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Grande Guerra, Pillola 56 Gallipoli, la Caporetto dell’Impero Britannico fotogallery

Tra il 25 aprile ed il 18 dicembre 1915, sulla penisola turca di Gallipoli, si combattè una delle più catastrofiche battaglie della prima guerra mondiale: e, questa volta, furono gli inglesi e, in minima parte, i francesi, ad infilare la testa nel capestro.

di Marco Cimmino

Tra il 25 aprile ed il 18 dicembre 1915, sulla penisola turca di Gallipoli, si combattè una delle più catastrofiche battaglie della prima guerra mondiale: e, questa volta, furono gli inglesi e, in minima parte, i francesi, ad infilare la testa nel capestro. O, meglio, furono i sudditi dell’impero britannico, visto che sulle spiagge e lungo gli impervi contrafforti di Gallipoli vennero mandati al macello soprattutto reparti ANZAC, ossia soldati provenienti da Australia e Nuova Zelanda.

Una celebre canzone dei rivoluzionari irlandesi, The foggy dew, commenta in maniera amara ed ironica questa tendenza inglese a mandare avanti i soldati dei Dominions (come i canadesi a Vimy Ridge): meglio morire sotto il cielo d’Irlanda che a Suvla o a Sid El Bar.

Gallipoli, per la Gran Bretagna, probabilmente, non fu solo un disastro militare, dettato da pressapochismo strategico e da supponenza, ma rappresentò anche una lacerazione, che non si sarebbe rimarginata, nel corpo del suo impero. Al momento dello sbarco, il 25 aprile, il comandante britannico Hamilton aveva al suo comando circa 75.000 soldati, cui si devono aggiungere 18.000 coloniali francesi, aggiuntisi il mese precedente al corpo di spedizione.

Li aspettavano, schierati sulle alture dominanti, 6 divisioni ottomane, 84.000 uomini, sotto il comando dell’abile addetto militare tedesco Liman von Sanders, il cui drammatico problema era la scarsità di munizioni del proprio alleato. Mentre Hamilton, nel comando di Lemno, temporeggiava in attesa dell’arrivo di tutte le sue truppe e dei materiali, Liman ebbe il tempo di fortificare potentemente i suoi soldati e di provvedere agli elementari bisogni logistici dei difensori: i britannici stavano perdendo l’occasione di una facile vittoria, anche se ancora non lo sapevano.

A Hamilton rimaneva, tuttavia, un vantaggio essenziale: il suo avversario non avrebbe potuto fortificare l’intero settore; egli perciò avrebbe scelto le posizioni strategicamente più probabili, sperando di indovinarla. La scelta dei luoghi di sbarco sarebbe, dunque, stata fondamentale per il successo dell’operazione.

Liman schierò 2 divisioni intorno a Bulair, 2 sulla costa asiatica, davanti alla quale stazionava la flotta britannica, 1 sul golfo meridionale della penisola ed 1, di riserva, nell’interno. Dato l’obiettivo ossedente del forzamento navale degli stretti, Hamilton decise che gli sbarchi del 25 aprile sarebbero dovuti avvenire in punti atti a facilitare la successiva azione della flotta, e scelse capo Helles e Ari-Burnu, che, in seguito, sarebbe stata ricordata come “ANZAC cove”.

Il generale Hunter-Weston fu il protagonista dello sbarco britannico, malissimo gestito ed organizzato: 35.000 uomini, distribuiti su 5 spiagge del golfo sud della penisola, vicino a capo Helles. Nel frattempo, gli ANZAC del generale Birdwood (che si comportò assai meglio del collega), sbarcarono sulla costa dell’Egeo, ad Ari Burnu: 17.000 uomini pochissimo addestrati, che scesero a terra a un paio di chilometri da Gaba Tepe, che, oggi, viene erroneamente indicata come la spiaggia ANZAC della battaglia di Gallipoli.

Intanto, le truppe francesi, al comando del generale D’Amade, prendevano terra a Kum Kale, sulla sponda asiatica e la occupavano con successo, dando a Liman l’impressione che vi fossero altre direttrici di sbarco, oltre a quelle che già si erano manifestate. Altre truppe francesi, stavano sbarcando nella baia di Besika. A questo punto, a Liman occorsero due lunghi giorni per capire esattamente il disegno dell’operazione nemica: in quei due giorni, di fronte alle truppe di Hamilton c’era soltanto 1 divisione ottomana.

Due spiagge di sbarco, ossia quelle denominate W e V, erano sottoposte al tiro insuperabile delle mitragliatrici avversarie, le altre 3, invece, erano state rapidamente messe in sicurezza dai soldati britannici ed avrebbero permesso di avanzare e pressare i pochi difensori, per uno sfondamento risolutivo.

Incredibilmente, Hunter-Weston, anziché progredire in fretta, dopo essersi assicurato una testa di ponte, si fermò, accontentandosi di avere raggiunto l’obiettivo di partenza, ossia l’attestamento dopo lo sbarco e dimostrando un’assoluta incapacità di leggere l’andamento dello scontro. Birdwood, ad Ari-Burnu, in pratica, trovò le spiagge indifese e potè sbarcare senza problemi: le sue truppe salirono rapidamente dalla costa, per cercare di impadronirsi della fondamentale cima di Chunk Bair, da cui si poteva dominare l’intera penisola.

Qui, però, gli ANZAC si scontrarono con la divisione del colonnello Mustafa Kemal (il futuro Ataturk, padre della Turchia moderna), che, battendosi con grande valore, li respinse fino alla costa. In tutto questo, la potente artiglieria britannica sparò pochissimo, perché Hamilton voleva risparmiare le munizioni!

Dunque, alla sera di quel 25 aprile, le forze anglo-francesi erano ammucchiate nelle teste di ponte, mentre il nemico occupava posizioni dominanti in tutto il settore di Gallipoli, ma non aveva forze sufficienti per respingerle in mare: questo scenario sarebbe divenuto lo schema tattico della battaglia, per i successivi otto mesi.

Insomma, anche sulle coste turche si andava riproponendo quanto era già accaduto sul fronte occidentale: assediati ed assedianti cominciarono a scavare trincee e camminamenti, in una guerra di attacchi e contrattacchi che avrebbe trasformato quei luoghi tanto belli in un inferno. Già il 28 aprile, Hamilton scatenò un grande attacco contro le truppe ottomane che, da capo Helles, si erano ritirate sulle forti posizioni di Krithia: in questa battaglia egli perse un terzo dei suoi soldati. Hunter-Weston mandò all’assalto tre volte le sue truppe, contro le rafforzate forze di Liman, che le respinsero tutte e tre le volte. Dopo questa dura sconfitta, Hamilton fece pressioni su Kitchener per ottenere rinforzi, nonostante l’ostilità dei comandanti anglo-francesi del fronte occidentale, che reclamavano per sé le risorse militari.

Alla fine, venne deciso di inviare altre 12 divisioni a Gallipoli, per cercare di tagliare in due la penisola, mediante un nuovo sbarco, il 6 agosto, stavolta nella baia di Suvla, per congiungersi con gli ANZAC e strangolare le forze di Liman. Ma le cose sarebbero andate diversamente…

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