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Grande Guerra, Pillola 63 Nassiriya cent’anni fa, turchi e inglesi sul Tigri fotogallery

Il nome della città irachena di Nassiriya, alle orecchie degli italiani, oggi, ha un suono lugubre, per via del terribile attentato che, il 12 novembre 2003, uccise 19 nostri connazionali impegnati nell’operazione “Antica Babilonia”: un secolo fa, Nassiriya, invece, era il principale centro logistico turco sul fronte mesopotamico e il fondamentale punto d’appoggio per gli inglesi, nel caso di un’offensiva verso Baghdad.

di Marco Cimmino 

Il nome della città irachena di Nassiriya, alle orecchie degli italiani, oggi, ha un suono lugubre, per via del terribile attentato che, il 12 novembre 2003, uccise 19 nostri connazionali impegnati nell’operazione “Antica Babilonia”: un secolo fa, Nassiriya, invece, era il principale centro logistico turco sul fronte mesopotamico e il fondamentale punto d’appoggio per gli inglesi, nel caso di un’offensiva verso Baghdad.

Tra il giugno ed il luglio del 1915, per il possesso della cittadina sul Tigri venne combattuta una dura battaglia che, alla fine, vide le truppe britanniche occupare l’importante posizione. A questo punto, il comandante in capo inglese nel settore, John Nixon, si convinse, viste le perdite esigue fino a quel momento subite, che l’offensiva poteva proseguire verso Kut, dove egli riteneva, a torto, che si stessero ammassando forze nemiche per una pronta riconquista di Nassiriya.

Il governo indiano si disse immediatamente d’accordo, mentre quello di Londra, data anche la difficile situazione sul fronte occidentale e a Gallipoli, si mostrò molto meno entusiasta. In ogni caso, l’azione fu decisa: il generale Townshend, con la 6a divisione indiana ed una brigata di cavalleria, avrebbe dovuto investire Kut ed occuparla.

Tra i due comandanti britannici, come spesso accade tra vertici militari, vi fu qualche incomprensione: Townshend pensava che l’obbiettivo ultimo dell’offensiva fosse, addirittura, Baghdad e chiese, perciò, di radunare preventivamente ad Amara rifornimenti per 6 mesi di campagna, mentre Nixon gliene concesse per 6 settimane soltanto.

Dall’altra parte, a Kut si trovavano circa 10.500 soldati ottomani, al comando del generale Nur-Ud-Din, che, intuite le intenzioni nemiche, aveva ordinato ai suoi di trincerarsi sulle rive del fiume Tigri. Nonostante le difese approntate dai turchi, la conquista di Kut si rivelò relativamente semplice per Townshend, che attaccò da nord, attraversando il Tigri, il 28 settembre 1915. I turchi si ritirarono precipitosamente, lasciando in mano nemica 5.300 uomini e tutta l’artiglieria: gli inglesi, tuttavia, ritardati dal fiume, non riuscirono a chiudere tutte le truppe nemiche in una sacca.

Le forze di Nur-Ud-Din, così, si ritirarono a Ctesifonte, dove poterono riorganizzarsi a difesa. Come aveva previsto, Townshend, a questo punto, si trovò a dover affrontare un supplemento di campagna, con riserve che cominciavano a scarseggiare: Nixon, nonostante questo problema logistico, gli ordinò di avanzare e di investire le nuove posizioni avversarie.

L’avanzata britannica oltre il proprio raggio d’azione logistico portò, inevitabilmente, ad un fallimento: le forze avviate verso Ctesifonte, prive di rifornimenti essenziali, dovettero ritirarsi quasi subito, dando respiro e morale ai difensori turchi, che considerarono questa ritirata nemica come un proprio successo militare.

E, in effetti, una battaglia può essere vinta o persa anche senza combatterla: la tattica e la strategia devono tener conto di un gran numero di fattori, e ignorare le più elementari regole circa le linee di rifornimento e le riserve significa esporsi ad una sconfitta, ancor prima che lo scontro vero e proprio abbia inizio.

Pur nella sua modesta importanza, di fronte al quadro generale di questa guerra gigantesca, la campagna contro Kut sta a confermare ancora una volta che i dissapori e gli equivoci tra comandanti erano diffusi in tutti gli eserciti belligeranti e che errori di valutazione ed offensive organizzate con scarsa preveggenza non erano esclusiva pertinenza dei comandi italiani, ma facevano parte del bagaglio militare di ogni nazione che partecipò alla prima guerra mondiale.

La conclusione inevitabile di questa situazione così confusa strategicamente fu la ritirata di Townshend, che, assediato a Kut dalla 6a armata turca, comandata dal tedesco Von Der Goltz, alla fine dovette capitolare ed avviarsi alla prigionia. Ma questa è un’altra storia.

Commenti

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  1. Scritto da Battista

    Quindi mi par di capire, professore, che i fronti dell’Europa occidentale, avevano una caratteristica che impediva di per sé il tracollo per fattori logistici, come invece successe qui per gli inglesi e, sul Canale di Suez, per le truppe ottomane, come Lei ci ha raccontato. Certo è che l’efficienza logistica nei rifornimenti militari ai fronti occidentali garantì un afflusso costante di reparti e complementi, sempre nuova carne da cannone per quel massacro continentale.

    1. Scritto da Marco Cimmino

      Esattamente, caro Battista: un soldato britannico sulla Somme poteva ricevere, per il suo compleanno, una torta confezionata a Londra il giorno prima. La rete logistica sul fronte occidentale era realmente poderosa e la staticità delle linee ne permise uno sviluppo enorme. Su altri fronti, invece, le cose furono del tutto diverse.

  2. Scritto da carlo saffioti

    al signor Andrea, chiedo per quale motivo ritenga che nella prima guerra mondiale gli errori commessi dai vertici militari del nostro esercito siano stati più gravi di quelli degli altri . Ce ne furono certatmente, ci fu Caporetto ma anche il Piave e poi la vittoria. i generali tedeschi contro i francesi persero una guerra che avrebbero potuto vincere. Non capisco perché dobbiamo sempre autoflagellarci anche quando non c,è motivo.

    1. Scritto da Jean Lepoilus

      Come si può permettere all’alleato austro-ungarico fortificare per decenni in funzione anti-italiana i confini imperiali delle Alpi, senza opposizione del nostro Stato Maggiore? Cambiare alleanza ed entrare in guerra senza neppure le mappe dei salienti? E ripetere assalti allo scoperto, dalla pianura verso le alture fortificate? E fucilare propri soldati in numero maggiore della somma di tutti i fucilati di tutti gli eserciti dei fronti occidentali? Per fortuna poi ci fu Diaz, e vincemmo.

      1. Scritto da Marco Cimmino

        Gentilissimo, gli Italiani fortificarono le Alpi in modo del tutto speculare: da Malborghetto a Oga: i forti sono lì a dimostrarlo. Le mappe c’erano: mancava, semmai, la dottrina tattica (che c’entrano i salienti?). Secondo lei, Vimy Ridge, rispetto alle linee britanniche, era in discesa? E fu attaccata al coperto? Quanto ai numeri dei fucilati, non li conosce neppure l’ufficio storico militare, ma pare che lei abbia fonti sicure: le divulghi meritoriamente…

  3. Scritto da andrea

    é vero , di incomprensioni o errori tra i vertici militari sono pieni gli annali. Ma quelli commessi dal Regio Esercito Italiano nel corso dellle due guerre rimangono insuperati, forse insuperabili.