conca di Gorizia: il regio esercito aveva perso altri 50.000 uomini e gli AU più di 32.000. Le ostilità, dopo la pausa invernale, sarebbero riprese a marzo del 1916.

Tuttavia, in Italia, con l’avvicinarsi della fatidica scadenza del Natale, che era stata indicata come la fine presunta della guerra vittoriosa, all’interno tanto dell’esercito quanto del parlamento si cominciava a percepire qualche segnale di insofferenza e di malumore. Le spaventose battaglie del 1916 avrebbero contribuito ad acuire questo principio di rigetto, con conseguenze che, nel 1917, sarebbero diventate catastrofiche.

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Commenti

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  1. Scritto da Battista

    Grazie, professor Cimmino, per queste grandi, per questa grandissima pagina di storia e di umanità! Sono sicuro che Lei sta ricevendo un immenso abbraccio grato e fraterno da tutti quei soldati, quei ragazzi in uniforme, che da una parte e dall’altra, sono stati in quella immane tragedia d’armi e “follia specifica ed obbligativa” per spietati, boriosi gallonati.