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Grande Guerra, Pillola 64 Isonzo, atto terzo: la battaglia per Gorizia fotogallery

Nel corso del primo anno di guerra, il capoluogo isontino ha assunto via via sempre maggior importanza, fino a diventare una meta quasi ipnotica per i comandi italiani: era difesa da due grandi sistemi fortificati, quello del Carso, che era imperniato sul monte San Michele e quello della testa di ponte, sulla destra del fiume, ad ovest, che si basava sui formidabili contrafforti di Oslavia, del Calvario e del Sabotino.

di Marco Cimmino 

Gorizia è la chiave di due porte: la valle dell’Isonzo, che porta a Tolmino, a Idrija e di lì a Ljubljana; la valle del Vipacco, che porta anch’essa a Ljubljana, passando da Postumia. Insomma, la conquista di Gorizia era la premessa inevitabile, se gli italiani volevano arrivare a sboccare nella pianura slovena, alle spalle della 5a armata di Boroevič.

Per questo, nel corso del primo anno di guerra, il capoluogo isontino ha assunto via via sempre maggior importanza, fino a diventare una meta quasi ipnotica per i comandi italiani. Gorizia era difesa da due grandi sistemi fortificati: quello del Carso, che era imperniato sul monte San Michele, proteso come una prua nella pianura, a sudest della città, sulla sinistra Isonzo; quello della testa di ponte, sulla destra del fiume, ad ovest, che si basava sui formidabili contrafforti di Oslavia, del Calvario e del Sabotino.

Contro queste fortezze naturali, da cui gli Austroungarici dominavano i movimenti nemici, con un vantaggio logistico enorme, andarono ad infrangersi le offensive di Cadorna, come mareggiate contro una scogliera. Il primo poderoso investimento della soglia di Gorizia fu rappresentato dalla terza battaglia dell’Isonzo, che si scatenò tra il 18 ottobre ed il 4 novembre 1915, con per epicentri il San Michele ed il Calvario.

In realtà, anche in questa offensiva venne commesso dagli italiani il solito errore: una serie di azioni complementari o accessorie, che andavano da Monfalcone a Doberdò e da Plava a Tolmino, dispersero l’efficacia dell’attacco, così come quella del tiro delle ben 1.370 bocche da fuoco messe in campo per l’operazione, rendendo meno incisivo l’attacco nei punti critici ed assottigliando le riserve.

D’altronde, gli Austroungarici avevano compreso che la difesa elastica, ossia le brevi ritirate seguite da furiosi contrattacchi, era il sistema migliore per arginare la superiorità numerica italiana e, infatti, tutte le posizioni conquistate a prezzo di sacrifici enormi dalle fanterie italiane vennero rapidamente riconquistate da contrassalti altrettanto sanguinosi.

Avvenne così nel settore di Sagrado e sulle groppe del San Michele (brigate Catanzaro, Bari, Catania, Caltanissetta, Campania e Benevento), conquistate e perdute molte volte, avvenne ad Oslavia (brigata Lombardia), a Podgora (brigate Pistoia e Re), sul Sabotino (brigate Livorno e Pavia). Dopo due settimane di feroci combattimenti, avendo constatato che i progressi, nonostante le perdite, erano stati pressochè nulli, Cadorna decise di sospendere l’offensiva per fare rifiatare le sue fanterie esauste: alcuni reparti avevano perso il 50% dei propri effettivi.

D’altra parte, non sarebbero trascorsi neppure sette giorni che gli italiani si sarebbero lanciati di nuovo all’attacco, in quella che è nota come quarta battaglia dell’Isonzo, ma che, in realtà, altro non fu che la prosecuzione della terza. Le perdite italiane, nella terza battaglia isontina, furono quasi 70.000, mentre gli AU persero poco più di 40.000 uomini: queste tragiche statistiche vanno lette nell’ottica del numero di soldati schierati dai due contendenti e, se le perdite italiane erano facilmente rimpiazzabili, così non era per le truppe di Boroevič, perennemente in carenza di organico.

Paradossalmente, la tattica di Cadorna delle spallate frontali, un poco alla volta faceva il gioco degli italiani, portando gli avversari sempre più vicini ad un pericoloso collasso: nel 1915, tuttavia, questo collasso era ancora lontano.

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