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Delitto Yara Gambirasio, è il giorno della verità: al via il processo a Bossetti

Si apre oggi, venerdì 3 luglio, al tribunale di via Borfuro a Bergamo il processo contro Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore 44enne di Mapello in carcere da oltre un anno con la pesante accusa di aver barbaramente ucciso la tredicenne di Brembate Sopra

 Si avvicina la verità l’ora della verità sul delitto di Yara Gambirasio. Si apre stamattina, venerdì 3 luglio, al tribunale di via Borfuro a Bergamo, il processo contro Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore 44enne di Mapello in carcere da oltre un anno con la pesante accusa di aver barbaramente ucciso la tredicenne di Brembate Sopra. 

Un delitto che ha scosso il popolo bergamasco e l’Italia intera.  Era la sera del 26 novembre 2010 quando la piccola uscì di casa per andare in palestra con le amiche. Non vedendola tornare, i genitori provarono a telefonarle, ma il cellulare era spento. Capirono che qualcosa non andava e diedero l’allarme.

Le prime indagini sulla scomparsa di Yara si dedicarono soprattutto a un cantiere di Mapello, a circa 3 chilometri di distanza dalla palestra. La zona era stata identificata attraverso l’analisi degli ultimi ripetitori a cui si era collegato il suo cellulare.

Furono utilizzati cani da ricerca provenienti dalla Svizzera per effettuare diversi rilievi e trovare possibili tracce. Con un’operazione di polizia su una nave partita da Genova verso il Marocco, il 5 dicembre 2010 fu arrestato Mohamed Fikri, un piastrellista tunisino sospettato di essere coinvolto nel giallo.

L’arresto fu disposto dopo l’analisi di una intercettazione telefonica, in cui Fikri avrebbe detto alla propria ragazza “Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io”. Il nastro della telefonata fu in seguito sottoposto ad altre perizie che scoprirono un grave errore di traduzione dall’arabo: Fikri aveva detto “Allah ti prego, fai che risponda”.

Il 7 dicembre fu scarcerato, ma le accuse di omicidio e occultamento di cadavere furono ritirate solo nell’inverno del 2013. Gli vennero riconosciuti novemila euro di risarcimento.

Il 28 dicembre 2010, a un mese dalla scomparsa, Maura e Fulvia Gambirasio pronunciano in diretta televisiva un appello disperato: "Ridateci Yara, siamo convinti che sia viva". 

Una speranza che svanì il 26 febbraio 2011, tre mesi dopo la scomparsa, quando la piccola fu trovata morta da un passante in un campo di Chignolo d’Isola. L’autopsia svelò che era stata colpita alla testa e ferita gravemente con un’arma da taglio alla gola, al torace, alla schiena e ai polsi. L’assalitore se ne era andato prima che fosse morta.

Analizzando i suoi vestiti, gli investigatori trovarono una traccia di sangue non compatibile con quello della ragazzina. Apparteneva a un maschio, forse colui che l’aveva uccisa o un suo complice. Fu indicato nelle indagini come “Ignoto 1” e quel Dna divenne l’indizio più importante.

Gli investigatori prelevarono campioni di Dna dai frequentatori della palestra, dai lavoratori del cantiere di Mapello e dai frequentatori della discoteca "Le sabbie mobili" a poche centinaia di metri da dove era stato trovato il cadavere. Oltre a tantissima gente comune: furono ben 18mila i campioni prelevati.

Tra di essi gli investigatori trovarono un legame genetico, seppure parziale, tra “Ignoto 1” e un uomo di nome Damiano Guerinoni. Furono disposti test su tutti i suoi familiari, e questo portò all’identificazione di tre cugini di Guerinoni (tra di loro fratelli) con una compatibilità genetica ancora più alta con il dna maschile trovato sugli slip e i leggings di Yara.

Per avere un quadro completo gli investigatori avevano bisogno del dna del padre dei tre cugini, Giuseppe, che era morto nel 1999. Dopo una prima verifica sul dna ottenuto dalle tracce di saliva sul retro di una marca da bollo sulla patente di Guerinoni, fu disposta la riesumazione della sua salma.

Le analisi confermarono al 99,99999987% che “Ignoto 1” era sua figlio, ma con una madre diversa dalla moglie con la quale aveva avuto altri figli.

L’attenzione si spostò di conseguenza sulla ricerca della madre di “Ignoto 1”, con l’avvio di un’altra indagine su larga scala da parte degli investigatori. Guerinoni era stato un autista di autobus e prestava servizio tra diversi paesi nella provincia di Bergamo.

Per mesi furono ricostruite conoscenze, amicizie e le storie di centinaia di passeggere trasportate da Guerinoni sul suo pullman. Un lavoro di catalogazione immenso, con centinaia di test del dna da effettuare su donne sposate e ragazze madri.

La lunga ricerca si chiuse nel giugno del 2014, quando i tecnici del Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS) dei Carabinieri confermarono che il dna prelevato a una donna di nome Ester Arzuffi di 67 anni era compatibile con quello della madre di “Ignoto 1”, mettendolo a confronto con quello del padre. Arzuffi si era sposata nel 1966 con Giovanni Bossetti, con il quale era andata a vivere a Parre, un altro paese della zona. Si era successivamente trasferita a Terno d’Isola nel 1970, quando aveva scoperto di essere incinta, dopo un presunto rapporto con Giuseppe Guerinoni, l’autista d’autobus.

Da quella gravidanza nacquero due gemelli, una femmina e un maschio; quest’ultimo fu chiamato Massimo Giuseppe come il padre biologico. 

Venerdì 13 giugno 2014 gli investigatori avevano il suo nome e una serie di accertamenti da fare sul suo conto, con cautela per evitare di insospettirlo. Le prime verifiche permisero di scoprire molti elementi compatibili tra Bossetti e “Ignoto 1”: Bossetti è un muratore e nei polmoni di Yara Gambirasio erano state trovate tracce di calce provenienti da un cantiere, sulle sue suole altro materiale per costruzioni.

Ottenuto il numero di cellulare di Bossetti, gli investigatori recuperarono i dati sulla rete cellulare del 26 novembre 2010, scoprendo che nelle ore in cui era scomparsa Yara il cellulare si trovava nella stessa zona.

Dopo averlo tenuto sotto sorveglianza per un paio di giorni, domenica 15 giugno 2014 gli investigatori decisero di entrare in contatto con Bossetti per ottenere il suo dna. Per farlo venne organizzato un finto posto di blocco delle forze dell’ordine per l’alcoltest: l’auto di Bossetti venne fermata con la scusa di sottoporlo a un test di routine.

Come avevano ipotizzato gli investigatori, il test confermò un’altissima compatibilità del campione di DNA di “Ignoto 1” ottenuto dal sangue sugli slip di Yara con il dna di Bossetti.

Il giorno seguente, lunedì 16 giugno, Bossetti viene arrestato in un cantiere di Seriate. Portato prima in caserma e poi in carcere, in questi mesi si è sempre dichiarato innocente ed estraneo alla vicenda. Quello che proverà a dimostrare anche al processo.

Il filmato dell’arresto:

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