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L’autonomia scolastica: la grande incompiuta dell’istruzione italiana

Luigi Roffia, già Provveditore agli studi di Bergamo, spiega con questo suo intervento l'importanza dell'autonomia scolastica nel dibattito in corso sulla "Buona Scuola".

Luigi Roffia, già Provveditore agli studi di Bergamo e conoscitore del sistema educativo italiano, spiega con questo suo intervento l’importanza dell’autonomia scolastica.  

 

Articolo 1. D.P.R 275/1999 – natura e scopi dell’autonomia delle istituzioni scolastiche.

*Le istituzioni scolastiche sono espressioni di autonomia funzionale e provvedono alla definizione e alla realizzazione dell’offerta formativa, nel rispetto delle funzioni delegate alla Regioni e dei compiti e funzioni trasferiti agli enti locali, ai sensi degli articoli 138 e 139 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112. A tal fine interagiscono tra loro e con gli enti locali promuovendo il raccordo e la sintesi tra le esigenze e le potenzialità individuali e gli obiettivi nazionali del sistema di istruzione.

 

*L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento.

 

Ho voluto iniziare citando integralmente l’articolo 1 del decreto istitutivo dell’autonomia scolastica. Dalla sua lettura si può vedere come la normativa attribuisca alle scuole dell’autonomia alcuni significativi compiti: “la definizione del POF”, il raccordo e la sintesi fra le esigenze e le potenzialità individuali e gli obiettivi nazionali…” e che sono possibili “interventi…mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alle domande delle famiglie al fine di garantire agli allievi il successo formativo…” La potremo definire la “grande incompiuta della scuola italiana”.
E’ l’autonomia scolastica, una preziosa opportunità messa a disposizione di tutte le scuole per qualificare la propria attività didattica e presenza “autonoma” nel territorio. Cos’è l’Autonomia Scolastica? Il citato articolo 1 del DPR 275/1999 dell’allora Ministro Luigi Berliguer, è estremamente significativo sulla ricaduta che l’attività autonoma delle scuole può avere nel quotidiano rapporto con l’impegno didattico e educativo dei docenti nei riguardi degli allievi. Ma c’è di più “l’autonomia scolastica” consente di recidere lo storico legame gerarchico e burocratico fra le scuole, che sono nei territori, e il Ministero della P.I. che è “al centro” della nazione. Con l’autonomia infatti le scuole sono libere di fare delle scelte di tipo organizzativo, didattico, funzionale e finanziario, scelte che nascono all’interno dell’istituzione stessa e fanno unicamente riferimento ad una ”cornice nazionale” (obiettivi finali e di ciclo, esami di stato, certificazione delle competenze, linee giuda,..) valida per tutti. L’autonomia supera il sistema delle ordinanze e delle circolari ministeriali che da sempre hanno gestito, dal centro, le scuole. Con essa la scuola è il centro della programmazione didattica e la sua autonomia si concretizza nel POF (Piano dell’Offerta Formativa). Ogni scuola costruisce questo documento tant’è che se ci fosse più cultura e idea dell’autonomia scolastica avremmo dei POF differenti per ognuna delle nostre scuole. La scuola è anche pienamente responsabile delle attività per concretizzare quotidianamente i contenuti del POF.

Il POF quindi definisce e caratterizza la scuola, è elaborato con il contributo di tutte le sue componenti: i genitori e gli studenti che diventano portatori di bisogni educativi e didattici, il dirigente scolastico e i docenti che, da esperti, trovano le strategie e le soluzioni per soddisfare i bisogni espressi dalle famiglie e dagli allievi; il territorio con le sue istituzioni e il mondo del lavoro che “arricchisce” la proposta formativa della scuola con le esperienze e le competenze che derivano dai rispettivi ruoli. Purtroppo pur essendo vigente dal 1999 il decreto istitutivo dell’autonomia con il relativo regolamento attuativo, l’autonomia scolastica è stata pienamente valorizzata e realizzata solo in parte e non in tutte le scuole. Ci sono comunque delle realtà scolastiche che, nella logica dell’autonomia, hanno svolto un lavoro di innovazione per concretizzare e definire la loro autonomia.

 

Il regolamento attuativo del citato DPR indica alcune forme di flessibilità che le scuole possono adottare:

– l’articolazione modulare dell’orario annuale di ciascuna disciplina e attività;

– la definizione di unità di insegnamento non coincidenti con l’unità oraria della lezione e l’utilizzazione degli spazi orari residui;

– l’attivazione di percorsi didattici individualizzati, nel rispetto del principio generale dell’integrazione degli alunni nella classe e nel gruppo, anche per alunni in situazione di handicap;

– l’articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi o da diversi anni di corso;
– l’aggregazione delle discipline in aree e ambiti disciplinari.
L’insieme di meccanismi di flessibilità che ciascuna scuola può inserire nel suo Piano dell’offerta formativa, e in particolare l’articolazione modulare del monte ore annuale delle discipline e dei gruppi di alunni, consentono di rispondere alle esigenze dei singoli allievi con maggiore efficacia rispetto al passato. I tempi dell’insegnamento possono essere infatti combinati per realizzare, tra l’altro, all’interno del normale orario curricolari specifici percorsi di accoglienza, continuità, orientamento e/o riorientamento:
 fasi di insegnamento intensivo seguite da altre di appoggio;
 attività laboratoriali pluridisciplinari  diminuzione del numero delle discipline mediante la concentrazione del loro monte ore annuale in un solo quadrimestre.
In tal modo l’anno scolastico non è più l’unica unità di misura per programmare le fasi dell’insegnamento e dell’apprendimento.
A loro volta i gruppi di alunni possono essere articolati per realizzare, tra l’altro, all’interno del normale orario curricolari:
 gruppi più grandi per le lezioni frontali;
 gruppi più piccoli per le esercitazioni, il sostegno, il recupero, l’approfondimento;
 gruppi temporanei di livello e/o di riallineamento  gruppi di laboratorio;
 gruppi per le discipline opzionali  gruppi per le discipline facoltative.

A fronte di queste opportunità, che chiaramente le scuole indicano nel proprio POF, risulta evidente che si può far emergere l’identità culturale e progettuale di ciascuna istituzione scolastica in quanto esso può, autonomamente, esprimere la propria progettazione curricolare, extra curricolare, educativa e organizzativa.
Con l’autonomia la scuola si riappropria della sua centralità educativa e focalizza le sue energie in organizzazione didattica (efficacia) e nei sistemi delle procedure per raggiungere i suoi obiettivi formativi (efficienza). Se la prospettiva è quella di avere istituzioni scolastiche veramente autonome, la capacità di promuovere offerte formative ben articolate e ben differenziate nel rispetto degli indirizzi scolastici, dei bisogni dell’utenza e delle attese del territorio, sarà caratterizzata dal POF, vero strumento con cui perseguire gli obiettivi formativi ed educativi. La realizzazione concreta e fattibile dell’offerta formativa deve coinvolgere tutte le risorse umane (dal Collegio dei docenti, ai Consigli di Classe, al Consiglio d’istituto, alle Associazioni e al Comitato genitori, ai Comitati studenteschi) per potenziare la partecipazione ed aumentare la qualità progettuale.

L’autonomia infatti non si deve solo considerare quale evento di natura istituzionale, bensì come un processo culturale e professionale: dalla conoscenza delle necessità culturali-formative proprie di ogni scuola, alle proposte di attuazione, alla loro realizzazione.

L’autonomia si deve sostenere incentivando azioni volte al miglioramento e identificabili in alcune parole chiave:

progetti sperimentali, soprattutto didattici (dalla flessibilità della didattica, degli spazi educativi, del tempo di istruzione, alla modularità, alla rinuncia delle nozioni in favore dell’apprendimento dei nuclei fondanti di ogni disciplina) per un corretto sviluppo dei saperi;
reti di scuole (interazione, cooperazione, costituzione di laboratori territoriali per la ricerca, la documentazione, la formazione) perché, confrontandosi con gli altri, si riconoscono i propri limiti, le proprie potenzialità, si ampliano i confini delle proprie risorse, si impara a collaborare;
– integrazione, ovvero attività volte alla convivenza democratica contro i pregiudizi e l’etnocentrismo, con l’instaurare una connessione tra culture (interculturalità) e senza cancellare la realtà specifica di ciascuna di esse;
– apertura verso tutte le istituzioni territoriali che, con la loro collaborazione ed il supporto delle attività proposte, aiutano le scuole a meglio interagire tra di loro, a rendere più concreta la loro offerta formativa (alternanza scuola-lavoro, stage e tirocini, formazione, orientamento);
– rappresentanza ovvero ripensare gli organi collegiali territoriali delle scuole in coerenza con le competenze assegnane alle regioni dal Titolo V della Costituzione e, soprattutto, al riconoscimento esplicito che la Costituzione assegna all’autonomia delle scuole. Le scuole autonome – nello stesso spirito della legge istitutiva – hanno cambiato il paesaggio degli interessi rappresentati e debbono costituire i primi interlocutori delle politiche locali, regionali e nazionali;
– valutazione quale presupposto delle responsabilità all’interno di ogni singolo istituto.

La Buona Scuola del Governo attuale ripropone gran parte dei contenuti del decreto originario del Ministro Berlinguer e ne introduce altri.

Nascono ora gli ambiti territoriali e le reti di scuole per gestire il personale e mettere in comune una seri di attività amministrative. Gli ambiti sono di dimensioni sub-provinciali e definiti sulla base della popolazione scolastica, della prossimità delle istituzioni scolastiche, delle caratteristiche del territorio anche tenendo conto della specificità delle aree interne, montane, piccole isole, della presenza di scuole in carcere ed altre esperienze territoriali già in essere.
Il dirigente scolastico individua dagli ambiti territoriali i docenti che servono alla scuola. Li individua tra i docenti di ruolo, tutti assunti a tempo indeterminato e che nessuno può licenziare. I docenti inseriti in un ambito territoriale possono candidarsi nelle singole scuole di quell’ambito (o di un altro, qualora facciano richiesta di mobilità) e devono ricevere motivata accettazione o diniego, sulla base del POF della scuola e della coerenza o meno del CV dell’insegnate medesimo che, come previsto dal ddl, è pubblico.
E’ stato inoltre chiarito che è il docente ad accettare o meno la proposta di incarico del dirigente e a scegliere qualora gli pervenissero più richieste. I dirigenti scolatici vengono valutati anche sulla base delle scelte che fanno. Per fare questo è stato aumentato il contingente degli ispettori. La retribuzione sarà connessa all’esito della loro valutazione.

 

Viene introdotto un Comitato di Valutazione individuato dal consiglio di istituto, costituito da due docenti e due rappresentanti dei genitori (o un rappresentante degli studenti e uno dei genitori per il secondo ciclo). Questo comitato individua i criteri per la valorizzazione dei docenti.

 

Da ultimo mi soffermo sul ruolo del dirigente scolastico nella scuola dell’autonomia.
I cambiamenti riferibili al decreto istitutivo dell’autonomia scolastica hanno di fatto creato la figura del “dirigente scolastico” in sostituzione dello storico “preside”. Questo cambiamento non si limita a un cambio di terminologia ma di fatto stabilisce un cambiamento di ruolo proprio legato all’autonomia scolastica. Al preside, a suo tempo, veniva chiesto di “coordinare e promuovere” l’attività scolastica del proprio istituto. Queste compiti erano in sintonia con il passato sistema scolastico basato fondamentalmente sull’impianto centralistico di cui ho parlato. Il dirigente scolastico della scuola autonoma di fatto acquisisce un ruolo nuovo: farla vivere in un crescente miglioramento della proposta formativa. Il dirigente scolastico deve tessere relazioni con le altre scuole ma anche con le istituzioni e il mondo del lavoro.

Si deve preoccupare costantemente perché la sua scuola sia “la migliore” non solo rispetto ai risultati degli allievi ma soprattutto rispetto all’introduzione di innovazioni, di sperimentazioni e alla creazione di rapporti costruttivi e collaborativi con gli utenti “famiglie e allievi” e con i docenti che devono comprendere il cambiamento che l’autonomia scolastica pienamente applicata può realizzare in positivo nella propria scuola. Non deve temere la “responsabilità” per le scelte operate e concretizzate.

La responsabilità nella scuola dell’autonomia va considerata come un ulteriore stimolo ad operare e fare sempre meglio. Il dirigente scolastico deve essere il “maestro” di tutti: personale scolastico, genitori e studenti.

Il motore della scuola autonoma che altrimenti non potrebbe crescere in qualità. Una scuola “presente” nel territorio che acquista nel tempo, grazie all’iniziativa progettuale del dirigente scolastico e all’impegno di tutto il suo personale, un’immagine propria, significativa, moderna, innovativa, capace di soddisfare culturalmente e educativamente la propria utenza.

Per far questo è anche fondamentale che tutti nella scuola facciano crescere nel tempo il proprio senso di appartenenza all’istituzione e assumere al suo interno, orgogliosamente in ogni ruolo, le proprie responsabilità: lavorare e/o studiare, partecipare e vivere serenamente la propria presenza a scuola, possono far crescere la qualità della scuola nel territorio e le possibilità di assicurare a tutti gli allievi il successo formativo e di vita. Una scuola in cui tutti gli operatori sono al servizio dell’utenza e del territorio in cui opera. Una scuola amata e servita lascia nel tempo il segno e il ricordo di chi ha lavorato bene!

Professor Luigi Roffia
già provveditore agli studi di Bergamo

(Nella foto il professor Luigi Roffia stringe la mano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in visita a Bergamo) 

Commenti

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  1. Scritto da quiz

    Articolo noiosissimo, illeggibile. Pessimo biglietto per quella che si vorrebbe fosse una realtà “compiuta”….

  2. Scritto da La grande incompiuta

    Grande incompiuta perché incompiuta e la classe dicente. La maggior parte mestieranti che nell’insegnamento ha trovato un ammortizzatore sociale.
    Una volta insegnare era una missione, non un lavoro.

    1. Scritto da Narno Pinotti

      Una volta quando? Può citarmi dei dati? E “missione” stava scritto nei contratti? O implica fede? Gratuità? Martirio? Non si capisce perché tirare in ballo la missione, quando concetti come “contratto”, “lavoro” e “legge” bastano e avanzano per qualsiasi categoria.

    2. Scritto da Paolo

      Ha centrato il problema!

      1. Scritto da ost!!

        Ostrega! Ecco quello del bar accanto. Pensieri profondi..

  3. Scritto da Caos

    Insomma Ognuno fa quello che vuole: proprio un bel calderone governato dal basso. Insomma il caos. Auguri!
    Lasciamo pure a questa base l’onore del reperimento dei fondi, come fanno, in parte, le scuole private.