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Grande Guerra, Pillola 59 L’Isonzo si tinge di rosso: la cupa saga del San Michele fotogallery

Tra il luglio del 1915 e l'agosto del 1916 il San Michele divenne uno dei due perni della difesa di Gorizia: si rivelò un osservatorio incomparabile e venne trasformato in un dedalo di trincee e camminamenti, gallerie e cannoniere. Tra i fanti di quella battaglia ci fu anche Giuseppe Ungaretti.

di Marco Cimmino 

Il monte San Michele, come molti luoghi resi celebri dalla sanguinosa epopea della prima guerra mondiale, delude quasi sempre l’occhio poco allenato del turista a caccia di sensazioni: difficilmente, guardandolo da Gorizia, esso attira l’attenzione, che, piuttosto, riconosce all’istante la mole gemella del Sabotino e del Monte Santo, con il suo inconfondibile santuario.

In realtà, il San Michele, tecnicamente, non è neppure un monte, con i suoi 275 metri d’altezza: eppure, tra il luglio del 1915 e l’agosto del 1916, esso divenne uno dei due perni della difesa del capoluogo isontino, infinite volte perso e riconquistato dalla 5a armata di Boroevič e domato, alla fine, soltanto nella sesta battaglia dell’Isonzo. In realtà, dalle sue quattro groppe pietrose, si controlla una larga fascia di carso e di pianura, fino a Monfalcone e al mare: sia dal lato di Sagrado che da quello di Savogna, nulla si muove nel piano che non si possa osservare dal San Michele.

Proteso verso sud, come un enorme frangiflutti, il monte si rivelò un osservatorio incomparabile e venne presto trasformato in un dedalo di trincee e camminamenti, gallerie e cannoniere, che, ancora oggi, offrono al visitatore un interessante scorcio sulla guerra del 1915.

Dopo gli esiti sconfortanti della prima battaglia dell’Isonzo, i comandi italiani decisero di dare l’assalto alla soglia di Gorizia, che sbarrava la via per Ljubljana e divideva i due settori della 2a e della 3a armata del regio esercito: inevitabilmente, questo attacco doveva svellere i capisaldi del campo trincerato goriziano, vale a dire, appunto, il San Michele e il complesso Oslavia-Calvario-Sabotino. Per questo, pochi giorni dopo la fine della prima offensiva, scattò una nuova operazione, che prese il nome di seconda battaglia dell’Isonzo, benchè, in realtà, fosse semplicemente il seguito della precedente.

Obiettivo primario di questa poderosa spallata, effettuata da 260 battaglioni italiani, appoggiati da 840 pezzi d’artiglieria di ogni calibro, era proprio la conquista, apparentemente non troppo complicata, della tozza dorsale del San Michele, e fu qui che venne esercitato lo sforzo principale, anche se, come si è già detto, l’errore fondamentale di Cadorna fu sempre quello di fare attaccare i propri reparti lungo tutto il fronte, senza concentrarsi su di un unico obiettivo specifico. Si opponevano al regio esercito circa 130 battaglioni austroungarici, con 420 cannoni, ma con un vantaggio logistico enorme, che suppliva abbondantemente all’inferiorità di uomini e mezzi.

Il 18 luglio, i fanti italiani scattarono contro il Cosič e il Sei Busi, tra Redipuglia e Monfalcone, nell’alto Isonzo, nella zona del Monte Nero, sopra Caporetto, e, soprattutto, lungo le pendici del San Michele, di Oslavia, del Calvario e del Sabotino: si trattava di quello che, tecnicamente, si definisce un’offensiva di sfondamento, mentre la battaglia precedente fu soltanto un’offensiva di approccio.

In realtà, almeno sul San Michele, lo sfondamento tattico ci fu, ma fu di brevissima durata: gli austroungarici cominciavano a comprendere i limiti della strategia cadorniana, che prevedeva un poderoso attacco in massa, ma scarse riserve per consolidare le conquiste ed assoluta mancanza di misure protettive per gli attaccanti. In definitiva, quando gli italiani occupavano una posizione, ne venivano quasi subito scacciati dal contrattacco avversario, che colpiva con le proprie artiglierie i fanti allo scoperto, per poi rioccupare le proprie trincee.

Questo accadde, ad esempio, il 20 ed il 26 luglio per la cima del san Michele. In realtà, le prime linee austriache, ossia Bosco Lancia, Bosco Cappuccio e Bosco Triangolare, vennero conquistate e mantenute dagli italiani, che, però, non poterono progredire e mantenersi sulla dorsale, già trasformatasi in uno sfasciume di reticolati, sassi e cadaveri. In questi scontri, cominciò a mettersi in luce una brigata di recente costituzione, che avrebbe presto raggiunto una fama leggendaria: la brigata Sassari. Nel settore di Plava e in quello del Sabotino, invece, furono protagoniste delle azioni dimostrative (sempre delle carneficine, comunque) della 2a armata soprattutto le due valorose brigate Pavia e Casale.

Nell’alto Isonzo, dopo la conquista del Monte Nero e del Monte Rosso, la linea si stabilizzò di fronte al Mrzli, dove le posizioni di mantennero pressochè invariate fino all’ottobre 1917. Il 3 agosto, dato lo spaventoso consumo di munizioni, Cadorna ordinò di sospendere l’offensiva. Agli italiani questa era costata il triplo delle perdite della prima battaglia dell’Isonzo: circa 42.000 tra morti, feriti e dispersi. Anche i fanti di Boroevič, però, avevano pagato un duro prezzo per mantenere il San Michele, con quasi 47.000 perdite.

L’Isonzo stava cominciando a tingersi di rosso, in un crescendo infernale che sarebbe durato ancora più di due anni. Ormai, l’idea di essere a casa per Natale stava definitivamente tramontando nelle menti di quei soldati che, sdraiati nei propri ripari, guardavano fumare minacciose le quattro gobbe del San Michele. La lotta non era finita: sarebbe ricominciata ad ottobre, con ferocia accresciuta.

In quei giorni, un fante ventisettenne della brigata Brescia, in trincea davanti a Bosco Cappuccio, cominciò a vergare su foglietti sparsi, buste usate e taccuini, delle brevissime, quasi telegrafiche, poesie, che sarebbero diventate “Il porto sepolto”, una delle più note raccolte del Novecento. Quel fante del 19° si chiamava Giuseppe Ungaretti.

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