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Catania, quell’anno in cui l’Albinoleffe fu minacciato “Clima intimidatorio”

E' stata chiamata “dirty soccer” l'inchiesta che sta investendo Catania nelle ultime ore. Con l'accusa di calcio “sporco” sono state eseguite sette ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei principali dirigenti della società etnea. Di calcio “sporco” parla anche un articolo della Gazzetta dello Sport, firmato da Roberto Condio, che racconta l'incredibile trasferta dell'Albinoleffe in terra siciliana nel 2006.

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E’ stata chiamata “dirty soccer” l’inchiesta che sta investendo Catania nelle ultime ore. Con l’accusa di calcio “sporco” sono state eseguite sette ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei principali dirigenti della società etnea. Tra loro anche il presidente del club, Antonio Pulvirenti, l’amministratore delegato Pablo Cosentino, il direttore generale Daniele Delli Carri. Con loro sono stati arrestati  i procuratori Giovanni Impellizzeri, Piero Di Luzio, Fabrizio Milozzi e Fernando Arbotti. Sono accusati di frode sportiva. Secondo l’accusa, alcune vittorie del Catania sarebbero state concordate a tavolino dietro il pagamento di denaro.

Di calcio “sporco” parla anche un articolo della Gazzetta dello Sport, firmato da Roberto Condio, che racconta l’incredibile trasferta dell’Albinoleffe in terra siciliana nel 2006. Ve lo riproponiamo:

Aveva ragione Elvis Abbruscato, uno che a forza di bazzicare in B e C s’è fatto una discreta esperienza di campi «caldi». Due domeniche fa, commentando l’ultimo impegno del rivale Catania, l’attaccante del Toro aveva detto: «Non vorrei essere nei panni dei giocatori dell’AlbinoLeffe. Sarà una trasferta durissima per loro: i siciliani hanno troppa fame di A». È andata proprio così. Anzi, persin peggio. Perché la sosta in Sicilia per i seriani è stata un incubo. Con una serie di intimidazioni, minacce e aggressioni iniziata sabato con la prevedibile cagnara notturna sotto il loro albergo e terminata soltanto quando, segnato il gol del 2-1 che li spediva in A, gli etnei hanno capito che Lilliput non avrebbe più opposto resistenza. «Ma dopo quel che è successo nell’intervallo, non c’è più stata partita – assicura Roberto Bonazzi, 35enne attaccante dell’AlbinoLeffe che al Massimino s’è giocato la chance di evitare i playout -. L’unico nostro pensiero nella ripresa è stato quello di portare a casa la pelle». Parole pesanti, dette da chi ha ancora negli occhi una gazzarra d’altri tempi, di un calcio-far west che nell’era della tv onnipresente sembrava impossibile. Catania, invece, ha cominciato a giocare la partita da vincere a ogni costo già nella notte di vigilia. Un gruppo di ultrà ha disturbato il sonno dei rivali. Urla, cori, petardi. Finché alle 4 un dirigente lombardo ha svegliato un collega etneo che s’è affrettato a intervenire. «Erano solo 4 ragazzotti – minimizza il dg dell’AlbinoLeffe Sandro Turotti -. Cose che ci possono anche stare. Comunque, il male minore rispetto a quel che sarebbe successo allo stadio».

Al Massimino, in effetti, domenica sono accadute cose brutte, tristissime. Tanto per cominciare, l’agguato a Mondonico appena fuori dal pullman della squadra. L’ex tecnico granata s’è poi sentito male e, durante e dopo il match, per evitare guai peggiori è stato scortato da agenti della Digos. Poi, nell’intervallo, manate e calci a Bonazzi nel tunnel e minacce assortite agli uomini che si erano permessi di segnare al 41’ il gol dell’1-1. «Le botte le ho prese solo io – conferma la punta del Mondo – e non so nemmeno da chi. Ma il clima intimidatorio c’è sempre stato. Noi eravamo i predestinati, potevamo solo perdere. Dopo 5’ l’arbitro ci ha negato un rigore netto per mani di Silvestri, in campo volavano gomitate, dietro la nostra porta c’era un sacco di gente che diceva di tutto al portiere». Il peggio, però, è successo dopo l’1-1. Spiega Bonazzi: «Loro hanno avuto paura di non farcela più, evidentemente. In una sfida normale avremmo potuto anche vincere. Ma dopo l’intervallo è stata una partita falsata: per 45’ siamo stati una squadra vera, poi basta. Abbiamo preferito evitare il peggio: avessimo mai segnato il 2-1, ci sarebbe scappato il morto». Il 2-1, invece, l’ha inevitabilmente siglato il Catania. Per la gioia anche delle tante, troppe persone che stavano in campo pur non essendo autorizzate (compreso lo squalificato De Zerbi). Dal campo sono invece usciti con un bel po’ di minuti di anticipo tutti gli occupanti della panchina seriana. Arbitro e guardalinee hanno fatto finta di niente. Di nuovo. «Poi, a festa in corso, ci hanno fatti andar via tranquilli – conclude Bonazzi -. Ma l’amarezza resta. Anche per il comportamento dei giocatori catanesi. Sono cose che non si dimenticano, queste. E prima o poi in campo ci si ritroverà». Suona strano, ascoltando i racconti dei protagonisti, che l’AlbinoLeffe sia ripartito da Catania senza aver fatto uno straccio di reclamo o di denuncia. «Con noi ha sempre viaggiato un ispettore della Lega e sul posto abbiamo trovato un uomo dell’Ufficio Indagini federale – spiega il dg Turotti -. Quel che ho visto e sentito io l’hanno visto e sentito anche loro. E sono loro a essere pagati per fare rapporto a chi di dovere. Dopodiché, siccome siamo piccoli ma non stupidi, se capiremo che quel che è successo domenica è da considerarsi normale, decideremo quali passi fare». Aspettiamo le mosse dell’AlbinoLeffe, allora.

Perché il giudice sportivo s’è limitato a multare il Catania di 2500 euro «per avere i suoi sostenitori fatto esplodere petardi e acceso fumogeni sugli spalti; per aver invaso con modalità pacifiche il campo a fine gara». Terzo interessatissimo, il Toro preferisce non commentare. Cairo e De Biasi hanno in testa soltanto i playoff. Soltanto capitan Brevi concede: «Non so nulla, ma se qualcosa è successo avrebbero dovuto denunciarlo subito». Giusto. Resta però lo squallore di una pagina che non sarebbe giusto archiviare troppo in fretta. Resta un’ombra sulla promozione dei rossazzurri che, dopo averla pienamente meritata a lungo, per salvarla nel finale hanno calato sul tavolo ogni carta, come aveva già testimoniato lo stranissimo spostamento sul neutro di Lecce della trasferta di Catanzaro. Valeva tutto, evidentemente, pur di tornare in A dopo 22 anni.

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Commenti

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  1. Scritto da fiumi di parole

    Intanto la pena più dura saranno le solite frasi :”Useremo il pugno duro” e gli articoli indignati dei giornalisti che si ripetono da 30 anni. Doni non doveva essere l’ultimo? E’ un ciclo senza fine. Addio calcio da anni!