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Senza immigrati, don Rizzi: “La chiesa perderebbe la gioiosità della fede”

Bergamo senza immigrati? “La Chiesa, le nostre comunità perderebbero la gioiosità della fede, la prospettiva e quell'aspetto popolare che noi abbiamo perso”, così don Massimo Rizzi, direttore dell'Ufficio per la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Bergamo.

Le parole non sono nuvole. Hanno un peso specifico che non va sottovalutato. Lo sa bene don Massimo Rizzi, direttore dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Bergamo che nell’aiutarci ad immaginare una Bergamo senza immigrati, puntualizza subito: “Sarebbe necessario fare da subito una distinzione. Troppo spesso si usano termini sbagliati o si confondo. Ci sono i profughi che sono persone che fuggono dai loro Paesi d’origine per una questione politica e umanitaria, poi ci sono i migranti persone che lasciano la loro terra per fuggire dalla povertà. Infine ci sono gli immigrati che sono quelle persone che da tempo sono arrivate nel nostro Paese e stanno cercando o si sono integrate”.

Poi aggiunge: “Quello che sta succedendo a Bergamo è davvero eclatante, si confondono i termini per generare la paura, quando stiamo parlando di 800/1000 profughi che chiedono asilo ad una comunità come quella bergamasca che è composta di circa 120mila persone solamente per la città di Bergamo. Non si tratta di un’invasione, è bene specificarlo sin da subito, e trovo davvero scorretto confondere le parole, i termini per generare paure inutili”.

Don Massimo, perché viene alimentata questa paura sui profughi?

“Si sfruttano queste persone per delle battaglie ideologiche. Queste povere persone diventano, per gli uni e per gli altri, delle bandiere da sventolare per i propri interessi e per una compravendita di voti. Quando basterebbe fermarsi, osservare il problema nei numeri e pensare seriamente a come affrontare il problema. Io non posso credere che una provincia con un milione di persone non riesca o non sia in grado di accogliere, di ospitare e di inglobare mille persone”.

C’è molta rabbia per come sono state accolte queste persone. In alberghi o in palestre. Non crede che se ci fosse stata un’accoglienza diversa, magari in piccole strutture, in gruppetti da cinque-sei persone per ogni paese della Bergamasca, non si sarebbe sollevato questo problema?

“Le soluzioni sono molte. Ma anche in questo caso non si deve dimenticare che stiamo parlando di un’emergenza e al momento della necessità si deve affrontare il problema con la disponibilità che c’è. Sicuramente, adesso, verrà avanti un’altra forma di accoglienza, più strutturata e preparata. Non dimentichiamo che il primo aspetto, quello emergenziale e assistenziale, lo segue la Caritas, mentre noi dell’Ufficio Migranti della Diocesi di Bergamo seguiamo l’aspetto pastorale, la dimensione della fede e l’aiuto nell’inserimento in una parrocchia”.

Quali sono le difficoltà che trovano gli immigrati nell’inserirsi nelle comunità parrocchiali?

“In questi anni abbiamo dato molta attenzione alle comunità etniche e, sul modello tedesco, abbiamo imparato a chiamarle comunità di altra madrelingua. Perché la fede si esprime attraverso una lingua e una cultura. Solamente riconoscendo nella dignità la propria identità, una persona si sente valorizzata per la propria specificità e questo le offre l’occasione di esprimersi”.

Che cosa si fa per inserirli?

“All’inizio c’è sempre la tentazione di cedere e di concentrare l’attenzione al folclore, dal cous-cous al balletto tipico per intenderci. È quella curiosità esteriore che colpisce di più. Ma oggi si sta facendo qualcosa, anzi direi molto di più. E anche qui mi sia concessa una precisazione: non tutti gli immigrati sono musulmani e non tutti i musulmani sono immigrati. E ancora: la persona di altra fede non è sempre straniera. Da qui si apre il grande capitolo del dialogo interreligioso che chiede conoscenza profonda, rispetto e collaborazione”.

Che cosa intende per collaborazione?

“È necessario che le persone di altra fede possano ritrovarsi. I luoghi di culto sono un problema serio e l’attuale legislazione regionale sta facendo molti danni perché rallenta molto i processi di integrazione”.

Poi ci sono gli immigrati di fede cattolica. Per loro è più facile inserirsi?

“Non sempre è così automatico che una persona immigrata di fede cristiana riesca ad inserirsi nelle nostre comunità parrocchiali. Anzi a volte ci sono seri problemi dove non c’è stata o non c’è una pastorale dedicata. E così, purtroppo, molte persone sono rifluite in gruppi poco aperti al confronto. Le nostre comunità vanno preparate, così come gli oratori ad accogliere nei loro cammini gli immigrati di fede cristiana. Per questo dal prossimo anno stiamo pensando a delle proposte di cammino per le parrocchie e, in particolare, per gli oratori”.

Che cosa portano questi immigrati cristiani nelle comunità parrocchiali?

“Sicuramente apportano una vivacità di Chiesa. Solitamente questi immigrati sono molto giovani e questo abbassa l’età media delle nostre comunità, poi dal punto di vita della fede ci insegnano una dimensione corporea molto più valorizzata nella preghiera e nelle celebrazioni. E questo può essere di aiuto alla nostra pastorale. Infine, queste persone portano un’apertura alle diversità”.

Quindi gli immigrati ci aiutano ad accogliere altri immigrati?

“Dobbiamo fare una seria analisi. Il fenomeno della migrazione è sempre esistito, ma noi stiamo assistendo ad una migrazione che non è univoca, che arriva tutta e solamente da un Paese. Ma è complessa e questo è un vantaggio perché ci aiuta, noi con loro, nel creare una maggiore aggregazione. Detto questo, va sottolineato che le comunità e gli operatori vanno preparati. Non si improvvisa nulla”.

Il nostro quotidiano sta realizzando questo percorso di immaginare Bergamo senza immigrati. La Chiesa di Bergamo, quindi le sue parrocchie, che cosa perderebbero se non ci fossero più immigrati?

“La Chiesa, ma direi tutte le comunità, perderebbero una gioiosità della fede, una prospettiva per il futuro e una dimensione più popolare del credere. E questo ritengo sia un grande vantaggio per noi, un vantaggio perché ci aiuta a far riscoprire quella pietà popolare che la nostra società moderna ci ha fatto perdere. E poi perderemmo l’apertura alla mondialità”.

In che senso?

“Noi siamo stati abituati alla mondialità, con i nostri missionari che andavano nel mondo. Ora è tempo di perdere questo eurocentrismo, o forse questo bergamo-centrismo, e creare all’interno delle nostre parrocchie quelle stesse missioni che abbiamo creato nel mondo”.

Un compito non facile.

“Per questo in questi ultimi anni ci siamo focalizzati sulla nostra storia. Spesso dimentichiamo che gli italiani, e in particolare i bergamaschi, sono stati emigranti, che in tempi non lontani eravamo poveri e siamo andati all’estero in cerca di fortuna, proprio come fanno queste persone che sbarcano sulle nostre coste e che bussano alle nostre porte. Da qui è nata l’esigenza di raccogliere quella storia e quelle esperienza pastorali della Chiesa di Bergamo nelle missioni cattoliche italiana d’Europa e del mondo. I due volumi realizzati in collaborazione con il Centro Studi Valle Imagna ci hanno permesso anche di avere delle linee guida, dei tentativi, delle sperimentazioni pastorali che i sacerdoti bergamaschi hanno utilizzano negli anni e che possono esserci utili oggi nei confronti degli immigranti che sono in terra bergamasca”.

Dal suo osservatorio è possibile tracciare una mappa e quantificare quanti sono gli immigrati a Bergamo?

“La comunità più popolosa è sicuramente quella boliviana che si attesta attorno ai 14/15mila persone e che hanno come riferimento la chiesa di San Lazzaro. Poi ci sono gli ucraini che sono circa 7mila, di questi la metà è cattolico e si ritrova nella chiesa di via San Bernardino accanto al Palazzolo, prima erano all’oratorio di San Tomaso de Calvi. A questi si aggiungono i filippini, circa 1.500, che si ritrovano nella chiesa di San Giorgio dai Gesuiti. Infine ci sono una serie di gruppi più piccoli, gli africani di lingua francese che si ritrovano a San Giuseppe a Seriate, mentre quelli di lingua inglese si danno appuntamento al Patronato San Vincenzo di Bergamo. Poi c’è lo Sri Lanka, per i cingalesi il riferimento è alla Dorotina di Mozzo, mentre i Tamil si ritrovano a Terno d’Isola. Gli eritrei hanno come riferimento la chiesa delle Orsoline di Gandino in via Masone”.

Commenti

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  1. Scritto da battista

    credo che tutto questo nostro perbenismo stia regalando la nostra nazione ad altri e che tante belle organizzazioni legali o meno abbiano trovato modo di fare busines a go go.
    quando abbiamo chiesto aiuto hanno detto tutti si poi hanno fatto no, difendendo i loro interessi nazionali (vedi francia ecc.)! perché noi non possiamo fare come gli altri prima che sia tardi?

  2. Scritto da Contardo

    Senza contare che oltre ai nullafacenti esteri si devono aggiungere tutti i nostri connazionali impegnati per curarli, accoglierli, nutrirli, ecc. (e vedo nell’articolo che sono un esercito), per non parlare dei soldi che ci quagliano in tasse per dare vita a questa accoglienza. Io sto perdendo la pazienza e la voglia di aiutare i bisognosi, vedendo che se ne approfittano.

  3. Scritto da Contardo

    Mi spiace ma non condivido le considerazioni del don intervistato. Il problema è l’enorme numero, che fa pensare a un’invasione. Ma se tante menti fresche e giovani pensassero a migliorare la situazione dei loro paesi, invece di scappare via, non sarebbe molto meglio? Vogliono avere anche loro tutto e subito? E fare un po’ di fatica?

  4. Scritto da Narno Pinotti

    Molti commenti qui sotto dimostrano uno dei caratteri della contemporaneità: la religione prêt-à-porter. Quando la Chiesa dice una cosa che mi va bene, mi sento crociato in missione contro il Maligno. Quando dice una cosa che non mi va bene, bah!, quelli sono tutti cattocomunisti. Né l’una né l’altra cosa vengono, ovviamente, ponderate secondo l’esperienza, i dati o gli argomenti di chi le dice: io so già che cosa devo pensare, le sfaccettature della realtà sono un fastidioso di più.

  5. Scritto da Arrivanorofessori

    Quanti maestri, atei, che vogliono insegnare ai cattolici e alla Chiesa ( ma sanno cosa vuol dire Chiesa?). Un po’ come il calcio: vogliono tutti insegnare agli allenatori come si fa il loro lavoro. Frequentino un po’ le parrocchie e si accorgeranno che gli schemi tanto cari ai gruppi qualunquisti su FB non reggono. Le fede e’ un dono.

  6. Scritto da ciao

    “La Chiesa, le nostre comunità perderebbero la gioiosità della fede, la prospettiva e quell’aspetto popolare che noi abbiamo perso”

    Io sarò tardo ma non ho capito il senso di questa frase!

  7. Scritto da davide magitteri

    ma l’autore non ha nient’altro da fare che perdere tempo con un articolo cosi basso?! che tristezza… chiesa e PD uniti dal demone soldo!!! questa italia la lascio a voi…

  8. Scritto da vade retro

    Don Massimo Rizzi vorresti dire a noi Bergamaschi che è meglio che ci trasferiamo in Africa , cosi la tua vera fede arriverà alle Stelle quando qui saranno tutti extracomunitari ?. . . .

  9. Scritto da porte aperte

    Dopo questa bella intervista, don Rizzi apra il Seminario (semi vuoto) e mano al portafoglio.

  10. Scritto da quando?

    povera Chiesa che razza di personaggi escono da seminari con insegnanti modernisti e forse miscredenti!!!!
    «Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» (Lc 18, 8).

    1. Scritto da Ugo

      La fede nel Figlio dell’Uomo o una fede tutta sua? O quando? si ritiene portavoce del Figlio dell’Uomo?

      1. Scritto da quando?

        la Chiesa è ben consapevole dei problemi che oggi la fede deve affrontare e sente quanto mai attuale la domanda che Gesù stesso ha posto:«Il Figlio dell’uomo, quando tornerà,troverà ancora la fede sulla terra?»(Lc18,8).Per questo,«se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo,tutte le altre riforme rimarranno inefficaci»Discorso Papa Benedetto XVI per auguri natalizi alla Curia romana

        1. Scritto da Vito

          Dio non esiste, ne ho le prove

  11. Scritto da Lello

    …e allora sistemateli in Vaticano o negli innumerevoli immobili sparsi per il Bel Paese… a costo zero naturalmente per lo Stato italiano…

  12. Scritto da clandestino

    Caro Don Rizzi, ho letto i suoi numeri su quanti immigrati già ci sono e in gran parte assistiamo con sanità gratuita ecc. insogna poi contare i non regolari , che sono tanti anche quelli , almeno il 30% in più.
    mi sorge spontanea una domanda: ma non sono già tanti ? essendo già circa il 20/30 % della popolazione autoctona, non sono forse troppi ? in fondo questa è la terra degli italiani…
    BG news : perché non fare una inchiesta/sondaggio su come la pensano in merito i bergamaschi ?

  13. Scritto da Marco Cimmino

    La logica, la storia, la cronaca ed il semplice buon senso offrono una miriade di argomenti per controbattere queste considerazioni: così, a caso, si potrebbero citare l’imbarazzante patrimonio della Curia, l’affarismo caritatevole di tante organizzazioni, l’incollocabilità degli immigrati, la carenza intollerabile di controlli tanto amministrativi quanto sanitari, l’esempio eclatante delle banlieues e così via. Retorica cattocom contro retorica leghista: e in mezzo c’è la gente vera.

    1. Scritto da pablo

      la logica, la storia ed il buon senso possono dire anche l’esatto contrario, visto che di realtà “virtuose”, anche nella gestione di queste emergenze, ce ne sono e sono parecchie (ma ovviamente non fanno notizia), l’incollocabilità degli immigrati dipende prevalentemente da sindaci che non vogliono “sporcarsi le mani”, l’esempio delle banlieues non calza, visto che i poveri sono anche di pura razza francese… e così via. è gente vera anche quella che non pensa come lei.

    2. Scritto da Ugo

      Ma l’imbarazzante patrimonio lo si scopre solo adesso?

  14. Scritto da don bosco

    ogni domenica avete le chiese piene di gente ben vestita e profumata che la pensa in modo diametralmente opposto rispetto a voi… è una cosa che proprio non riesco a digerire.