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Scuola e formazione professionale, frattura ancora da superare fotogallery

Un dibattito in Università con Nicola D’Amico, autore del volume “Storia della formazione professionale in Italia” ha messo in luce la positiva esperienza bergamasca

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“Ozio” contro “negozio”. Da un lato la ricerca intellettuale, speculativa, poco legata a fini concreti, dall’altro l’attenzione alle cose pratiche, alle necessità di ogni giorno. Si gioca tutta su questa contrapposizione la tradizionale distanza fra la scuola “alta”, che non serviva e non serve per imparare un mestiere, e la formazione professionale, nata quasi per caso e spesso ignorata, che proprio grazie a questo limbo, ha a volte sviluppato esempi virtuosi. Una frattura che è ancora molto forte in Italia e che è indice di diverse e contrapposte visioni dell’uomo e del ruolo del lavoro. Una questione non da poco, dunque, che non è secondaria al ritardo dell’Italia nei confronti dei paesi più avanzati.

Oggi si registrano novità, la “Buona scuola”, con un’attenzione rinnovata all’alternanza scuola-lavoro, sembra andare nella direzione di un superamento di questa frattura, ma i pareri non sono omogenei. Lo spunto per parlare del futuro dell’istruzione e formazione professionale è stata la presentazione del volume “Storia della formazione professionale in Italia” per iniziativa dell’Università e della Scuola internazionale di dottorato “Formazione della persona e mercato del lavoro”, alla presenza dell’autore Nicola D’Amico, giornalista e storico della formazione.

Un volume che colma in effetti un vuoto.

“Nessuno aveva mai approfondito in Italia questo tema – ha spiegato l’autore durante il convegno svoltosi nella sede universitaria di via Pignolo – e questo la dice lunga sull’importanza attribuitagli in Italia”.

Eppure, ha evidenziato l’autore, esistono fili sottili che, anche all’interno della cultura ufficiale, emergono per dare dignità al lavoro in quanto formativo della persona, stimolatore dell’ingegno umano. La necessità di dare nuova dignità al lavoro è stata sottolineata da tutti gli intervenuti al dibattito moderato da Claudio Gentili, vicedirettore area education e innovazione di Confindustria, ma c’è chi come Giuseppe Bertagna, coordinatore del dottorato di ricerca in formazione della persona e mercato del lavoro, teme il neostatalismo e il neocentralismo della fase attuale che significherebbe la morte delle esperienze più interessanti di formazione professionale, mentre per Savino Pezzotta, ex segretario generale Cisl, nella “Buona scuola” c’è una rinnovata attenzione al rapporto con il mondo del lavoro.

Che Bergamo stia marciando nella giusta direzione lo dimostrano l’esperienza dell’IIS Marconi di Dalmine, raccontata dal dirigente scolastico Maurizio Chiappa, che ha sottolineato, fra l’altro, lo strettissimo legame con le aziende del territorio, prima fra tutte le Dalmine, e le numerose attività di partenariato con la scuola avviate da Confindustria Bergamo e illustrate da Alessia Ceroni, che puntano a favorire lo sviluppo di competenze in grado di sostenere la competitività del nostro territorio e contemporaneamente l’occupabilità dei ragazzi, grazie all’alternanza scuola lavoro, agli stage e al sostegno ai progetti innovativi elaborati dai giovani, tutte iniziative che intendono colmare il gap fra scuola e lavoro e a dare dignità all’impresa come luogo formativo.

Rossana Pecchi

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