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Grande Guerra, Pillola 60 Movimenti frenetici e immobilismo strategico fotogallery

Gallipoli è il monumento alla pervicacia senza senso: una battaglia combattuta sottovalutando l'avversario e trascurando i propri limiti logistici, una città che si stava trasformando in una tragica trappola strategica e, forse ancor più, psicologica.

di Marco Cimmino 

La storia del disastro britannico di Gallipoli è simile a quella di altri simili rovesci della prima guerra mondiale: una storia di errori e di ostinazioni, di insensatezza e di disprezzo per le vite umane. Perfino nell’andamento cronologico del suo sviluppo essa ricorda da vicino altri settori, altrettanto insanguinati, di quel conflitto, interessati da un fenomeno che si potrebbe definire “guerra di movimento immobile”: vale a dire una guerra fatta di piccole avanzate, spesso pagate a caro prezzo, seguite da altrettanto cruente controffensive, che riportavano la situazione al punto di partenza.

Movimento, dunque, spesso frenetico, ma una sostanziale immobilità strategica: un’oscillazione, una vibrazione, più che un vero e proprio avanzare o retrocedere. Ecco, questo fu, molto spesso, la prima guerra mondiale: sarebbe sbagliato definirla statica, tuttavia il suo dinamismo rimase quasi sempre compresso all’interno di perimetri circoscritti, come il Carso, le Fiandre o la Champagne. Le rare volte in cui questo equilibrio si ruppe, sembrò quasi che gli eserciti non fossero più in grado di portare a termine il loro compito strategico, e si arenassero, proprio come un’onda di marea: la Strafexpedition, le due Marne, Brussilov, la Bainsizza e Caporetto sembrano testimoniare di questa insufficienza strategica.

Gallipoli, invece, è il monumento alla pervicacia senza senso: una battaglia combattuta sottovalutando l’avversario e trascurando i propri limiti logistici. Dopo lo sbarco a Capo Helles e ad Anzac Cove del 25 aprile 1915, a tre giorni dal loro arrivo, le truppe britanniche puntarono alla conquista del paesino di Krithia, per congiungersi con quelle australiane e neozelandesi e tagliare in due lo schieramento ottomano. Ne derivò la cosiddetta prima battaglia di Krithia: dopo la rapida conquista del villaggio, gli inglesi avanzarono verso le colline di Achi Baba, attaccando le linee nemiche da sinistra, mentre da destra lo faceva il contingente francese. Nonostante l’appoggio delle artiglierie della corazzata Queen Elisabeth, l’attacco fallì, con circa 3.000 perdite, ossia più di un quinto delle forze attaccanti: i soldati ottomani, comandati dal tedesco Liman-Sanders, respinsero gli avversari e riconquistarono Krithia.

Nonostante questo primo fallimento, il 6 maggio successivo, il comandante del settore, generale Hunter-Weston, ordinò di fare un secondo tentativo di svellere i turchi dalle loro posizioni, che, nel frattempo, si erano notevolmente rinforzate: anche questo attacco, noto come seconda battaglia di Krithia, non permise ai britannici di raggiungere le colline, da cui avrebbero potuto dominare i Dardanelli, ma si limitò a far retrocedere le linee turche di qualche centinaio di metri. Gli attaccanti, sostenuti ancora dai cannoni della flotta, ebbero circa 6.000 uomini fuori combattimento, dei 25.000 che avevano partecipato allo scontro, tra Anzacs e inglesi.

Alla fine degli assalti britannici, durati tre giorni, i cannoni del corpo di spedizione avevano esaurito la loro dotazione di colpi, tanto che il generale Hamilton, comandante in capo a Gallipoli, dovette domandare con urgenza a Lord Kitchener l’invio di proiettili e di altre 4 divisioni. La penuria di riserve di granate che emerse in seguito alle pressanti richieste, tanto di Hamilton quanto di French, comandante in capo sul fronte occidentale, si trasformò nel celebre “Shell Scandal” che finì per essere, nel 1916, una delle cause della caduta del governo di Asquith che venne sostituito proprio dal suo principale accusatore, Lloyd-George, già ministro per le munizioni.

In attesa di scatenare un terzo attacco, Hunter-Weston ordinò una serie di piccole avanzate notturne, eseguite di sorpresa tra il 18 ed il 27 maggio, e che diedero ottimi risultati: le linee britanniche avanzarono di qualche altro centinaio di metri, al prezzo di sole 50 perdite, ossia 120 volte meno che nella seconda battaglia di Krithia, che aveva fruttato un successo quasi analogo. Ciò nondimeno, il 4 giugno, previo il solito inutile bombardamento a shrapnel, le truppe franco-britanniche scattarono di nuovo all’assalto, in quella che fu la terza battaglia di Krithia.

All’inizio, le cose sembrarono andare bene al centro dello schieramento attaccante: la 42a divisione avanzò per più di un chilometro. Poi, però, la strenua difesa turca rintuzzò tutti i tentativi di sfondamento sui lati, con 4.500 perdite britanniche e circa 2.000 francesi: non si deve dimenticare che, in tutti questi scontri, le perdite ottomane erano sempre superiori a quelle dei loro avversari (in questo caso, circa 10.000 uomini fuori combattimento), ma che i turchi avevano un’enorme superiorità logistica in termini di riserve. D’altra parte, i tentativi turchi di respingere i nemici fino alle spiagge, il 5 e 6 giugno, fallirono, a riprova di un sostanziale equilibrio. Le pesantissime perdite subite da Hamilton produssero due effetti importanti: Kitchener, impressionato, decise di inviare ulteriori rinforzi a Gallipoli, mentre Hunter-Weston abbandonò l’idea di uno sfondamento a Capo Helles, concentrando i suoi sforzi nel settore di Anzac Cove.

Un ulteriore tentativo, fatto il 28 giugno e conosciuto come la battaglia di Gully Ravine, ottenne modestissimi risultati al costo di altre 3.800 perdite (14.000 quelle turche). La cosa migliore, a questo punto, sarebbe stata quella di abbandonare l’impresa: ma qui subentrarono quei fattori di pervicacia di cui si diceva inizialmente. Invece di desistere, in attesa dei rinforzi promessi da Kitchener, Hunter-Weston decise per un ultimo tentativo contro le munitissime difese turche di Achi Baba in quella che sarebbe stata l’ultima battaglia della prima fase della campagna di Gallipoli: le truppe britanniche, rinforzate da una nuova divisione, attaccarono le colline il 12 luglio 1915, ottenendo circa 250 metri di terreno al prezzo di 4.000 nuove perdite.

A questo punto, appariva evidente che, in quelle condizioni, Achi Baba non sarebbe caduta: lo sforzo stava per spostarsi a nord, dove sarebbe balzato all’onore delle cronache un nuovo terribile toponimo, quello di Suvla Bay. Gallipoli si stava trasformando in una tragica trappola strategica e, forse ancor più, psicologica.

Commenti

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  1. Scritto da Sére

    E dal fango e dal sangue e dalla merda di quella catastrofe ottusa e assurda, almeno nacque il fiore della vibrante e bellissima canzone “And the band played Waltzing Matilda”.

  2. Scritto da Ein Audi

    …e tra le tante vittime di questa battaglia di Gallipoli, ci fu anche Henry Moseley, giovane scienziato del laboratorio di fisica di Sir Ernest Rutherford. In contributo dato da H. Moseley al progresso della fisica dell’atomo fu eccezionale. Morì colpito da una granata il 10 agosto 1915.