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Grande Guerra, Pillola 55 La battaglia degli stretti Gli inglesi sui Dardanelli fotogallery

Nel febbraio del 1915 l'impero britannico iniziò la sua campagna nei Dardanelli: Churchill provò a risolvere la questione solamente forzando gli stretti via mare ma fallì. Non rimaneva quindi che dare il via alla vasta operazione anfibia che sarebbe sfociata nella più grave sconfitta militare britannica sul fronte orientale, a Gallipoli.

di Marco Cimmino 

Fin dal 1907, un accurato studio dello stato maggiore britannico, elaborato in previsione di una possibile guerra contro l’impero ottomano, aveva concluso che un attacco allo stretto dei Dardanelli, autentica chiave strategica del conflitto in oriente, avrebbe avuto possibilità di successo solamente se effettuato sia dal mare che da terra.

Da questa concezione strategica, sia pure dopo discordanti tentativi, avrebbe avuto origine l’operazione passata alla storia con il nome di “Gallipoli”. In realtà, si trattò di una campagna lunga e complessa, di cui la sconfitta terrestre fu soltanto la fase finale. Winston Churchill, primo lord dell’ammiragliato, convinto della necessità di sbloccare la situazione nel Mediterraneo orientale e dell’aiuto da parte della Grecia, non esitò ad organizzare una campagna di bombardamenti navali contro i forti che sbarravano il passaggio dello stretto dei Dardanelli, sicuro della superiorità indiscussa della marina britannica e spinto dalla sua indole aggressiva. In pratica, non tenendo conto dei risultati dello studio del 1907, egli obbligò il comandante della flotta inglese del Mediterraneo, Sackville Carden, ad organizzare un attacco esclusivamente navale contro i forti turchi dello stretto, e presentò questo piano direttamente al gabinetto della guerra britannico, verso la metà di gennaio del 1915.

I Dardanelli erano controllati dalle posizioni ottomane dominanti, sulla penisola di Gallipoli e, di fronte sulle alte coste dell’Asia Minore: percorrere quei 65 chilometri di stretto, sotto il tiro delle artiglierie costiere turche, sarebbe stato molto difficile e pericoloso per chiunque. Carden lo sapeva perfettamente, come sapeva che i suoi potenti cannoni non possedevano una traiettoria di tiro sufficientemente curva da permettergli di colpire efficacemente i forti nemici da breve distanza: propose, perciò, una fase preliminare in cui le sue corazzate sparassero da lunga distanza, e fuori della portata dei cannoni nemici, sulle fortezze turche, in modo da distruggerne le artiglierie in casamatta.

In una seconda fase, le navi si sarebbero avvicinate, avanzando nello stretto, per colpire le difese sulle spiagge, con l’artiglieria di medio calibro, mentre i dragamine avrebbero ripulito il passaggio dai probabili campi minati messi in opera dagli ottomani. Infine, sarebbero stati distrutti i forti interni, con un bombardamento a tappeto, dalle navi ormai indisturbate da altri ostacoli.

Obiettivi strategici di questa azione di forzatura dei blocchi avrebbero dovuto essere l’uscita della ‘Sublime Porta’ dal conflitto e l’apertura di un canale diretto di contatto tra i due alleati, Gran Bretagna e Russia. Naturalmente, rimaneva il problema del controllo delle sponde: se i turchi avessero inviato truppe di terra, la flotta inglese, per quanto potente, avrebbe dovuto, prima o poi, ritirarsi per rifornirsi, e il nemico avrebbe avuto il tempo di riattare le proprie difese: l’opzione di uno sbarco e di un’operazione terrestre appariva ai più ancora inevitabile.

In pratica, nessuno credeva alla possibilità di una vittoria esclusivamente navale: né il primo lord del mare Fisher, né il ministro della marina francese Augagneur, che pure inviò alcune vecchie corazzate di rinforzo alla squadra britannica. Solo Churchill si mostrava ottimista sull’esito dell’operazione: una sorta di prova generale, fatta a novembre da Carden, aveva dato, in effetti, risultati incoraggianti, danneggiando gravemente alcuni forti ottomani, per un fortunato inquadramento dei bersagli, e questo sembrava garantire il successo.

Gli alleati inviarono nei Dardanelli una flotta poderosa: la modernissima corazzata Queen Elizabeth, 3 incrociatori da battaglia, 16 corazzate pre-dreadnought, 4 incrociatori, 12 caccia, 6 sottomarini, 21 dragamine e la portaerei Ark Royal. Il 19 febbraio, i cannoni a lunga gittata aprirono il fuoco contro i forti di Capo Helles e di Kum Kale, scontrandosi con una valida difesa turca e facendo pochi danni: il vero problema dei difensori, in realtà, era la scarsità di munizioni.

Un bombardamento effettuato da più vicino, la settimana successiva non sortì miglior risultato: le 24 batterie mobili turche impedivano lo sminamento del braccio di mare e la grande squadra navale non poteva procedere senza rischi.

Nonostante i due fallimenti, Churchill ordinò a Carden di tentare una terza volta il forzamento degli stretti, ma anche questo tentativo fallì come i precedenti, il 18 marzo 1915. A questo punto, non rimaneva che la soluzione iniziale: una vasta operazione anfibia che consentisse di scardinare le difese turche via terra, prendendole sul rovescio.

Proprio mentre la flotta falliva sotto le sponde dei Dardanelli, a Londra il generale Hamilton veniva incaricato del comando di un corpo di spedizione terrestre, da inviare in fretta negli stretti: stava cominciando quella che sarebbe diventata la più grave sconfitta militare britannica sul fronte orientale, ed una delle più gravi di tutto il conflitto. Gallipoli.

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