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“Io, Arlecchino”: omaggio alla maschera, ai suoi luoghi e all’arte dell’attore

Diretto da Matteo Bini e Giorgio Pasotti, "Io, Arlecchino" è film gradevole delicato. Merita di essere visto: parola di Paola Suardi.

IO, ARLECCHINO

Un film di Matteo Bini e Giorgio Pasotti

Con Giorgio Pasotti, Roberto Herlitzka, Valeria Bilello, Lunetta Savino, Gianni Ferreri

Commedia, Italia 2015

Gradevole e delicato, il film di Bini e Pasotti merita di essere visto. In primis per l’affettuoso e non banale omaggio alla maschera di Arlecchino, e poi perché conduce in luoghi che, seppure noti ai bergamaschi, appaiono sul grande schermo in tutta la loro intensa bellezza, sia quella ruvida del borgo antico di Oneta in Val Brembana sia quella raffinata di Piazza Vecchia.

La storia è semplice, non priva di ingenuità e un po’ prevedibile ma non per questo priva di spunti interessanti.

Paolo, un giovane conduttore tv – di quella tv gossip-trash che riempie le ore e svuota le menti di tante persone – torna nei luoghi natii dove il padre, anziano attore di teatro ormai lontano dalle luci della ribalta, è gravemente malato.

L’uomo – ottimamente interpretato da Roberto Herlitzka – si tiene impegnato dirigendo una compagnia di teatro amatoriale e mettendo in scena con loro i testi che hanno reso grande la maschera di Arlecchino.

Si comprende nel corso del film che il personaggio di Arlecchino è stato il perno della sua carriera e si capisce anche che padre e figlio non sono mai stati molto vicini, né fisicamente né sentimentalmente.

Questo ritorno a casa, contrappuntato da impegni professionali a Roma, è per Paolo occasione di riflessione sul rapporto col padre e sulla propria identità, professionale e non solo.

Al netto di alcune figure un po’ troppo fastidiosamente caricaturali – soprattutto l’amico produttore -, il film scorre presentando con efficacia la contrapposizione tra i due diversi ambienti, la provincia montana e la mondanità romana, un bipolarismo sotteso a tutta la narrazione: teatro /tv, sentimento/ambizione, contenuto/vacuità, maschera/persona, verità/ipocrisia.

Fino al monologo finale, alla decisione di Paolo di utilizzare il megafono televisivo per un fuori programma che per un attimo ci fa pensare a “Quinto potere” (1976) di Sidney Lumet, ma è solo una fugace associazione perché nel film di Bini e Pasotti non è il dramma bensì il segno lieve ma eloquente della commedia a caratterizzare la narrazione e la riflessione.

Si diceva dell’omaggio ad Arlecchino: attraverso la dinamica padre-figlio il film ripropone al pubblico in modo non stantio il personaggio di Arlecchino, con i suoi lazzi classici, l’accento, la mimica irrequieta – quella di Herlitzka, stanca e un po’ contratta, e quella via via sempre più atletica di Pasotti – ed è l’occasione per ripensare alla tradizione attoriale nata attorno a questa maschera: le interpretazioni di Moretti, di Soleri, la regia di Strehler….

Leggi dove lo puoi vedere da qui a mercoledì a Bergamo e provincia

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