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“Jannone sulle firme Ubi ricattò la lista Resti” Chiesto il processo

Secondo il pm Fabrizio Gaverini l'amministratore unico delle Cartiere Pigna, Giorgio Jannone, nel 2013 "fece pressione" sul notaio Giovanni Vacirca e Doriano Bendotti perché ritirassero il loro appoggio alla lista Resti.

Ubi Banca, l’assemblea dei soci del 2013 torna in tribunale, con altri protagonisti e nuove accuse. Il prossimo mese di settembre Giorgio Jannone comparirà davanti al giudice dell’udienza preliminare per tentata estorsione.

Il pubblico ministero Fabrizio Gaverini ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex deputato bergamasco. Le parti offese sono due: il notaio Giovanni Vacirca e Doriano Bendotti, sostenitore della lista capitanata da Andrea Resti. Per il notaio Vacirca, il pm ha chiesto e ottenuto dal gip Tino Palestra l’archiviazione del fascicolo – stralciato – con l’ipotesti di falso di una decina su un centinaio di firme autenticate per la lista di Andrea Resti, allora in corsa per il Consiglio di sorveglianza di Ubi Banca. Secondo l’accusa, Jannone pressò i due perché venisse ritirata la lista di Resti, "Altrimenti dico che le sottoscrizioni non sono state raccolte in modo regolare" sarebbe il presunto ricatto dell’ex onorevole.

La vicenda risale a due anni fa, quando per il rinnovo del Consiglio di sorveglianza si presentano tre liste: quella del presidente Andrea Moltrasio; "Ubi Banca ci siamo!" guidata da Jannone e "Ubi, Banca Popolare!" capeggiata da Resti. Vinse Moltrasio con 7.318 voti su 13.559. Ma Jannone si ribella e presenta un esposto alla Banca d’Italia, alla Consob e alla procura in cui denuncia presunte irregolarità. Scattano due filoni di indagine da parte della Finanza e coordinate dal pubblico ministero Fabio Pelosi. Il primo filone riguarda i presunti patti occulti per consentire ai vertici storici di manovrare le nomine degli organi societari, dei comitati interni e delle società controllate.

L’altro filone si concentra sull’assemblea del 2013 con l’ipotesi che una parte dei voti fu guidata attraverso il meccanismo delle deleghe in bianco. In Procura, nel frattempo, il pm Gaverini indaga sull’omicidio di Agostino Biava – freddato il 25 gennaio 2013 – e si intercetta la questione tra Jannone e il notaio Vacirca.

L’assemblea di Ubi e l’assassino di Biava sono due vicende ben distinte, se non fosse che Biava viveva nel cascinetto della Pigna, le cartiere di cui Jannone è amministratore unico. E’ così che il magistrato ha spunti per la nuova indagine. Interroga cento persone, le cui firme sono state autenticate dal notaio e verifica che non ci sono state irregolarità. Vacirca resta indagato per un’altra decina di firme, anche se il pm conclude che, per quanto raccolte da altre persone, le deleghe sono state autenticate in buona fede. Insomma: giuridicamente manca l’elemento psicologico del falso.

Da qui l’archiviazione. Il pm sente Jannone che nega ed esclude ogni scenario estorsivo nei confronti dei due. Ma Gaverini continua sulla sua linea e così a settembre, assistito dall’avvocato Enrico Pelillo, l’ex deputato azzurro dovrà convincere il giudice che non ci fu estorsione nei confronti del notaio Vacirca e di Doriano Bendotti.

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