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Amavi il punk? Mike Hudson ti piacerà; non lo amavi? Ti piacerà lo stesso

Nessun segno di patetico revival in "Hollywood High" di Mike Hudson and the Pagans. Brother Giober promette: ci troverete tutta la summa del rock ‘n’ roll, i ritmi indiavolati, i testi a volte osceni, il modo di cantare strascicato... 8 canzoni, 40 minuti. Un sogno

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

ARTISTA: Mike Hudson and the Pagans

TITOLO: Hollywood High

GIUDIZIO: ****

C’è da chiedersi se abbia senso pubblicare ai giorni d’oggi un disco di un vecchio gruppo punk di fine anni ’70 che pure a quei tempi ha goduto di un limitatissimo successo di pubblico; se abbia senso ascoltare nel 2015 canzoni infarcite di “shit”, “fuck off” e amenità varie soprattutto pensando che a cantare (e suonare) tutto ciò sia una band formata da poco meno che sessantenni.

Il rischio in genere è quello, per gli artisti, di apparire pateticamente malinconici e ancor più grave, falsi.

Non sempre questo avviene, è sufficiente ricordare l’esempio dei Sonics di qualche settimana fa, ma il problema è che nel caso di Mike Hudson e i suoi Pagans il rischio sia ancora maggiore, perché la band di Clevland ha incarnato ai tempo l’anima del punk, ne è stata un icona, al pari di band come i Germs, i Devo, i Ramones, ha avuto sì un non grande riscontro commerciale, ma è stata sempre oggetto di culto da parte di un pubblico devoto, a cui per saziare la fame di musica, si è dovuto provvedere con l’uscita, dopo lo scioglimento del gruppo nel 1979, di una serie di 45 giri, raccolte di b-side, album più o meno legali che hanno, da un lato, aumentato la confusione e dall’altro mantenuto vivo il mito.

Il leader è Mike Hudson, uno tosto, musicista, scrittore, giornalista, autore di un testo, uscito agli inizi del 2000 dal titolo, che è tutto un programma, Diary of a Punk, il quale in tutti questi anni ha cercato, al limite del patetico, di far sopravvivere un mito che invece era proprio dei tempi in cui era nato e indissolubilmente legato a quelli.

Ora dopo circa 40 anni dell’esordio, non so per quale miracolo discografico, il nostro è riuscito a farsi pubblicare un disco di inediti che, però, udite udite, è un bel disco, per nulla patetico né anacronistico e che anzi suona fresco e godibile e, in alcune sue parti, persino divertente.

Ci troverete tutta la summa del rock ‘n’ roll: i ritmi indiavolati, i testi a volte osceni, il modo di cantare strascicato, i Thin Lizzy, i Rolling Stones, i Mink the Ville, i Ramones, insomma proprio tutto, ma le canzoni sono indubitabilmente belle e suonano originali, travolgenti, ben suonate.

Si parte con il ritmo forsennato di I Want a Date che ci riporta ai tempi in cui saper suonare non era poi così importante. Il riferimento è quello dei Ramones, il refrain orecchiabile, il ritmo travolgente e quell’accenno, nel ritornello, al beat anni ’60 delizioso, a testimonianza che Mike Hudson ha una conoscenza musicale enciclopedica e un gusto non ordinario. Un 45 giri per i tempi andati che sarebbe stato perfetto.

Si prosegue con la title track che invece è più cupa, il cantato strascicato, sofferto; ma il brano vive di un suo pathos che sembra sincero, e la violenza del ritornello ti colpisce come un pugno allo stomaco (ok mi sono fatto prendere dal luogo comune).

Death Letter ha un inizio molto rollingstoniano, ricorda anche alcune cose di Willie de Ville soprattutto nel modo di cantare ed è una ballata estremamente piacevole da ascoltare grazie anche ad un’armonica luciferina sullo sfondo. Potente il solo di chitarra posto nel mezzo del brano a dimostrazione che i punk rocker se vogliono sanno suonare e lo fanno anche bene.

Il ritmo sale vorticosamente con Detention Home e i suoni si fanno più duri, il canto più sofferto. All’ascolto della quarta canzone ho la conferma di un’idea che è iniziata a maturarmi sin dall’ascolto del primo brano: i Pagans non mi sembrano affatto una macchietta e una parodia e forse ciò è dovuto alla circostanza che in ogni canzone, seppur le tracce del punk (più nelle intenzioni) siano evidenti, non vi è mai un’estremizzazione , una necessità assoluta di richiamare quei suoni. Qui vi è liberta compositiva, di stile, di suoni e soprattutto un grande talento e una grande conoscenza.

È il Lou Reed dei primi anni quello che emerge dai suoni della quinta traccia, Farm Whore, la storia dei compromessi di una giovane che si trasferisce in città, durante la quale Mike Hudson si esibisce in una sorta di rap, e di delirio psichedelico, accompagnato da una base strumentale chitarristica e cupa, che però alla fine da un’ idea di compiuto.

I Just Got up è invece pura adrenalina e qui i ricordi sono svariati ma quello che mi sovviene con maggiore ricorrenza è quello di Johnny Thunders.

Ancora echi di Lou Reed sono quelli di Dark Angel: forse qui almeno all’inizio si sfiora il plagio perché il riferimento a Men of Good Fortune mi sembra evidente, ma nonostante ciò il brano scivola via bene.

Chiude (Us and) All our Friend are so messed up, un rock ‘n’ roll essenziale, dall’andamento lineare, direi quasi laccato, una sorta di inno che coglie nel segno, ma che cresce decisamente ascolto dopo ascolto.

Otto canzoni, un disco che dura 40 minuti, un sogno.

Qui bisogna perdere ogni pregiudizio: perché se vi piace il punk, il disco vi piacerà mentre se non vi piace il punk il disco potrebbe piacervi pure perché vi troverete la summa del genere e i riferimenti agli artisti più versatili.

E se non vi piace il punk potrebbe piacervi ancora perché in realtà questo è un disco di sano e robusto rock ‘n’roll da ascoltarsi al massimo volume, se possibile, mentre si viaggia in moto o si ha la possibilità di una “cabrio”.

Insomma l’avere capito: Hollywood High è una scarica di adrenalina e, al netto di alcune banalità e luoghi comuni (i titoli a volte un po’ troppo scandalistici), un grande disco. Da comprare ed ascoltare insieme a quello dei Sonics e, magari, ai cari e vecchi “Stones” dei primi anni.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Death letter

Se non ti basta ascolta anche:

Ramones – Ramones

The Velvet Underground & Nico – The Velvet Underground & Nico

The New York Dolls – New York Dolls

Commenti

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  1. Scritto da B.G.

    ciao Diego, non è un disco punk, direi che è rock ‘n’ roll ed è un gran disco. credo ti piacerà. Ciao. B.G.

  2. Scritto da Diego Perini

    40 minuti? Un disco punk dovrebbe durare la metà. Perplesso su Death Letter fatta da loro, comunque ok!