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“Mai più guerra” Paolo VI e quel discorso all’Onu 50 anni fa

Cinquant’anni fa, il 4 ottobre 1965, festa di san Francesco d’Assisi, Paolo VI, primo Papa nella storia, parla in francese all'assemblea generale delle Nazioni Unite, cui aderivano 117 Stati.

«Jamais la guerre! Jamais la guerre! Mai più gli uni contro gli altri, e neppure gli uni sopra gli altri ma sempre gli uni con gli altri. Voi state compiendo un’opera grande: l’educazione dell’umanità alla pace. Le Nazioni Unite, sorte contro la guerra e per la pace, è la grande scuola di questa educazione e qui siamo nell’"aula magna".

Ascoltate le parole di un grande scomparso, John Kennedy: "L’umanità deve porre fine alla guerra o la guerra porrà fine all’umanità"». Il volto assorto, la voce roca dai toni bassi e marcati, cinquant’anni fa, il 4 ottobre 1965, festa di san Francesco d’Assisi, Paolo VI, primo Papa nella storia, parla in francese all’assemblea generale delle Nazioni Unite, cui aderivano 117 Stati.

Lo avevano invitato Maha Thray Sithu U Thant – il diplomatico birmano, che fu il terzo segretario generale dell’Onu – e il presidente dell’assemblea, per la prima e l’unica volta un italiano, il senatore Amintore Fanfani. Il 14 settembre 1965 Papa Montini aveva inaugurato l’ultima sessione del Concilio Vaticano II e aveva annunciato il viaggio «per recare ai rappresentanti delle Nazioni un messaggio di onore e di pace. Vogliamo sperare che al nostro messaggio si unirà la vostra unanime adesione, non avendo noi altra intenzione che di assumere nella nostra voce il coro delle vostre».

Rapidissimo il viaggio – 32 ore in tutto, contando il fuso orario – il 4 ottobre a New York nel 20º di fondazione dell’Onu. Visita la Cattedrale di St. Patrick; pranza con il leggendario cardinale arcivescovo Francis Joseph Spellman; rivolge il discorso all’assemblea generale al Palazzo di Vetro; celebra la Messa allo «Yankee Stadium»; ritorna a Roma dove il 5 alle 13 in punto entra nell’aula conciliare accolto dall’entusiasmo incontenibile dai vescovi: «Il nostro viaggio oltre l’oceano, qui, donde si mosse, ora si conclude, grazie a Dio, felicemente. Noi abbiamo recato alla straordinaria riunione il messaggio di salute e di pace che questo sacrosanto Concilio ci aveva affidato».

Un successo per l’instancabile servitore della pace: discorso applauditissimo, milioni di persone nelle strade, il rispetto dei neri perché volle percorrere le strade di Harlem, il quartiere dei neri, sempre evitato dai cortei ufficiali. All’aeroporto «John F. Kennedy» è ricevuto da U Thant, dal sindaco Robert F. Wagner junior e da un nugolo di poliziotti; nessun capo di Stato al Palazzo di Vetro; con il presidente Lyndon B. Johnson – succeduto a Kennedy, assassinato a Dallas il 22 novembre 1963 – si incontra privatamente al Waldorf Astoria Hotel in Park Avenue. Allora Stati Uniti e Santa Sede non avevano relazioni diplomatiche. In piena «guerra fredda», il viaggio è un chiarissimo segnale che il Papa di Roma e la Chiesa cattolica appoggiano l’Onu, in un momento di grave crisi finanziaria perché l’Unione Sovietica, la Francia e altri Paesi non pagano i contributi, in una fase di impotenza per due atroci conflitti – Congo ex belga e Vietnam – e perché la Cina comunista di Mao Tse-tung, esclusa a favore di Formosa, minaccia di far nascere un’organizzazione antagonista formata da Paesi rivoluzionari nati dalle ceneri del colonialismo. All’Onu poche settimane prima erano entrati Maldive, Gambia e Singapore ma nel 1964 ne era uscita l’Indonesia di Sukarno. Il Papa, accompagnato da 5 cardinali dei 5 continenti, rappresenta una Chiesa impegnata nello sforzo per la pace: «La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni ma tutti i popoli. Difficile impresa, ma questa è l’impresa, la vostra nobilissima impresa. Perseverate. Diremo di più: procurate di richiamare tra voi chi da voi si fosse staccato, e studiate il modo per chiamare, con onore e lealtà, al vostro patto di fratellanza, chi ancora non lo condivide. Fate che chi ancora è rimasto fuori desideri e meriti la comune fiducia, e poi siate generosi nell’accordarla».

Tutti capiscono: il Papa vuole nell’Onu la Cina di Mao. L’appello alla pace è espresso con frasi secche, com’è lo stile montiniano: «Mai più la guerra. La pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’umanità. Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani».

Parla della «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» approvata il 10 dicembre 1948. Sostiene la libertà, compresa quella religiosa e il rispetto per la vita umana «che è sacra e va difesa». Montini, che nel 1968 firmerà l’enciclica «Humanae vitae», alla tribuna dell’Onu afferma: «Il rispetto per la vita, anche in ciò che riguarda il grande problema della natalità, deve avere qui la sua più alta professione e la sua più ragionevole difesa: voi dovete procurare di far abbondare quanto basti il pane per la mensa dell’umanità; non già favorire un artificiale controllo delle nascite che fosse irrazionale, per diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita». Passano 15 anni. Quello all’Onu, per Giovanni Paolo II, eletto il 16 ottobre 1978, è il terzo viaggio internazionale: nel gennaio 1979 a Puebla in Messico per la III assemblea dell’episcopato latinoamericano; in giugno il trionfale ritorno in Polonia innesca la scintilla di Solidarnosc e incrina il comunismo; in ottobre nell’Irlanda dilaniata dalla guerra tra cattolici e protestanti e negli Stati Uniti, Paese che ha visitato complessivamente 7 volte: 1979, 1981, 1984, 1987, 1993, 1995, 1999. Un Papa giovane, sportivo, dinamico, polacco, il 2 ottobre 1979 è accolto dal segretario, l’austriaco Kurt Waldheim, poi presidente dell’Austria costretto alle dimissione per i trascorsi nazisti. Il presidente dell’assemblea, il tanzaniano e musulmano Salim Ahmed Salim, lo saluta: «Vostra Santità, messaggero di pace e di speranza, maestro che viaggia e insegna con premura ed equilibrio». È assente solo il rappresentante albanese. «La politica è per l’uomo» chiarisce: «Ognuno di voi rappresenta singoli Stati, insieme rappresentate tutti gli uomini del globo».

Rievoca il suo pellegrinaggio nel lager di Auschwitz-Oswiecim: «Fate sparire ogni campo di concentramento sulla Terra. Milioni di nostri fratelli e sorelle hanno pagato con la sofferenza e il sacrificio provocati dall’abbrutimento che aveva reso sorde e ottuse le coscienze degli oppressori e degli artefici del genocidio. Ogni essere umano possiede una dignità che non potrà mai essere sminuita, ferita o distrutta, ma dovrà essere rispettata e protetta». La pace è turbata «dalla violazione dei diritti umani, dalle diseguaglianze nel possesso e nel godimento dei beni materiali, dalle tensioni economiche, dallo sfruttamento del lavoro, dai molteplici abusi della dignità umana».

Preme per il superamento dei vecchi e fallimentari sistemi – il marxismo e il capitalismo – che sfruttano l’uomo, schiacciano i popoli, impediscono la partecipazione alla vita sociale, provocano «la terribile disparità tra i gruppi eccessivamente ricchi e la maggioranza di miserabili, privi di nutrimento, di lavoro, di istruzione, condannati alla fame e alle malattie». «Wojtyla superstar» lo definisce la stampa americana. All’Onu torna il 5 ottobre 1995, invitato dal segretario generale, l’egiziano Boutros Boutros-Ghali.

Tiene una «lectio magistralis» di diritto internazionale sulla libertà. Nel 1989 il Muro di Berlino è crollato, il comunismo è caduto, Urss e Jugoslavia si disgregano, gli Usa sono l’unica superpotenza. Esplodono estremismo e fondamentalismo. Brutali guerre insanguinano Africa, Medio Oriente, Balcani. Una coalizione-Onu libera il Kuwait da Saddam Hussein. Papa Wojtyla ribadisce che i diritti umani sono radicati nella natura della persona e nella legge morale universale «scritta nel cuore dell’uomo». Invita ad «assumersi il rischio della libertà» e ad appoggiare i diritti delle Nazioni: «Crimini terribili furono e sono commessi in nome di dottrine infauste che predicano l’inferiorità di alcune razze, nazioni, culture». Sostiene l’autodeterminazione dei popoli ma «la libertà di religione e di coscienza è il pilastro dei diritti ed è il fondamento di ogni società libera».

Condanna «l’insano nazionalismo, il disprezzo per gli altri, il fondamentalismo». Auspica un’Onu «famiglia di nazioni». Conclude: «La fede in Cristo non ci spinge all’intolleranza ma ci obbliga al dialogo». «Pace e prosperità con l’aiuto di Dio». All’invocazione, ripetuta all’inizio sei volte nelle sei lingue dell’Onu – spagnolo, inglese, francese, arabo, russo, cinese – l’Assemblea generale delle Nazioni Unite esplode in un’ovazione che non finisce mai.

Benedetto XVI il 18 aprile 2008 «cattura» i rappresentanti di 192 Paesi che applaudono il Papa venuto da Roma a celebrare il 60º della «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo». Il segretario generale, il coreano Ban Ki Moon, lo attende fuori dal Palazzo di Vetro sulla Seconda Avenue. Papa Ratzinger entra nella grande sala verde dal fondo e la percorre tra applausi, scatti di macchine fotografiche e cellulari, ambasciatori in piedi. Incede adagio, sguardo scintillante, gesti pacati delle braccia e delle mani. La grande famiglia delle Nazioni ne scruta il volto, ne soppesa le parole. Il 25 settembre 2015 Papa Francesco, primo Papa del continente americano, ripete: «Basta guerra, negazione di tutti i diritti».

Le istituzioni internazionali devono agire in difesa dei diritti umani, a tutela dell’ambiente «casa comune», per «il rispetto assoluto della vita umana in tutte le sue fasi e dimensioni». No al narcotraffico. No alla proliferazione delle armi nucleari. No alle armi di distruzione di massa. No alla distruzione dei cristiani in Medio Oriente e nei Paesi islamici. No alle nefaste consegue di un’economia mondiale che uccide.  

Pier Giuseppe Accornero

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