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I più poveri sono stranieri ma i paesi con più immigrati non sono i più poveri

Sul rapporto annuale dedicato alla povertà ed elaborato e diffuso a metà luglio dall’Istat (4 milioni di italiani in stato di povertà assoluta con dato stabile), la Cgil di Bergamo punta la lente “provinciale”, per capire chi siano oggi i poveri del nostro territorio.

Sul rapporto annuale dedicato alla povertà ed elaborato e diffuso a metà luglio dall’Istat (4 milioni di italiani in stato di povertà assoluta con dato stabile), la Cgil di Bergamo punta la lente “provinciale”, per capire chi siano oggi i poveri del nostro territorio.

Se pure le percentuali di situazioni di povertà diminuiscono rispetto al 2013, esistono due eccezioni: sono i giovani fino a 34 anni (8,3% rispetto al 6,7% del 2013) e gli stranieri (24% rispetto al 22,3% del 2013).

Quasi 1 nucleo familiare di cittadini stranieri residenti su 4 si trova in condizione di povertà assoluta.

Eppure gli ultimi 10 comuni bergamaschi per reddito medio dichiarato (Parzanica, Ornica, Mezzoldo, Corna Imagna, Vigolo, Santa Brigida, Vedeseta, Averara, Blello e Fuipiano Valle Imagna) con l’eccezione di Corna, hanno tutti percentuali basse o irrilevanti di stranieri residenti.

“Da questi dati” spiega Orazio Amboni dell’Ufficio Studi Cgil di Bergamo, “si deduce che non c’è una correlazione significativa diretta tra presenza degli stranieri e situazioni di povertà, o quantomeno, di bassi redditi dichiarati”.

Il comune con la più alta percentuale di stranieri regolarmente residenti (28,3%) è Telgate che, con un reddito medio di 19.081,45 euro, occupa il 129° posto della classifica bergamasca per reddito dichiarato.

Tutti i 10 comuni con la più alta percentuale di stranieri residenti non occupano le ultime posizioni della classifica ma si trovano in posizione mediana. Sei su dieci (Credaro, Ciserano, Villongo, Verdellino, Montello, Romano) hanno un reddito medio dichiarato superiore alla media provinciale (€ 19.195,31).

Casazza, che tra i 10 comuni è quello con la più alta percentuale (32%) di frequenza dei redditi fino a 10mila euro, non è quello a più alta percentuale di stranieri residenti.

Dunque non si può più parlare di “stranieri” o “immigrati” come un blocco unico, una categoria omogenea caratterizzata da povertà e assistenzialismo.

“C’è immigrato e immigrato: un conto è il 23% di immigrati ormai stabilizzati, con un lavoro a tempo pieno e indeterminato, un conto sono i disoccupati o gli impiegati in situazioni precarie e irregolari” continua Amboni. “Un conto sono i nuclei familiari in cui anche la donna ha un’occupazione e un reddito, un conto sono le famiglie in cui la donna non ha né un lavoro né, purtroppo, un’istruzione. Così come per gli italiani, anche per gli stranieri bisogna distinguere. Se è vero che le condizioni di povertà sono 10 volte più elevate tra i nuclei famigliari di soli stranieri (24% contro il 2,3% dei nuclei con soli italiani) è anche vero che sono sempre più numerosi i nuclei familiari di stranieri la cui integrazione e il cui progetto migratorio hanno incontrato il successo, nonostante le difficoltà. Bisognerebbe ricordarsi di questi dati quando, come in questi giorni, si affronta il problema dei profughi e richiedenti asilo con campagne tanto violente nei toni quanto errate e semplificatorie nei contenuti”.

Vediamo, ora, l’incidenza sulla soglia di povertà delle situazioni lavorative più critiche: “La cifra massima di indennità di cassa integrazione e mobilità è di € 914,96 (cui vanno tolte le tasse Irpef).

Un lavoratore che viva da solo, con le detrazioni fiscali arriva ad un netto mensile di circa 850 euro, di circa 100 euro sopra la soglia di povertà; se percepisce anche un assegno familiare arriva a 980 euro, cioè al di sotto della soglia di povertà per il suo tipo di nucleo familiare” commenta Amboni, con la tabella delle soglie mensili di povertà assoluta Istat alla mano.

“Se aumentano i componenti del nucleo familiare, aumentano le detrazioni fiscali e gli assegni familiari, ma non a sufficienza per uscire dalla situazione di povertà. Infatti, il Rapporto Istat conferma che con l’aumento del numero di figli aumenta la percentuale di nuclei al di sotto della soglia di povertà”.

E come vive chi riceve la sola indennità di disoccupazione, cioè la Nuova Aspi? “Per queste persone il rischio di restare sotto la soglia di povertà è elevato” continua Amboni. “Tra il 2013 e il 2014 il numero di disoccupati in cerca di occupazione che si trovano in condizione di povertà assoluta diminuisce sensibilmente: dal 23,7% scende al 16,2%. Può esse-re che, a parità di valore degli ammortizzatori sociali, qualche peso l’abbia avuto anche la persistente diminuzione del costo della vita”.

Tra i lavoratori attivi sono al di sotto delle soglie di povertà i part time delle qualifiche più basse: “Si tratta, ad esempio, di lavoratori (lavoratrici, soprattutto) delle imprese di pulizia, del lavoro domestico e delle badanti, delle dipendenti di settori a bassa retribuzione contrattuale come il settore parrucchieri” continua il sindacalista. “In questi settori anche chi è a tempo pieno è a rischio e riesce a superare la soglia solo grazie agli assegni familiari e alle detrazioni. Altri settori con bassi salari, vicini alle soglie di povertà sono quelli del settore artigiano meccanico e di alcuni contratti del trasporto merci e logistica oltre che dell’autonoleggio. Va poi rilevato che nelle aziende che non applicano i Contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti da CGIL, CISL e UIL le paghe sono del 30-40% inferiori e nella trappola della povertà finisce gran parte dei lavoratori anche a tempo pieno”.

Secondo l’Istat “l’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona”: gli anziani, quindi, sarebbero meno esposti al rischio della povertà. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che per gli anziani è meno costoso il ‘paniere’ dei beni e dei servizi: “Innanzitutto siamo sicuri che per i ‘servizi’ sia vero? Forse per chi è pienamente autosufficiente… Se per una persona con età tra i 18 e i 59 anni la soglia di povertà è compresa tra i 777,68 euro (città) e i 732,45 (piccoli comuni), non è inutile ricordare che in provincia di Bergamo vi sono oltre 26mila persone con reddito da pensione inferiore a mille euro mensili (lordi). Di questi, ben 11mila sono sotto i 500 euro. In questa situazione basta qualche spesa imprevista e necessaria per causare uno scivolamento in condizioni di povertà, anche tenendo conto dei risparmi” conclude il sindacalista.

Commenti

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  1. Scritto da Maga magò

    Quindi la tesi sarebbe che gli immigrati portano ricchezza? Ma per piacere!