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Cinema, nelle sale ‘The Babadook’, horror atipico che vi sorprenderà

Sono passati sette anni dalla morte del marito, ma Amelia (Essie Davis) non è ancora riuscita a superare il trauma. A rendere ancor più difficili le cose c'è il complicato rapporto con il figlioletto Samuel, bambino irrequieto e tormentato dagli incubi. La situazione precipita quando in casa loro compare un libro dalle tinte funeree e dalle illustrazioni inquietanti, intitolato 'The Babadook'.

Titolo: The Babadook

Regia: Jennifer Kent

Genere: horror/thriller psicologico

Durata: 89 minuti

Interpreti: Essie Davis, Noah Wieseman

Voto: 7

Attualmente in visione: Uci Cinemas

 

 Il ‘Babadook’ è l’uomo nero partorito dall’immaginario della regista australiana Jennifer Kent, alle prese con il suo primo lungometraggio. E se chi ben comincia è a metà dell’opera, la sensazione è che ne vedremo ancora delle belle. Quel che viene presentato al pubblico come un semplice film horror in realtà è molto, molto di più. Gli archetipi del genere sono gli stessi: casa infestata, porte che sbattono, luci che vanno e vengono… Ma sotto la patina da banale filmetto horror, ‘Babadook’ cela un cuore diverso, quasi magnanimo. L’intento della regista, evidentemente, non è quello di spaventare/terrorizzare lo spettatore a un livello superficiale, come la maggior parte degli horror contemporanei si propongono di fare: niente sbalzi dalla sedia, niente sangue a catinelle e pure la visione dell’attrazione principale – ‘l’uomo nero’ – è saggiamente centellinata, ridotta volutamente all’osso.

‘Babadook‘ è quello che potremmo tranquillamente definire un ‘horror intelligente’. Un horror che porta in grembo una morale, un insegnamento. L’obiettivo della Kent, infatti, pare quello di ridiscutere determinati modelli familiari, la mancata elaborazione del lutto da parte della protagonista, Amelia – tormentata dalla scomparsa del marito in un incidente stradale il giorno stesso della nascita del figlio Samuel – e la gestione dei propri demoni, quelli interiori; non quelli spuntati dall’oltretomba o da chissà quale altra dimensione ultraterrena. In questo senso il ‘Babadook’ – l’uomo nero dal lungo mantello, un po’ Freddy Kruger un po’ Edward mani di forbice – rappresenta più una metafora di vita che una figura demoniaca vera e propria. Il ‘Babadook’ si nasconde dentro ognuno di noi, si ciba delle nostre paure e insicurezze. Più noi le alimentiamo e più lui diventa forte. Soltanto attraverso l’accettazione del dolore che proviamo – non in termini di resa, ma di scelta matura e consapevole – la sua attività può placarsi. Il genere, dunque, non è altro che un medium; un canale attraverso il quale la regista opera al fine di mettere in scena un altro tipo di ‘orrore’: quello di una quotidianità che può diventare realmente ‘mostruosa’ e opprimente, se affrontata nel modo sbagliato. Un film a basso costo, dall’animo indipendente, che ancora una volta dimostra come le idee migliori affiorino lontano dalle logiche coercitive degli studios, veri e propri repellenti di creatività. Un film per appassionati, pieno zeppo d’influenze e citazioni pescate dal calderone dei grandi: dalle repulsioni di Roman Polanski agli shock di Mario Bava, dalle suggestioni visive di David Lynch ai tributi al cinema delle origini, quello dei pionieri Georges Méliès e Segundo de Chomòn. E la lista potrebbe ancora allungarsi.

Le atmosfere e le suggestioni vagamente espressioniste che pervadono la pellicola, inoltre, offrono alle ambientazioni quel tocco spettrale, di mistero e magia in più. Recitazione sublime. Probabilmente, non siamo in presenza né di un capolavoro né di una pietra miliare della storia del cinema, ma di una pellicola coraggiosa che – speriamo – possa ridare lustro al tanto bistrattato cinema horror, spesso declassato a mero genere di consumo e d’intrattenimento di basso livello.


Fabio Viganò

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