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Yara, investigatori 25 ore nel campo e 3 anni al lavoro per arrivare a Bossetti

Nel corso dell'udienza di venerdì 2 ottobre, attraverso le deposizioni dell'ex dirigente della Squadra mobile di Bergamo dell'esperto della Scientifica di Milano, si è potuto ricostruire la lunga e complessa indagine che ha portato all'arresto del carpentiere di Mapello.

 Venticinque ore consecutive di perlustrazione nel campo di Chignolo d’Isola e oltre tre anni di complesse indagini. Nel corso dell’udienza di venerdì 2 ottobre del processo contro Massimo Giuseppe Bossetti, imputato per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, attraverso le deposizioni dell’ex dirigente della Squadra mobile di Bergamo Gianpaolo Bonafini e di Dario Redaelli della Scientifica di Milano, si è potuto ricostruire la lunga e complessa indagine che ha portato all’arresto del carpentiere di Mapello. 

Davanti alla corte d’Assise presieduta dal giudice Antonella Bertoja, e con Bossetti che seduto di fianco ai suoi avvocati Salvagni e Camporini ha ascoltato parola per parola, i due investigatori hanno ripercorso le fasi dell’inchiesta.

A partire dall’approfondito sopralluogo nel campo di Chignolo d’Iola dove venne ritrovato il cadavere della ragazzina: "Arrivammo intorno alle 17 di quel 26 febbraio e lavorammo ininterrotamente fino alle 18 del giorno seguente, per un totale di 25 ore consecutive – le parole di Redaelli al pm Ruggeri – . Il terreno fu diviso in 26 aree e battutto a tappeto. Vennero trovati e repertati in tutto 13 oggetti, tra i quali una vecchia roncola arrugginita". 

Bonafini ha invece parlato dell’intricato percorso per arrivare a Bossetti dalle tracce di dna rinvenute sugli slip di Yara: "Nel maggio del 2011 ci arrivarono i risultati di quel dna. Era la prima prova significativa che avevamo, e da quel momento iniziò il lavoro scientifico. Il 21 ottobre di quell’anno, la Polizia scientifica comunicò che uno dei dna prelevati a luglio da 476 clienti della discoteca Sabbie Mobili, accanto al campo di Chignolo d’Isola in cui fu trovato il cadavere, aveva un aplotipo Y uguale a quello trovato sugli slip della tredicenne. Questo dna apparteneva a Damiano Guerinoni, un giovane, nipote di Giuseppe Guerinoni, l’autista di autobus morto nel 1999 e che le indagini appurarono poi essere padre naturale di Massimo Bossetti. Ma il ragazzo lui risultò estraneo al delitto, in quanto all’epoca dei fatti si trovava in Perù per una missione umanitaria. Conosceva comunque la famiglia Gambirasio, in quanto sua madre, Aurora Zanni, aveva lavorato come domestica a casa di Yara. Tanto è vero che Damiano scrisse una lettera di cordoglio alla mamma della vittima". 

"Iniziammo quindi ad analizzare il suo albero genealogico – prosegue  Bonafini, ora inservizio a Venezia – e dopo un lungo lavoro arrivammo a Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999. Era il padre di Ignoto 1. Ma anche i suoi figli legittimi risultarono estranei. Iniziammo cosi a cercare possibili relazioni extraconiugali. Sentimmo i suoi colleghi di lavoro dell’epoca, ci indicarono un paio di sue amanti, ma nulla di fatto. Provammo anche a cercare tra le frequentatrici dei night club di quella zona, ma niente. Allora analizzammo le donne che erano state a Parre, paese di Guerinoni, negli anni ’70. Dopo una complessa scrematura arrivammo a Ester Arzuffi, che dal prelievo di dna risultò essere la madre di Ignoto 1, Massimo Bossetti".

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