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Jan Garbarek e Trilok Gurtu Quando la Norvegia si fonde con l’India fotogallery

Jan Garbarek e Trilok Gurtu hanno estasiato i 900 spettatori del teatro comunale di Vicenza: na fusione di elementi world di varia provenienza, dalle cristalline melodie scandinave alle piccanti progressioni ritmiche orientali.

Concerto di grande spessore al teatro Comunale di Vicenza il 14 maggio scorso. Il pubblico ha esaurito tutti i 900 posti a sedere per ascoltare due autentiche star del jazz e immergersi nella musica etnica e fusion più intrigante. In scena Jan Garbarek (sax soprano) e Trilok Gurtu (batteria, percussioni).

Autentico viaggiatore tra i mondi sonori di jazz, classica, ambient, melodie scandinave e world music, Garbarek si è presentato a capo del suo rodato quartetto formato dal tastierista tedesco Rainer Brüninghaus, dal bassista brasiliano Yuri Daniel, e dal polistrumentista indiano Trilok Gurtu, virtuoso delle tabla, della batteria e di ogni sorta di pittoresca percussione.

Garbarek ha sviluppato uno stile di ispirazione lieve e incantato che utilizza toni acuti e lunghe note sostenute che ricordano gli inviti alla preghiera islamici nonché l’uso generoso del silenzio. Seguace della prima ora del free jazz di Albert Ayler e Peter Brötzmann, nel 1973 voltò le spalle alle aspre dissonanze del jazz d’avanguardia.

In qualità di compositore, Garbarek si ispira profondamente alle melodie folk della Scandinavia, una eredità dell’influenza di Albert Ayler. È un pioniere delle composizioni di ambient jazz, degno di nota a questo proposito è l’album Dis del 1976. La sua trama rifiuta le notazioni tradizionali tematiche, a favore di uno stile, descritto dai critici Richard Cook e Brian Morton come "di impatto scultoreo", ha diviso la critica, una minoranza della quale lo ha definito New Age.

Ma la sua musica non si adatta a facili etichettature. Le sue sonorità sono capaci di irradiare un profondo senso di pace, senza mai, tuttavia, risultare noiosi, nemmeno per un momento. La sua è musica che respira e lascia respirare.

La carriera di Garbarek prende il via nei primi anni Sessanta: il jazz era allora ancora un punto di riferimento preciso per il sassofonista nato nel 1947 a Mysen. Suona con George Russell e si fa quindi coinvolgere dal free jazz (Albert Ayler, Peter Brötzmann), per poi ripudiare l’avanguardia e reinventarsi come sassofonista post-bop. È questo il momento in cui inizia a brillare la sua stella: incomincia a registrare per la ECM, dando il via a un sodalizio che dura ancora oggi, suona con Chick Corea, Don Cherry e, soprattutto, entra a far parte del quartetto europeo di Keith Jarrett. A partire dagli anni Ottanta la produzione musicale di Garbarek incorpora elementi world in maniera sempre più consistente. Il suono inconfondibile del suo sax emerge come una visione mistica in alcune produzioni crossover che rilanciano ulteriormente la sua fama. Vertice assoluto di questa nuova fase è Officium (1993), registrato con l’Hilliard Ensemble: un tale best seller da dare una nuova impronta alla successiva carriera di Garbarek, che da allora ha continuato a riproporsi con il gruppo vocale britannico, mentre anche le altre sue formazioni hanno imboccato la via di un raffinatissimo estetismo sonoro.

Il suono estatico, simile alla voce umana, del suo sax trova in Gurtu un perfetto complemento e un adeguato contrasto: ne sortisce una fusione di elementi world di varia provenienza, dalle cristalline melodie scandinave alle piccanti progressioni ritmiche orientali. A Vicenza ottime anche le prestazioni di Yuri Daniel al basso e Rainer Bruninghaus, che,impegnato tra pianoforte e tastiere, ha incantato il pubblico con i suoi lunghi e ripetuti assoli.

Dario Guerini

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