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Giovanni XXIII e il Concilio nei ricordi di un testimone il cardinale Roberto Tucci

Nel 52° anniversario della morte del Santo Giovanni XXIII; avvenuta il 3 giugno 1963, il nostro Pier Giuseppe Accornero racconta la testimonianza del Cardinale Roberto Tucci, una chicca che conferma che Papa Giovanni era uno tosto e che non si spaventava delle resistenze dei cardinali di Curia.

di Pier Giuseppe Accornero

 

 

Papa Giovanni dovette piegare la durissima resistenza della Curia Romana per fare accettare il Concilio Vaticano II che si concludeva cinquant’anni fa, l’8 dicembre 1965. Lo conferma il cardinale gesuita Roberto Tucci, morto il 14 aprile 2015, che era il penultimo testimone oculare, penultimo perché l’ultimo è il fedele segretario di Papa Giovanni, l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla che il prossimo 14 ottobre taglierà il traguardo dei cento anni.

 

 
Per onorare la memoria di Tucci la prestigiosa rivista dei Gesuiti, «La Civiltà Cattolica», sul numero 3957 del 2 maggio 2015 ne pubblica l’ultima intervista, firmata dallo storico Giovanni Sale. Tucci nasce a Napoli il 19 apri­le 1921, entra nella Compagnia di Gesù e diventa sacerdote. Gli anni più intensi coincidono con la preparazione e lo svolgimento del Concilio Vatica­no II (1962-1965) e con la sua ricezione, sotto il pontificato di Giovanni XXIII (1958-1963) e di Paolo VI (1963-1978), due Papi che gli dimostrarono sempre gran­de fiducia. Tucci fu direttore de «La Civiltà Cattolica» (1959-1973), direttore della «Radio Vaticana» (1973-1985) e responsabile dell’organizzazione dei 77 viaggi papali fuori d’Italia (1982-2001). Nel 2001 Giovanni Paolo II lo creò cardinale nel «Concistoro dei record», 44 porporati tra i quali Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buens Aires e ora Papa Francesco, e l’arcivescovo di Torino Severino Poletto. Tucci collabora al Concilio come re­ferente per i giornalisti di lingua italiana nell’Ufficio stampa e come perito conciliare di nomina pontificia con un ruolo significativo nella redazione del decreto «Apostolicam actuositatem» (18 novembre 1965) e della costituzione «Gaudium et spes» (7 dicembre 1965). Per desiderio di Papa Roncalli «La Civiltà Cattolica» accompagnò con assiduità il processo conciliare.

 

 

Il patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli è eletto Papa il 28 ottobre 1958 dopo la morte di Pio XII. Meno di tre mesi dopo, il 25 gennaio 1959, annuncia agli sbalorditi cardinali la decisione di indire il Concilio. Nel settembre 1959 Giovanni XXIII riceve padre Tucci, neo-direttore de «La Civiltà Cattolica»: «Mi disse che doveva stare attento a non compromettersi troppo: “Anche perché poi di molte cose non me ne intendo; non sarei in grado di dare un parere. Lei, però, vada dal segretario di Stato cardinale Domenico Tardini e segua le sue direttive, anche se fossero contrarie alle mie”. Mi fece un grande elogio di Tardini “uomo leale, intelligente, anche se credo che non mi abbia mai stimato molto”». Papa Giovanni vuole i 2500 vescovi partecipanti al Concilio godano di gran­de libertà e che non subiscano «condizionamenti».

 

Racconta Tucci nell’intervista: «La prima volta che Giovanni XXIII mi parlò del Concilio lo fece davanti ai volumi che contenevano i documenti prodotti dalle Commissioni preparatorie, ed era deluso. Mi fece capire che non era giusto dire che egli approvasse quei testi perché gli erano stati portati già stampati e non voleva assolutamente mortificare la libertà del Concilio. Mi fece vedere che in una pagina c’erano ben 14 condanne. Disse: “Non è questo lo stile del Concilio che ho pensato”. I membri della Curia furono colti di sorpresa e pensavano che il Concilio fosse un colpo di testa del Papa».

 

Tucci conferma l’isolamento e la solitudine isti­tuzionale di Papa Giovanni. La Curia voleva indirizzare e governare il Concilio, ma il Papa bergamasco riuscì a tenere in mano la situazione. Nella prima sessione, tra settembre e dicembre 1962, in Concilio ci furono gli interventi fondamentali dei cardinali Giacomo Lercaro (Bologna), Leo-Joseph Sue­nens (Bruxelles), Giovanni Battista Montini (Milano) e il Papa commenta: «Finalmente hanno capito, ma ho preferito che ci arrivassero da soli».

 

Nel 1963 Roncalli comincia a star molto male e confida a Capovilla: «Tutti i miei fratelli sono morti di cancro allo stomaco». Nel febbraio 1963 concede l’ultima udienza a Tucci: «Mi disse che i padri conciliari avevano capito quello che voleva dal Concilio e che aveva espresso nel discorso di apertura “Gaudet Mater Ecclesiae” del quale rivendicava la paternità: “Farina del mio sacco”». Nella nomina dei prefetti delle Congregazioni romane a presidenti delle Commissioni conciliari Papa Giovanni è prudente «perché rischiava di mettersi contro tutta la Curia». E dice a Tucci: «So che io non chiuderò il Concilio e che, se non avessi agito con prudenza, avrei creato un Conclave che avreb­be distrutto tutto quello che ho cominciato a fare e che non ho potuto portare a termine».

 

Giovanni XXIII l’11 aprile 1963 promulga la fondamentale enciclica «Pacem in terris» e, cinquantadue anni fa, il 3 maggio 1963 spira santamente come santamente era vissuto. Il successivo 21 giugno il Conclave elegge l’arcivescovo di Milano cardinale Giovanni Battista Montini: Paolo VI salverà il Concilio. Secondo Tucci, Giovanni XXIII «era dotato di profondo senso storico e aveva imparato a conoscere i fratelli separati in Bul­garia e in Turchia ed era molto sensibile all’ecumenismo» perché era stato rappresentante pontificio in Bulgaria (1925-1935) e poi in Turchia e Grecia (1935-1944). Quando è a Sofia un giorno sede suona­re le campane della patriarcato della Bulgaria e chiede cosa sta succedendo.

 

Gli dicono che si riuniscono i vescovi ortodossi attorno al patriarca. Allora Roncalli indossa gli abiti solenni di nunzio e va a rendere omaggio al patriarca. Poi redige il rapporto per Roma, che lo rimprovera e gli dice che un’altra volta deve prima chiedere il parere. L’astuto figlio di contadini bergamaschi commenta: «Eh già… quelli (gli ortodossi, n. d. r.) aspettavano che io ricevessi la risposta da Roma?».

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