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Cesare Basile a Bergamo: “Nelle mie canzoni racconto le storie degli emarginati”

Martedì 7 luglio il cantautore Cesare Basile terrà un concerto sugli spalti di san Giacomo, in cui si potranno ascoltare i brani del suo nuovo album. Intervistato da Bergamonews, spiega: “Con le mie canzoni racconto le storie di chi si trova ai margini della società”.

Sulle Mura di Bergamo Alta arriva la canzone d’autore. Il protagonista è il cantautore Cesare Basile, in concerto martedì 7 luglio alle 21.30 agli spalti di San Giacomo, con ingresso gratuito. Nella serata, promossa da Hashtag per la rassegna “Bergamo Altra Estate”, eseguirà i brani del suo nuovo album, “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”, in cui racconta le storie degli emarginati. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il suo pensiero e il suo ultimo disco.

Cosa si potrà ascoltare al concerto?

"Il repertorio sarà tratto dal mio ultimo disco, integrato con alcuni brani dei lavori precedenti. Il titolo è un’esortazione a smettere di chiedere permesso per avere quello che più ci serve, spiritualmente e materialmente, perché il nostro diritto a essere felici non è una concessione. Accanto a me (voce e chitarra) si esibiranno Simona Norato (pianoforte, chitarra e sintetizzatore) e Massimo Ferrarotto (batteria e percussioni). La maggior parte dei pezzi è cantata in siciliano, il mio dialetto, non per un vezzo o per la ricerca dell’originalità a tutti i costi, ma perché negli ultimi anni ho lavorato molto attorno alla cultura popolare. E ho ritrovato nelle sue modalità, nelle sue attitudini e nella sua forma un linguaggio che mi sembra consono al racconto del nostro tempo, che pare universalistico e invece nasconde una chiusura vero l’altro".

Ma il dialetto non è più identitario dell’italiano?

"Di primo acchito, la cultura popolare può sembrare chiusa ma, a mio avviso, poi non è così. Probabilmente il dialetto è parlato da meno persone rispetto alla lingua nazionale, ma credo che sia più accogliente, con maggior attitudine all’ascolto e alla trasformazione delle cose. Ed è legato alla terra come un luogo di incroci e di attraversamento di culture, non per rivendicare una questione identitaria forte. Ad esempio, il siciliano è una lingua che si è formata nei secoli proprio grazie a contatti con altre culture e, rispetto all’italiano, mi sembra abbia una struttura più elastica, che accoglie e ripropone, che vive delle diversità che incontra".

Diversità che spesso oggi vengono percepite come problemi e non come una ricchezza…

"Già, spesso le diversità sono usate dai potenti per individuare il nemico di turno da indicare alla gente, in modo che questa non pensi che gli artefici della miseria siano quelli che comandano. Soprattutto oggi, con questa finta globalizzazione che altro non è che la creazione di un mercato unico in cui costringere al consumo quante più persone possibile e nei fatti non è un’apertura a culture diverse che, anzi, spesso vengono utilizzate per mascherare i fallimenti dei mercati".

Per esempio?

"L’immigrazione, con cui si preferisce favorire la guerra tra poveri: vorrei capire quale differenza c’è tra un operaio sfruttato bergamasco e un poveraccio sfruttato che viene dall’Etiopia. In entrambi i casi stiamo parlando di gente che soffre a causa di qualcuno che è più potente e che diventa sempre più forte: sottolineare il diverso come nemico è funzionale al mantenimento di un ordine sociale sproporzionato".

Nel disco ci sono anche canzoni in italiano?

"Molte sono in dialetto, ma ci sono anche storie raccontate in italiano: è la mia lingua e l’adopero con piacere: entrambi sono strumenti di espressione molto ricchi. Nel mio ultimo disco le ho usate per raccontare le storie delle persone che vediamo attraversare la strada sotto casa. Vicende che non vengono scritte nei libri ma che ci permettono di cogliere il senso del tempo che stiamo vivendo. Forse, nessuno narra la piccola storia, ma è proprio da questa che riusciamo a tessere la trama di quella più grande".

Un pensiero che ricorda molto De André: si ispira a lui?

"È stato un mio punto di riferimento, più che musicalmente a livello di pensiero, per l’attitudine libertaria che aveva nel raccontare gli umili. Consciamente, però, non mi ispiro a una figura particolare, ma a tutto ciò che ho ascoltato da quando ero bambino: dalla musica popolare al rock, il mio campo d’azione per tanti anni, passando per cantautori italiani e americani. Credo che la forza di un musicista sia saper ascoltare: prima di scrivere una canzone bisogna leggere e sentire quelle degli altri, una ricchezza donata da chi ci ha preceduto per raccontare ancora quelle storie, creando forti momenti di socialità di cui c’è un grande bisogno".

Per concludere, quali progetti ha per il prossimo futuro?

"Innanzitutto voglio portare nelle diverse città il mio ultimo disco, aspettando che nuove storie vengano a bussare alla mia porta. Gli spunti non mancano, a cominciare da quello che è successo al confine con la Francia e in Sicilia, punto d’arrivo di molte persone costrette a lasciare la propria terra. Una questione che viene affrontata in modo strumentale: ognuno a modo suo la utilizza per mettersi dalla parte del giusto e trarne un tornaconto, senza pensare all’altro e porsi dalla sua parte. Io, invece, credo che abbiano quasi sempre ragione le vittime e che il punto di vista da sposare sia il loro".

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