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Il Palma secondo Zanchi: i rimandi col Lotto e l’anima tra i guanti fotogallery

Mentre sta per calare il sipario sulla mostra "Palma il Vecchio – lo sguardo della bellezza" Mauro Zanchi in una interessante pubblicazione per Art e Dossier (Giunti) ci parla di guanti, di nastri, di gesti delle dita, di rebus e doppi sensi, di ammiccamenti e scongiuri, da leggere, e da rileggere, nell'arte del pittore brembano.

"Dimestici amici": tali erano, secondo fonti dell’epoca, i maestri Iacopo Negretti, detto Palma il Vecchio, e Lorenzo Lotto, tra i nomi più grandi del nostro Cinquecento. A riannodare i fili di una curiosa relazione a distanza, di un dialogo artistico fatto di espliciti rimandi e di tacite allusioni, ci ha pensato il critico d’arte Mauro Zanchi, studioso di pittura rinascimentale e curatore di BACO, Base Arte Contemporanea con sede alla Domus Magna, sede storica della MIA.

Autore di un saggio di taglio "divulgativo" e di rigore scientifico – un excursus agile e suggestivo attraverso gli aspetti più intriganti dell’arte del pittore brembano – Zanchi ha pubblicato per Giunti il dossier “Palma il Vecchio" allegato alla prestigiosa rivista "Art e Dossier" (n. 319).

In cinquanta pagine ricche di belle riproduzioni a colori, lo studioso si addentra tra intuizioni iconologiche, novità interpretative, suggestioni filosofiche, nelle pieghe bio-artistiche della breve e intensa parabola di Palma, ricostruendone un profilo composito e rilanciandone l’interesse per il pubblico di oggi e per ulteriori, future, indagini critiche.

Mentre sta per calare il sipario sulla mostra "Palma il Vecchio – lo sguardo della bellezza" (leggi), Zanchi ci parla di guanti, di nastri, di gesti delle dita, di rebus e doppi sensi, di ammiccamenti e scongiuri, da leggere, e da rileggere, nell’arte del pittore brembano.

Un universo cifrato, dunque, come quello di Lotto?

Non c’è dubbio che siano figli della stessa cultura, di un’epoca in cui la resa dello sguardo, la cura dei dettagli inducono a interpretare i quadri secondo un’ottica che sonda la psiche. Il gioco interpretativo era caro agli umanisti veneziani del primo Cinquecento, abituati anche a cimentarsi con le "imprese", con i motti, con le iniziali di parole formanti misteriose frasi. Ad esempio nel ritratto di donna detta "La bella" le cinque lettere sul muretto basso solleticano la fantasia dello spettatore in una sorta di sfida intellettuale. Così come il collo nudo e i gioielli riposti nel cofanetto, il gesto di tenere la coda di capelli con una mano, gli stessi nastrini per comporre le trecce … i nessi simbolici sono ricchi e complessi, riconducono "la bella" alle “adepte di Diana” e a tutto un mondo di valori pagano-classici variamente rielaborati all’epoca del Palma.

Nel suo scritto parla di ritratti "con l’anima tra i guanti".

Avevo notato che Palma dipinge molti ritratti di personaggi che tengono in mano o su una mano il guanto. Volendo interpretare iconologicamente questo dettaglio sono incappato in un passo del “De Anima” di Aristotele, dove si dice che le mani sono paragonabili all’anima. Il fatto di sfilare il guanto o di tenerlo in mano non può che essere un riferimento allo svelamento, in varie accezioni. Da allusione a sentimenti melanconici, come nell’"Autoritratto" del pittore, ad attestazione di lealtà come nel "Ritratto di gentiluomo con cappa d’Ermellino", a cenno amoroso come nel "Ritratto di tre donne" di Dresda…C’è poi il ritratto di donna detta "la schiava", dove la mano con guanto compie il gesto delle corna, che potrebbe ricondurre alla tematica erotica in forma simbolica, come tensione tra castità e passione sensuale.

Qualche chicca interpretativa?

Nel terzo capitolo parto dagli idilli rurali per analizzare un semplice gesto che ricorre in varie tele di Palma e dei suoi contemporanei come Cariani e Tiziano. E’ il gesto della mano a "V" capovolta, che risale già alla statuaria greca e romana, con valenze apotropaiche, analogamente alle corna. Ma è un segno che sostanzialmente non era stato decodificato. Nel bassorilievo "Nymphe de Fontainebleau" di Benvenuto Cellini al Louvre, la fanciulla che abbraccia un cervo fa il gesto a "V" verso le acque che escono dalle brocche: un’inequivocabile immagine di Diana, dea della caccia e della luna, delle maree e dei cicli femminili. Nel "Bagno di Diana e della sue ninfe" del Palma, in mostra a Bergamo, la giovane in primo piano compie lo stesso gesto: immerge le dita a forbice nell’acqua per segnalare una sorgente iniziatica. La giovane bionda detta "Flora" tiene un lembo del suo manto con le due dita divaricate per testimoniare la sua appartenenza alla schiera di Diana. Dentro questa simbologia c’è tutta una tradizione sia colta sia di stampo contadino, che per diverse vie e slittamenti di significato porta a raffigurare con le dita a "V" ora le streghe, ora le poetesse, ora le Madonne.

Ci sono tele, notevoli, del Palma che non sono venute a Bergamo.

Interessanti, in primis, l’enorme tela "Burrasca infernale" di Venezia, e la "Giovane donna di spalle" di Vienna. Ci sono qui curiosi rimandi incrociati tra Palma e Lotto. Nella prima, Lotto probabilmente acconsente che Palma utilizzi come modello per il proprio quadro il cartone da lui realizzato per la tarsia "Giona" destinata al coro di Santa Maria Maggiore in Bergamo. Nell’altra, sembra invece che Lotto abbia guardato con attenzione lo scatto improvviso della giovane donna palmesca, il volgere del capo di lato, prima di dipingere il "Ritratto di giovane con libro" oggi ospitato al Castello sforzesco.

 

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