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Mario Cresci: immersi nel minestrone di immagini, la sfida è selezionare fotogallery

Mario Cresci, uno dei più importanti fotografi italiani, confida a The Blank in suo rapporto con i social: "dovrebbero essere più aperti anche alla promozione degli altri e non solo alla propria, in modo da renderli più interessanti. Il problema è che la gestione dei media è molto complessa: è una questione di equilibrio".

Mario Cresci (Chiavari, 1942) è uno dei più importanti fotografi italiani, artista eclettico, acuto sperimentatore e autore di opere eterogenee caratterizzate da una libertà di ricerca che attraversa disegno, fotografia e installazioni. Tra i momenti più importanti della sua attività, la partecipazione alle Biennali di Venezia 1971, 1979, 1993, precedute dalla partecipazione all’innovativo progetto Viaggio in Italia del 1984.

Nel 2004 l’antologica: Le case della fotografia alla GAM di Torino. Dal 2010 al 2012 realizza il progetto: Forse Fotografia: attraverso l’arte, attraverso la traccia, attraverso l’umano all’interno delle istituzioni museali di Bologna, Roma, Matera. Nel 2011 la personale site specific: "Dentro le cose" a Palazzo dei Pio a Carpi. Le sue opere sono presenti in collezioni d’arte contemporanea e fotografia e nelle raccolte permanenti di numerosi musei in Italia e all’estero.

The Blank: Cosa ne pensa della sovrapproduzione di immagini che ci attorniano? È imputabile alla facilità con cui si riescono a produrre “belle” fotografie attraverso la tecnologia?

Mario Cresci: Questo è un vecchio problema, che risale alla nascita della fotografia quando, in sostanza, ci fu una grossa polemica sul fatto che l’arte fosse qualcosa di diverso dalla fotografia e sul fatto che la proliferazione di immagini fosse legata a una questione di costumi. Questo aspetto riguardava infatti più la società che il mondo dell’arte. È quindi una questione che nasce da lontano. Oggi questa sovrabbondanza di immagini dovuta al fatto che tutti fotografano, che tutti hanno in mano lo smartphone che sta diventando sempre più una macchina fotografica sofisticata – e lo uso anche io! – provoca un’iperproduzione che non c’è mai stata, in effetti: immagini online, immagini su Facebook… È tutto un mondo che sta diventando di una complessità iconica incredibile, in cui il problema grosso per noi, gente che lavora con le immagini, la fotografia e l’arte, è quello di poter distinguere le immagini che funzionano da quelle che non funzionano. Anche a livello formale ed educativo è importante cercare di leggere le immagini, perché quello che manca è la capacità di lettura: non c’è cultura visiva in Italia, ci troviamo quindi in mezzo a questo minestrone di immagini e icone che spesso è talmente enorme che non ci rendiamo neanche più conto di esserci immersi. Io faccio uno sforzo enorme di selezione per togliere dai miei lavori quello che è “di più”.

TB: Secondo lei si può sostenere che esista una dicotomia tra sguardo e tecnica? E quanto contano l’uno e l’altra nel suo lavoro?

MC: Anche se siamo passati dalla camera oscura alla camera chiara, quello che conta è sempre il vedere, l’unica differenza è che ora lavoro alla luce del giorno. È il vedere che ci interessa: di una foto guardo il contenuto, non con che macchina l’ho fatta!

TB: La progettualità nel lavoro può contrastare l’insinuazione del “potevo farlo anch’io”? In questo contesto, il recupero dell’abilità manuale può fare da discrimine tra l’artista e l’amatore?

MC: Di sicuro questo dipende dal peso che l’artista vuole dare all’aspetto manuale, infatti ci sono anche artisti che lavorano di più sul concetto. La manualità diventa poesia quando é fatta col pensiero: una volta questo veniva definito “la cultura delle mani”, la cultura dell’artigiano-artista. Credo sarebbe opportuno, in questi anni di reti virtuali, recuperare anche la fisicità delle nostre percezioni e non limitarci al vedere. Le immagini sono poi il risultato di questo rapporto tra l’idea – il pensiero e l’oggetto – il fare anche se molti credono sia ormai una cosa superata. In questo senso credo valga la pena di tenere sempre di più il mondo della visione delle immagini virtuali insieme a quelle reali.

TB: Qual è il suo rapporto coi social network? Si riconosce nell’immagine che emerge dai numerosi articoli e testi che sono stati scritti su di lei?

MC: Credo che se uno ha il proprio sito e lo progetta con la propria cronistoria il risultato finale sarà molto leggibile perché l’ha fatto l’autore, se invece uno non fa questa operazione come nel mio caso, credo possa comunque risultare leggibile il percorso anche se un po’ confusamente. Io, per esempio, mi ritrovo nei miei errori e in quello che gli altri pensano. Ad ogni modo, secondo me, i social dovrebbero essere più aperti anche alla promozione degli altri e non solo alla propria, in modo da renderli più interessanti. Il problema è che la gestione dei media è molto complessa: è una questione di equilibrio.

TB: Come intende la presenza dell’uomo nella fotografia? Mi riferisco, per esempio, alla contrapposizione che si può leggere tra la sua serie Ritratti sfocati e la tendenza del selfie.

MC: Mi fa sorridere il fatto che la gente si possa fotografare, quasi sempre in coppia: non la trovo una cosa disdicevole e anzi io stesso lo faccio in vacanza con mia moglie per mandare i saluti a casa, perché no? Lo trovo anche naturale, diventa un po’ paradossale quando non ti guardi più in giro, ma solo lo schermo dello smartphone. Nel caso dei Ritratti Mossi non mi interessava tanto la figura umana quanto gli oggetti che diventavano presenza-forza, in modo da evitare la fotografia documentaria, troppo naturalistica o neorealista: spesso, infatti, il Sud è stato fotografato così, mentre io volevo che gli oggetti avessero una loro forza indipendentemente dalle persone. È stata proprio una scelta di fare un anti-reportage.

TB: Prima abbiamo parlato di sovrapproduzione. C’è attinenza fra questo e la sua scelta di riproporre, ex novo, temi già affrontati?

MC: C’è una circolarità e ci sono momenti che sottolineano il fatto che io amo la storia e non riesco a farne a meno. Io amo quello che ho vissuto, che hanno vissuto gli altri prima di me e che va dalla storia antica a quella contemporanea. Quando c’è un pensiero al passato che non sia nostalgia o retorica allora è interessante perché porta ad un pensiero costruttivo che abbraccia il tempo e ne inventa uno nuovo e fa pensare le persone in un modo diverso. A me piace questo pensare alla storia, alla mia storia, ed è per questo che faccio dei rimandi al passato, ma con la volontà di riattualizzarli in maniera non forzata.

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