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Don Mazzi: “Dipendenze e solitudini si curano con prevenzione e amore”

Don Antonio Mazzi racconta le dipendenze che schiavizzano le persone più deboli della nostra società. Persone che poi bussano alla Comunità Exodus per chiedere aiuto.

“Sembra quand’ero all’oratorio, con tanto sole, tanti anni fa. Quelle domeniche da solo in un cortile, a passeggiar, ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar”.

Ecco, quando hai finito di parlare con don Antonio Mazzi ti assale quel desiderio lì, ben descritto da Conte in “Azzurro”, la canzone cavallo di battaglia di Adriano Celentano. E’ quella voglia di chiacchierare con un amico che ti aiuta a guardare oltre il balcone per comprendere l’orizzonte della vita. Caldo, familiare, profondo, don Mazzi racconta di sentirsi a casa a Bergamo. E subito comprendi che il mondo è la sua casa, tutti sono la sua famiglia.

“Bergamo mi ha sempre aiutato, e anche adesso che stiamo cambiando le nostre strutture, dobbiamo ripensare come formare i nostri formatori, non manca di essermi vicino. Penso al mio amico Armando Maffeis che mi ha sempre dato una mano”.

Stavolta c’è anche la BB Band che canta e raccoglie fondi per Exodus.

“Sì, sono tutti bravi ragazzi. Professionisti con la gioia nel cuore, un cuore grande. Li voglio proprio abbracciare tutti fin da adesso”.

Don Antonio, da oltre mezzo secolo lei è accanto ai ragazzi e ai loro problemi. Quali sono le difficoltà che oggi gravano sui giovani?

“È cambiato tutto, ma i problemi di fondo rimangono sempre gli stessi. La lezione imparata ieri, che serve più amore e ascolto tra di noi, che non si può affrontare la vita da soli, è sempre attuale. È che ieri c’era la droga, oggi le dipendenze sono altre dalle droghe artificiali all’alcool, dal gioco alle depressioni. E l’età delle difficoltà si è ulteriormente abbassata. Ecco perché oggi lavoriamo tantissimo sulla prevenzione. Oggi è tutto più complesso e i nostri ragazzi sono ancora più fragili, ti tirano fuori un suicidio come fosse un’avemaria”.

Che cosa possiamo fare? C’è un suggerimento per tutti noi?

“Dobbiamo essere tutti più umili. Sembra una cosa facile ma non lo è. E anche i giornali, i mass media possono fare molto”.

Come?

"A volte bisognerebbe tenere a freno le cattive notizie. Non dico di non darle, ma non ricamarci sopra. Prendiamo il caso dello studente in gita a Milano caduto dal quinto piano, bisognerebbe fermarsi ad un certo punto. Capire che c’è un limite e che oltrepassato quello si fa del male, si istiga al male”. Prendo appunti. “Ecco, allora scrivi anche che io non credo a quelli che attaccano le famiglie e che danno le colpe alle famiglie. Le famiglie siamo tutti noi. Ognuno di noi ha un compito, un ruolo. Dobbiamo motivare ed incoraggiare i genitori e gli educatori. Guai a lasciarli soli. Dobbiamo fare rete: scuola, famiglia, educatori”.

Qual è l’età più difficile?

“Oggi si è più fragili tra i dieci e i 14 anni”.

Perché?

“Perché questi ragazzi, che hanno tutto, dal cellulare al computer, comunicano con chi è lontano, ma non si accorgono più di un abbraccio, di un sorriso, di una carezza di chi hanno vicino. Le relazioni si fanno con la presenza. Non sono virtuali. Quella solitudine lì, nella camera di un ragazzino o di una ragazzina, lacera, fa dei buchi immensi nell’anima. I rapporti veri sono fatti di pazienza, di ascolto, di confronto. Non dobbiamo mai perdere questi ingredienti, altrimenti la ricetta della vita si perde. E poi da noi arriva il tredicenne che ha già provato a suicidarsi cinque volte, il quarantenne che si è bruciato alle macchinette la casa, e Fabrizio Corona”.

C’è di che spaventarci?

“No. Non dobbiamo mai perdere la speranza. E gli ostacoli che incontriamo dobbiamo saperli affrontare con prospettive diverse. Come fanno gli scalatori davanti ad una montagna? Studiano il versante meno duro, ma alla fine arrivano alla vetta. Non parlo di uno scalatore, ma di una squadra, perché insieme è più facile affrontare le difficoltà, passarsi la corda, non scoraggiarsi, passarsi la borraccia”.

È così anche per i genitori?

“Non dobbiamo mai lasciare i genitori o la scuola o gli oratori da soli. Dobbiamo fare rete, fare squadra. Mettiamoci calmi e proviamo a pensare ad un linguaggio unico per parlare con questi ragazzi. Solamente così possiamo coltivare la generazione che ci è stata affidata”.

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