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Grande Guerra, pillola 57 Trieste, Gorizia, Lubiana: prima battaglia dell’Isonzo fotogallery

La prima battaglia dell’Isonzo, combattuta tra il 23 giugno ed il 7 luglio 1915, rappresentò una specie di modello negativo, per le successive offensive: tiri di artiglieria poco aggiustati e basati più sul numero che sulla qualità, attacchi frontali contro armi automatiche e reticolati, mancanza di logistica e dabbenaggine dei comandanti produssero un grave disastro.

di Marco Cimmino

Dopo le prime avanzate, indisturbate o quasi, nel giugno del 1915 gli italiani si trovarono a dover affrontare le difese approntate per tempo dai loro avversari, sul Carso e lungo la valle del fiume Isonzo: il primo tentativo di intaccare questa linea fortificata, che, benchè difesa da pochi uomini, era molto forte da un punto di vista tattico, prese il nome di prima battaglia dell’Isonzo. Ne seguirono altre dieci (undici, secondo la numerazione austroungarica), in un arco di tempo che va dal giugno 1915 all’ottobre 1917: battaglie differenti, ma tutte accomunate da alcuni denominatori, che rimasero praticamente invariati per tutto questo periodo.

Per prima cosa, gli italiani commettevano sistematicamente l’errore di attaccare su tutta la linea contemporaneamente, disperdendo le proprie forze e non trovandosi quasi mai in quella superiorità numerica necessaria per un vero sfondamento. Essi, inoltre, avevano l’enorme difetto di mantenere in prima linea grandi masse di soldati, esaurendo le truppe prima degli assalti e lasciandole subire pesanti perdite dai tiri d’artiglieria avversari. Infine, le due armate impegnate nel settore carsico-isontino, la 2a (Frugoni) e la 3a (Emanuele Filiberto d’Aosta) miravano ad obiettivi strategici diversi e non sempre logici militarmente: ad esempio, si insisteva a picchiare in direzione di Trieste, quando la conquista della città giuliana non rappresentava che un obiettivo propagandistico, privo di reale valore strategico.

Si contrapponeva loro la 5a armata austroungarica (Boroevič de Bojna), che, per il suo valore, avrebbe poi assunto il nome di Isonzoarmee. Comunque sia, la prima battaglia dell’Isonzo, combattuta tra il 23 giugno ed il 7 luglio 1915, rappresentò una specie di modello negativo, per le successive offensive, che, rispetto a questa, furono semplicemente, via via più grandi. Tiri di artiglieria poco aggiustati e basati più sul numero che sulla qualità, attacchi frontali contro armi automatiche e reticolati, mancanza di logistica e dabbenaggine dei comandanti produssero un grave disastro.

A questo si aggiunga che, per un malinteso senso del valore militare, ufficiali e soldati si fecero inutilmente massacrare, con cariche risorgimentali, privando l’esercito delle sue truppe migliori, di cui, in seguito si sarebbe sentita pesantemente la mancanza. I tre obiettivi di questa, come delle successive cinque battaglie erano: la testa di ponte di Tolmino, sulla via di Lubiana, nell’alto Isonzo; la testa di ponte di Gorizia, ossia la dorsale Oslavia-Calvario (Podgora)-Sabotino, nel medio Isonzo; il Carso e Trieste, verso Monfalcone e il mare. Contro Tolmino venne lanciato il IV CdA della 2a armata italiana, contro Oslavia, il Calvario e il Sabotino, il II ed il VI CdA, mentre la 3a armata attaccò dallo Judrio al mare.

Nei molti, quasi sempre infruttuosi, assalti, i fanti italiani cominciarono a conoscere oscure località che, ben presto, avrebbero assunto una fama sinistra: Santa Maria di Tolmino, Plava, Sagrado, San Martino del Carso, San Michele, Redipuglia, Sei Busi, Selz. Nonostante l’alto numero di perdite di entrambe le parti, questa prima battaglia dell’Isonzo fu uno di quegli scontri che si definiscono “esplorativi”: per il regio esercito si trattava di saggiare le capacità di resistenza dell’esercito austroungarico e di valutarne i settori più deboli, la tattica di combattimento, l’efficienza delle artiglierie.

Insomma, fu una battaglia combattuta un po’ alla cieca dagli italiani, che, aldilà della retorica, non avevano idea di quello che si sarebbero trovati di fronte, una volta varcato l’Isonzo: essi erano, almeno numericamente, in un rapporto di 3 a 1 con i loro avversari (249 battaglioni contro 79), ma in un tipo di guerra come questa, il numero contava assai meno di altri fattori, come la fortificazione, il campo di tiro, la logistica.

Il problema è che gli italiani non erano affatto preparati a questo genere di conflitto: i loro tubi di gelatina e le pinze tagliafili aprivano dei varchi nel filo spinato che diventavano, in realtà, passaggi forzati per le masse di fanteria, ovvero un facile tiro al bersaglio per gli abili mitraglieri austroungarici.

Per questo, nel pomeriggio del 4 luglio, dopo sforzi inutili e sanguinosi, si decise di sospendere gli attacchi, per riorganizzarsi e riprenderli con rinnovate energie. Purtroppo, però, la battaglia che riprese ad infuriare già il 18 luglio e prese il nome di seconda battaglia dell’Isonzo non vide cambiamenti tattici, ma ripropose gli stessi temi, con maggiore impegno e scarsissimi risultati. Gli italiani avevano solo ripreso fiato, ma le idee rimanevano poco lucide, e così sarebbero rimaste, in pratica, fino all’agosto del 1916.

Le perdite italiane, in quei primi scontri, ammontarono a 15.000 uomini e quelle austroungariche a 10.000. Per dare un’idea di come si espanse e s’ingigantì la prima guerra mondiale sul fronte italiano, le perdite dell’undicesima battaglia dell’Isonzo furono di 143.000 italiani e 85.000 austroungarici. Entro la fine di ottobre del 1917, le pietraie del Carso e le balze della valle dell’Isonzo avrebbero bevuto il sangue di centinaia di migliaia di uomini, di entrambi gli eserciti, massacrati in un gigantesco braccio di ferro, quasi privo di costrutto.

Eppure, paradossalmente, alla fine le ‘spallate’ di Cadorna stavano per avere ragione della furiosa determinazione dei difensori della Isonzoarmee: ma venne Caporetto a sconvolgere tutto quanto…

Commenti

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  1. Scritto da roberta

    La qualità di questi “resoconti” di Cimmino è veramente elevatissima, e di ciò va ringraziato.
    Incredibile prendere atto di quanta dabbenaggine, ottusità e mancanza di visione avessero i vertici dell’esercito.

  2. Scritto da Orban Fosca

    Nei 30 anni che durò la Triplice Alleanza tra Germania, Austria e Italia, questa non solo non pretese che si smantellasse il sistema di fortificazioni che l’Austria le aveva eretto contro ma anzi lasciò che venisse esteso e ammodernato! E nell’articolo, professore, lei dice che i Comandi italiani non sapevano neppure cosa aspettasse le truppe oltre l’Isonzo. Ma che inclusione aveva l’intelligence , che è poi l’intelligenza tout court, nelle nostre ipotesi strategiche?

    1. Scritto da Marco Cimmino

      Noi non avevamo alcuna intelligence: qualche sporadico spione, ma nulla che assomigliasse neppure lontanamente all’Evidenzbureau austriaco. La verità è che il nostro esercito era un gigante cieco.

      1. Scritto da Quarto Scogli

        L’esercito un gigante cieco, la diplomazia una pasticciosa colonialista, Corte e Governo dependances di circoli massonici di boriose incompetenze. Costerà caro tutto ciò, molto caro sangue!