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Grazie a una raccolta fondi Rickie Lee Jones canta l’altra faccia del desiderio

The Other Side of Desire non è un disco perfetto ma è l’esatto ritratto di Rickie Lee Jones, delle sue paure , delle sue incertezze. Ed è forse per questo che alla fine suona, nonostante tutto, affascinante: parola di Brother Giober.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Rickie Lee Jones

TITOLO: The Other Side of Desire

GIUDIZIO: ***

 

Pochi dischi mi hanno colpito da subito come quello di esordio di Rickie Lee Jones. Quello per intenderci che conteneva Chuck E’ s in Love, Coolsville, Easy Money ed una serie di altri piccoli capolavori. Sino ad allora Rickie Lee era più che altro un’autrice che aveva scritto qualche canzone per altri (Lowell George), un’artista conosciuta da pochi, pochissimi, nota più per essere la fidanzata, o qualcosa del genere, di Tom Waits ed essere apparsa sulla copertina di un suo disco (Blue Valentine).

Poi un giorno venne scoperta dal capo della Warner che notandola dal vivo la convinse a registrare la prima prova discografica dal titolo del suo stesso nome. Già dalla copertina il disco aveva qualche cosa di speciale: il primo piano dell’artista, con basco e sigaretta (o quello che è ) tra le labbra, emanava una sensualità straripante. Ma nulla era rispetto al contenuto perché quell’album di esordio, prodotto con l’aiuto di Randy Newman e Dr. John, fu qualcosa di veramente straordinario, un perfetto mix di più generi, country, jazz, blues, pop, sperimentazione, una manciata di canzoni di straordinario valore, una libertà stilistica mai però fine sa se stessa, mai disordinata.

Erano storie di confine nel senso più lato del termine, non solo geografico: narravano di disadattati, di amori infranti, di bottiglie di whiskey, mai a lieto fine. E in più c’era lei, con quel filo di voce, certo non una gran voce, anche se estremamente espressiva, piena di soul.

L’album a dispetto di ogni previsione riuscì anche ad avere un buon riscontro commerciale, trainato dal singolo Chuck E’ s in Love, dedicato al suo amico di mille sbronze (e forse non solo) Chuck E. Weiss, tanto da arrivare al n° 4 delle classifiche americane di vendita.

I paragoni si sprecarono da subito: a tutti apparve evidente qualche analogia con i lavori di Joni Mitchell, ma evidenti furono anche i riferimenti all’arte di Laura Nyro, una grandissima cantautrice di quei tempi prematuramente scomparsa (se non l’avete ancora fatto procuratevi il suo live, Seasons of Lights).

Da subito apparve a tutti che Rickie Lee aveva un carattere fragile, poco avvezzo ad accettare le regole dello showbiz, ma anche incapace, a differenza di quello del suo mentore, Tom Waits, ad imporne delle proprie. Nonostante ciò i suoi dischi immediatamente successivi confermarono, almeno in parte, le attese, anche quelle commerciali.

Poi lentamente il declino, fatto di trasferimenti in paesi diversi, di dischi riusciti a metà, di cambi di genere, di cover improponibili, di droga e di alcol.

Qualche mese fa il nome della Jones torna sulle pagine delle riviste di settore: viene annunciata la pubblicazione di un suo nuovo album, finanziato con una raccolta fondi su PledgeMusic, il primo dopo molti anni, di inediti, viene data notizia del suo trasferimento di residenza a New Orleans e delle possibili influenze che questa scelta potrebbe avere sulla sua musica.

Così qualche tempo dopo ecco uscire The Other Side of Desire, che in parte mantiene le promesse anche se, è bene dirlo da subito, non è al livello dei primi dischi, non ha quell’ispirazione. D’altra parte attendersi ancor oggi che Rickie Lee, oramai sessantenne, sia ancora in grado di smuovere gli animi, stupendo, commuovendo, coinvolgendo l’ascoltatore sarebbe un po’ troppo.

Non di meno, The Other Side… è un disco almeno in parte riuscito, con alcune composizioni di indubbio spessore, non troppo distanti, a livello qualitativo, dai migliori episodi della sua carriera ed altre di livello inferiore. Insomma un disco caratterizzato da una certa discontinuità e, in alcune composizioni, dal prevalere di un certo easy listening, , pur di classe, “a la Norah Jones” poco digeribile per chi ai tempi rimase colpito da Easy Money.

Ciò detto il lavoro inizia alla grande: Jimmy Choos è una composizione di indubbio spessore, che riporta alla mente le prime incisioni. Una ballata un po’ sbilenca, con influenze un po’ soul, un po’ country, indefinibile. Ma la melodia e riuscita, quella sorta di rap posto in mezzo al brano spiazzante e l’interpretazione all’altezza del passato.

Così come di standard elevato è la successiva Valtz de Mon Père (Lover’s Waltz), cantata insieme a Louis Michot dei Lost Bayou Ramblers, un brano che, sulle note tipiche del noto ballo austriaco, trasuda nostalgia ma che alla fine convince.

Sonorità blues (un po’ annacquate) sono quelle della successiva J’ai Connais Pas, scontata ma tutto sommato gradevole mentre di livello superiore è la successiva Blinded By the Hunt, un brano d’atmosfera, impreziosito da una interpretazione sentita, partecipe, con alcuni guizzi vocali ai quali credevo di dover oramai rinunciare per sempre.

Le note dolenti iniziano con Infinity, una ballata (?) rarefatta, buona forse per fare da colona sonora di qualche serie tv sui teenager americani, ma francamente insulsa e incompiuta, così come I Wasn’t Here nella quale la Jones gigioneggia un po’ troppo con la voce e i violini sono proprio insopportabili, al pari di Haunted che con i suoi suoni sintetici richiama alcuni sconfinamenti stilistici degli ultimi lavori parsi già allora indigesti ai fans della prima ora. E a proposito di insopportabile, così suona Juliette, un brano estremamente rarefatto, basato su qualche accenno di nota ma che salvo il suono improvviso di una tromba non lascia nulla e che confluisce nell’altrettanto inconcludente A spider (in the Circus of the Falling Down) dove chiaro è il tentativo di richiamare alcune atmosfere del passato; ma il tentativo risulta goffo e pretenzioso e, soprattutto, estremamente noioso.

Ma le cose brutte finiscono qui perché Christmas in New Orleans è una ballata alla Tom Waits prima maniera che rende perfettamente l’atmosfera di Big Easy e Feet on the Ground, tutto sommato, grazie al lavoro delle tastiere, al gradevole effetto della seconda voce maschile e alla melodia centrale risulta assolutamente piacevole.

The Other Side of Desire non è un disco perfetto ma è l’esatto ritratto di Rickie Lee Jones, delle sue paure , delle sue incertezze. Ed è forse per questo che alla fine suona, nonostante tutto, affascinante.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Jimmy Choos

Se non ti basta ascolta anche

Joni Mitchell – Blue 

Vonda Shepard – Vonda Shepard

Laura Nyro – Nested

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